Quel bisogno di realtà in un tempo di rancore

- Federico Pichetto

La realtà smentisce le nostre aspettative, e noi, in cambio, invece di imparare, la investiamo di rancore. Ma i veri “malati” siamo noi

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Papa Francesco (LaPresse)

Basta poco, una frase sulla mancata benedizione di un cagnolino nella borsetta di una signora durante un’udienza generale, e tutta la stima, la simpatia e l’approvazione nei confronti del Papa scompare. Sostituita da un livore malcelato che rinfaccia al pontefice di essere a capo di una “congrega di pedofili”, di disporre di ricchezze immense non impegnate nel servizio ai più bisognosi, di essere ignorante in materia di famiglia o di paternità in quanto “non sposato”, “castrato”, “single”.

Non è una reazione emotiva, non è l’impulso di un momento, è cattofobia. Un sentimento recondito e represso che s’annida nelle corde profonde degli europei e che riemerge periodicamente in modo carsico ma costante. Si manifesta nella titubanza con cui i cattolici evitano di parlare di certi argomenti, si alimenta nel senso di colpa per cui un cattolico si dovrebbe ritenere responsabile delle crociate, della caccia alle streghe, di tutta la sporcizia che abita da sempre la Chiesa, e che – purtroppo – sempre la abiterà.

È dunque chiaro che tutto il consenso che c’è verso un pontefice, o verso qualche prete o vescovo della Chiesa cattolica, non sorge da un giudizio, ma dalla constatazione becera che quell’uomo “la pensa come me”, “fa il cristianesimo come piace a me”. Il nostro è un tempo intrinsecamente kantiano in cui il concetto di diritto ha sostituito il concetto di merito, in cui il giudizio – frutto del paragone fra quello che vedo e le domande che mi porto dentro – è stato sostituito dall’idea, ossia l’applicazione di quello che penso alla realtà.

In un simile contesto la vita smette di essere un’esperienza per diventare una continua recriminazione, un continuo risentimento. E tutto, dal collega di lavoro all’ultimo sacerdote della terra, si deve giustificare se vuole esistere, deve rientrare nei miei parametri se vuole essere ammesso alla mia conoscenza.

Per questo non apprezziamo gli altri per quello che scopriamo grazie a loro, ma molto più spesso per quello che confermano in noi. E la radice del consenso verso il Papa è tutta qui, in questa approvazione che dura finché dura il motivo che la genera. La cartina tornasole di questo atteggiamento radicalmente ateo, per cui io non sono mai il problema, ma è la realtà a essere malata, sta tutta nella vita quotidiana: infatti, se non capisco mia moglie, è lei che è sbagliata. Se non comprendo i miei figli, hanno loro qualche difficoltà. Se il papa dice una frase che non mi torna, è lui che “non sa quello che dice”.

Il venir meno dell’esperienza come impegno, come lavoro, come paragone, è dunque la radice di tutta la nostra instabilità. Un’instabilità che lascia spazio al già sentito, alle narrazioni di comodo, ai preconcetti, a quell’atavico risentimento anticristiano che in fondo ha già contagiato tutti. Inchiodare una persona, o comunque la Chiesa, ai propri sbagli, ai propri errori, è il miglior modo per non fare i conti con la pretesa che quella persona – che la Chiesa – porta. Perché, anche dovessimo arrivare a benedire tutti i cagnolini in tutte le borsette del mondo, l’infelicità degli uomini starebbe ancora lì sul tavolo, patente alla luce del sole. E se nostro marito o nostra moglie diventassero quelli che sogniamo, o i nostri figli fossero come li abbiamo sempre sognati, e se tutti i nostri desideri si realizzassero, nulla accadrebbe: la nostra infelicità sarebbe sempre lì, pronta a riemergere alla prima battuta, alla prima parola fuori posto.

Bramiamo per non cambiare, cambiamo un po’ di colore – come i camaleonti – per non cambiare. E in fondo aggrediamo tutto quello che intuiamo ci possa portare a cambiare. Perfino nei grandi cambiamenti della storia o della Chiesa diventiamo Gattopardi per evitare di cambiare. E se ci accorgiamo che la ruota non gira più dalla nostra parte, riemerge dalle tenebre del cuore tutto il nostro rancore, tutta la nostra rabbia, e – se si tratta di Chiesa – tutta la nostra cattofobia.

Gli europei sono gente infelice, ubriachi dei loro diritti e delle loro chiacchiere, che spengono i loro vuoti in proteste di cui si stancano, in serate in cui si sballano, in amori che in fondo non amano. S’appassionano agli animali che attutiscono il loro dolore, alle medicine che ottundono il loro dolore, ai figli voluti a tutti i costi che riempiono il loro dolore, alle pratiche di morte che tolgono il loro dolore, ai diritti che esprimono tutto il loro tentativo di eliminare il dolore. La grande questione è tutta qui, il tema che essi nascondono dietro lo sdegno con cui inveiscono contro il Papa è tutto qui. Al punto che verrebbe da dire, forse con un po’ di ingenuità, “benedicano tutti i loro cani”, “siano dati loro tutti i diritti”, “sia concesso loro qualunque cosa”. Certi che nulla basta al cuore dell’uomo. Certi che, nel cuore di ciascuno, il senso religioso è l’ultimo baluardo di quell’ampiezza, di quella grandezza, di quella profondità che non può essere confusa o ridotta a nulla perché è esigenza di vero, di bello, di giusto, di buono. E di fronte ad una domanda così, il metodo lo detta l’oggetto, lo impone l’oggetto. Ogni cosa più misera, più piccola, più sbiadita, può illudere che – sul momento – risolva la questione. Ma in fondo la rende soltanto più urgente, più dolorosa. Più drammatica.

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