100 GIORNI DI CONTE 2/ Dal Mes alla PopBari, ci resta il conto salato dei rinvii

- Stefano Cingolani

Il Governo Conte-2 ha tagliato il traguardo dei cento giorni, contraddistinti da rinvii e annunci di intervento pubblico in molti campi

Palazzo_Chigi_Lapresse
Palazzo Chigi (Lapresse)

Cento giorni e ne dimostra già mille. Logorato dall’interno, sommerso dalle emergenze, dissanguato da ferite che si è inflitto da solo (si pensi alle micro-tasse), bersaglio di odi, risentimenti e ripicche (e qui viene in mente Matteo Renzi sulle banche e Luigi Di Maio su quasi tutto il resto), il Governo giallo-rosso naviga a fatica tra i flutti e rischia ogni giorno di finire sugli scogli. Diviso, improvvisato, confuso, soprattutto senza rotta. Sembra un giudizio viziato da pregiudizio, come le critiche che vengono dall’opposizione (la quale del resto fa quel che deve fare, cioè opporsi). Allora guardiamo ai fatti, cominciando dalla fine, cioè dal Mes.

Si può essere d’accordo oppure no sulla riforma del meccanismo salva-stati, ma è evidente che su una scelta importante che impegna nel medio termine i comportamenti dei Governi (vincolati a una politica di riduzione del debito) e dei cittadini (sottoposti a una politica di bilancio in equilibrio) bisognava discutere apertamente cercando un consenso interno (che alla fine era possibile raggiungere) grazie al quale sarebbe stata ben più forte la capacità di trattare a Bruxelles e a Francoforte (per quel che riguarda le banche e la ricaduta sulla politica monetaria) tutelando gli interessi del Paese, non quelli parrocchiali che cambiano a ogni stormir di governo, ma quelli di fondo. Invece si è lasciato che questioni di tale spessore venissero affrontate con liti da comari che, com’era prevedibile, sono sfociate in un rinvio.

Rinviare, non decidere, del resto, è il motivo conduttore di questo Governo insieme all’altro refrain vuoto ancor più del primo: l’intervento dello Stato salvatutto e salvatutti senza sapere come, con quali strumenti e, soprattutto, con quali quattrini. Da Taranto a Napoli, da Bari a Roma, è tutto un promettere, suscitando aspettative che sappiamo non saranno rispettate, gonfiando ancora di più la rabbia, la protesta, una sorda voglia di metastorica rivincita.

È frutto di un rinvio anche l’ultima baruffa, quella sulla Banca Popolare di Bari che ora si vorrebbe salvare con un miliardo di euro usciti dal Tesoro. È da almeno un paio d’anni che la banca è sull’orlo del tracollo, un’altra popolare che risulta gestita in modo clientelare come le altre cadute una dietro l’altra. Si poteva intervenire prima? La Banca d’Italia aveva acceso la luce gialla, dove accenderla rossa fin dall’inizio? Si ripropongono già le stesse polemiche che abbiamo già sentito ormai da dieci anni con le crisi del Monte dei Paschi di Siena, della Etruria e delle altre banchette del Centro Italia, della Popolare di Vicenza, di Veneto Banca. Tutto questo perché fin dall’inizio si è continuato a dire che erano casi isolati senza mettere in campo un intervento più ampio per ricapitalizzare le banche dopo averle ripulite delle sofferenze e aver cambiato banchieri e manager che non le hanno sapute gestire. Non è colpa di questo Governo soltanto, sia chiaro, ma la sua responsabilità e di continuare sulla solita via senza ritorno. Alla fine pagheranno i contribuenti e i risparmiatori.

Così come stanno pagando per l’Alitalia che ormai assomiglia a un vero vaudeville, sì, quelle tipiche commedie francese in cui uno entra e l’altro esce, con tanta confusione in scena, porte che sbattono e scambio di ruoli. Lufthansa è fuori, no è dentro. Le Ferrovie ci stanno o non ci stanno? E Atlantia minacciata di farla fallire e poi chiamata in soccorso della compagnia aerea? Gli esuberi prima non esistono, poi esistono, ma meno del previsto. Nessuno che si assuma la responsabilità di dire come stanno davvero le cose. Intanto si prende tempo prestando denaro pubblico che mai verrà restituito. Non è grottesco tutto ciò?

Tragico quel che accade a Taranto con l’Ilva ormai gestita non dalla Arcelor Mittal, e nemmeno dal Governo, ma dalla magistratura che accende gli altiforni, poi li spegne, mentre si alternano le più strane proposte (forni elettrici, forni a gas, facciamo il porto e chiudiamo il siderurgico, e via via fantasticando nemmeno fosse la formazione della squadra di calcio). Ipotesi senza realtà, promesse senza sostanza. Lo stesso per quanto riguarda la vertenza Whirlpool che doveva essere già risolta quando Luigi Di Maio era ministro dello Sviluppo e del Lavoro.

A tutto ciò si aggiunge il balletto sulla Legge di bilancio. Anche qui sarebbe ingeneroso gettare la colpa su questo Governo, tutti i Governi hanno danzato in modo più o meno selvaggio attorno al totem delle tasse e delle spese. Ma poche volte si è assistito a imposte tanto “disfunzionali” progettate, presentate, ritirate, rinviate, ridotte, tagliate, smembrate. Un polverone che si poteva evitare concentrando gli interventi di politica fiscale su poche cose certe e davvero efficaci.

È frutto di impreparazione, improvvisazione, incapacità a maneggiare l’arte del governo? Anche. Ma dietro c’è senza dubbio la struttura di una maggioranza instabile perché composta da forze politiche che, come l’olio e l’acqua, possono stare insieme solo separate. Una volta la spallata viene dai cinquestelle, un’altra da Renzi, con il Pd che cerca di stare un po’ qua un po’ là finché non si alza dal suo interno chi chiede di contarsi, andare al voto, perdere. Meglio una sconfitta onorevole che una vittoria presunta e disonorevole. Pochi, ma buoni. E se ne parla alla prossima legislatura. Finirà così? Adesso il partito trasversale del non voto è più forte, ma non sappiamo ancora per quanto.

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