Ratzinger, gli occhi fissi sul primo istante

- Simone Riva

Nel 2005 Benedetto XVI firmava la sua prima enciclica: “Deus Caritas est”. Un cambio di prospettiva necessario, ricordato ora dal Natale

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Joseph Ratzinger (1927-2022), papa Benedetto XVI (2005-2013) (LaPresse)

Un anno fa Benedetto XVI iniziava a condividere la vita stessa di Dio. Il tempo passa, i ricordi sfumano, inesorabilmente la scena di questo mondo fa scattare il turno per tutti. Ci sono però delle scoperte che nemmeno il tempo può cancellare. Realtà di cui si accorgono in pochi, a volte uno solo, e che diventano conquiste per altri. Era il Natale del 2005 e Benedetto XVI firmava la sua prima enciclica: Deus Caritas est. Nessuno si sarebbe aspettato un titolo come quello. L’avevano già etichettato, il 265esimo successore di Pietro, incasellato per bene nei pregiudizi che mettono al riparo da qualsiasi rischio di confronto e paragone.

Quel titolo spiazzò tutti. La prima cosa che il nuovo Papa volle mettere al centro dell’attenzione è la sostanza della vita di Dio: l’amore. E all’inizio, al primo punto del documento, quella frase lapidaria: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”.

Si è sempre parlato di decisioni etiche e di grandi idee. Tanto, anche della vita quotidiana della Chiesa, era determinato da quella impostazione. Doveri, impegni, concetti, sforzi, regole, procedure, abitudini, impostazioni pastorali, slogan… tutto ben consolidato da anni. Quella frase arrivò come una liberazione. Non è chi non vedesse, infatti, la fragilità di quei modi schematici di proporre un cristianesimo per nulla affascinante, adatto solo per chi non aveva alternative. La vera sfida fu intuire la portata di quell’espressione: “incontro con un avvenimento”.

Rimase come in sospeso in larga parte del popolo cristiano, e in parte lo è ancora. Cosa vuol dire incontrare un avvenimento? Categoria, quella di “avvenimento”, insolita, guardata addirittura con sospetto fino a qualche anno prima. Un prete ambrosiano, don Luigi Giussani, si era già posto la questione: “Che cos’è infatti il cristianesimo? È forse una dottrina che ci si può ripetere in una scuola di religione? È forse un seguito di leggi morali? È forse un certo complesso di riti? Tutto questo è secondario, viene dopo. Il cristianesimo è un fatto, un avvenimento”. Adesso è il Papa a scriverlo, quasi volendo indicare da subito in quale direzione occorre fissare lo sguardo: l’origine.

Durante un corso di esercizi spirituali rivolto ai sacerdoti, che predicò da cardinale, disse: “In questo contesto è interessante ricordare che la Chiesa antica dopo la fine del tempo apostolico sviluppò come Chiesa un’attività missionaria relativamente ridotta, non aveva alcuna strategia propria per l’annuncio della fede ai pagani e che ciononostante il suo tempo divenne un periodo di grande successo missionario. La conversione del mondo antico al cristianesimo non fu il risultato di un’attività pianificata, ma il frutto della prova della fede nel modo come si rendeva visibile nella vita dei cristiani e nella comunità della Chiesa. L’invito reale da esperienza ad esperienza e nient’altro fu, umanamente parlando, la forza missionaria dell’antica Chiesa. La comunità di vita della Chiesa invitava alla partecipazione a questa vita, in cui si svelava la verità da cui veniva questa vita. Viceversa l’apostasia dell’età moderna si fonda sulla caduta di verifica della fede nella vita dei cristiani. In questo si dimostra la grande responsabilità dei cristiani oggi. Essi dovrebbero essere dei punti di riferimento della fede come di persone che sanno di Dio, dimostrare nella loro vita la fede come verità per diventare così dei segnavia per gli altri. La nuova evangelizzazione, di cui abbiamo oggi così urgente bisogno, non la realizziamo con teorie astutamente escogitate: l’insuccesso catastrofico della catechesi moderna è fin troppo evidente. Soltanto l’intreccio tra una verità in sé conseguente e la garanzia nella vita di questa verità può far brillare quell’evidenza della fede attesa dal cuore umano; solo attraverso questa porta lo Spirito Santo entra nel mondo” (Joseph Ratzinger, Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità, Jaca Book, Milano 1989, pag. 31).

Oggi pare che, persino dopo il primo fascino mosso dalla scoperta della fede come avvenimento, si stia facendo strada il sospetto che non basti. Non basta “l’invito reale da esperienza ad esperienza”, non basta la verità di Cristo nella vita dell’uomo “attesa dal cuore umano”, non basta la porta che lo Spirito Santo ha scelto per entrare nel mondo: si dovrebbe privilegiare sempre il nostro “concreto”.

Avendo in mente questo rischio forse capiamo perché anche Papa Francesco, nella sua prima enciclica, scrisse così: “Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: ‘All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva’. Solo grazie a quest’incontro – o reincontro – con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero. Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice. Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?” (Evangelii Gaudium, 7-8). La sorgente di ogni azione è custodita in quel primo istante da cui non possiamo permetterci di staccare gli occhi. Il Natale ce lo ha appena ridonato.

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