Quel laboratorio Tory a Londra

- Gianni Credit

La volata finale per la successione a Boris Johnson alla guida del Governo britannico invia più di uno spunto interessate alla campagna elettorale italiana

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Liz Truss, in primo piano, sfuocato, Rishi Sunak (LaPresse)

La volata finale per la successione a Boris Johnson alla guida del Governo britannico invia più di uno spunto interessate alla campagna elettorale italiana, benché il bipolarismo tricolore non sia sovrapponibile a quello d’Oltre Manica.

Né il ministro degli Esteri Liz Truss, né l’ex Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak devono vincere le elezioni: stanno invece rivolgendo i loro appelli finali ai 120mila iscritti al partito conservatore che dovranno scegliere il nuovo Premier. Ma nel farlo i due contendenti stanno inevitabilmente affrontando la sfida di ridefinire la piattaforma politica Tory a due anni dal prossimo voto e dopo un triennio reso tempestoso da Brexit, Covid e ora crisi geopolitica e stagflazione; ma anche dallo stile di governo sempre più erratico di “BoJo”.

Per questo di fronte a scricchiolii quasi istituzionali nella leadership della più antica liberaldemocrazia del pianeta i profili di entrambi i candidati finali appaiono lontani da estremismi nei loro connotati personali. Una donna (favorita al termine della fase eliminatoria della candidature: sarebbe la terza premier britannica, tutte Tory) contro un figlio di genitori indiani immigrati, sposato con la figlia di un magnate indiano: sono entrambi conservatori del ventunesimo secolo, non ancora cinquantenni. Classicamente oxfordiana la Truss, brillante laureato in California Sunak. Entrambi hanno fatto gavetta in grandi corporation, ma si sono dedicati prestissimo alla politica. Ambedue Brexiters, ma non isolazionisti, ambedue invece “occidentalisti” convinti a supporto dell’Ucraina, 

Gli osservatori tuttora positivi sulle chance dei Tory nel 2024 segnalano come il Labor (anche in questa fase concitata della politica britannica) manchi di figure confrontabili, realmente competitive sul mercato elettorale: Keir Starmer non è ancora riuscito a far dimenticare la stagione “old Labour” di Jeremy Corbyn, perdente perché “conservatrice” nel suo professionismo partitico e nel suo statalismo d fondo.

Truss e Sunak – all’interno di uno “campo largo” moderato ancora maggioritario a livello sociale ed elettorale – riescono quindi a confrontarsi su due linee quasi alternative, visibili anzitutto in politica economica. Sulla questione forse di attualità più scottante – l’inflazione energetica – Sunak non sarebbe contrario a una “tassa straordinaria” sui superprofitti dei colossi energetici, per sussidiare i prezzi per le famiglie e le imprese. Si tratterebbe in realtà della rimodulazione di un piano “alla Macron” volto a favorire la transizione a fonti di energia pulite (ma Johnson l’aveva alla fine bocciato dopo l’insuccesso francese di fronte ai Gilet Jaunes). Più in generale, da ministro delle Finanze, Sunak (sostenitore della “minimum tax”  globale a livello G7) sta promettendo di non alzare le tasse abbassandole soltanto nel termine medio-lungo: con un’attenzione alle preoccupazioni internazionali condivise fra Governi e Banche centrali. Il freno fiscale, in questa visione, servirebbe ancora a pilotare via finanza pubblica la ripartizione fra costi e aiuti in un’economia “semibellica” e a coadiuvare la Banca d’Inghilterra nell’utilizzare la leva dei tassi senza eccessi.

Nettamente liberista, invece, l’approccio di Truss: che esclude tassazioni speciali sui colossi energetici, che sarebbero a suo avviso un segnale pericoloso per gli investitori internazionali che – soprattutto in questa fase – stanno decidendo dove ricollocare i loro capitali. In termini ampi, il ministro degli Esteri promette un maxi-taglio “thatcheriano” delle tasse di 30 miliardi di sterline, per stimolare in via diretta l’economia sia nei consumi che negli investimenti. Ma è una strategia che ha già suscitato forti reazioni nella prospettiva di finanziare parte della manovra con tagli agli stipendi più alti del dipendenti pubblici (sanità, esercito, pubblica sicurezza). E perfino la City non è convinta che la Gran Bretagna – già provata dal Covid anche nel budget pubblico – non imbocchi una strada ancor più inflazionistica, accendendo scontri fra Governo e Banca centrale.

L’esito finale del contest Tory verrà ufficializzato il 5 settembre: in tempo perché gli echi influenzino il rush della campagna italiana.

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