AFGHANISTAN/ “Grazie a Biden l’Isis ha di nuovo una base per tornare in Siria e Iraq”

- int. Michela Mercuri

Se l’Afghanistan è caduto così rapidamente le colpe non sono solo dell’esercito, ma soprattutto dei capi politici, abbandonati dagli Usa

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Miliziani afghani nella provincia anti-talebana del Panshir (LaPresse)

Sarà una repubblica islamica simile a quella dell’Iran, l’Afghanistan dei “nuovi” talebani. Lo ha detto l’ormai noto portavoce Zabihullah Mujahid in un’intervista alla Cgtn, canale in lingua inglese del network statale cinese Cctv. Il significato è semplice: la più alta autorità sarà religiosa, nella persona della guida dei talebani dal 2016, Hibatullah Akhundzada. In quanto guida religiosa, a lui verrà riconosciuta la più alta carica del Paese: il  potere di decidere la linea politica, annullare le leggi e anche  rimuovere il presidente. Al leader supremo viene riconosciuta l’ultima parola su tutte le questioni di Stato. Questo in un quadro tutt’altro che stabile, quello di un paese poverissimo privato degli aiuti internazionali e con un nemico interno, l’Isis-K. Intanto, in un occidente scottato profondamente dalla sconfitta, tutti, da Biden ad Angela Merkel fino al Papa chiedono “mai più guerre per la democrazia”. Un intento utopico, per Michela Mercuri, docente di storia contemporanea dei paesi mediterranei all’Università di Macerata ed esperta di Libia (e autrice, insieme a Paolo Quercia, di Naufragio Mediterraneo. Come e perché abbiamo perso il Mare Nostrum): “non solo per l’importanza dell’industria degli armamenti che tiene in piedi alleanze fra paesi occidentali e paesi del Golfo, ma per l’incapacità dei nostri governi a capire la differenza culturale enorme tra occidente e paesi orientali”.

Un passo indietro. Siamo ancora tutti stupiti della rapidissima vittoria afgana, si dà la colpa all’esercito  accusato di non aver voluto combattere, ma è davvero così?

Nonostante quello che si dice da molte parti, va  invece sottolineato che le forze afgane hanno sempre avuto la volontà di combattere. Non dimentichiamo che dall’arrivo degli americani nel 2001 l’esercito afgano ha sacrificato 65mila combattenti per difendere il proprio paese. Le forze afgane hanno però dovuto affrontare molte sfide, a partire da quando Obama nel 2012 dichiarò il passaggio di consegna sperando di lasciare il paese agli afgani.

Invece?

Nei fatti l’esercito afgano e soprattutto le forze di polizia non avevano raggiunto la capacità di organizzare atti difensivi e offensivi in maniera autonoma. Gli Usa si erano disimpegnati da tempo e questo non ha giovato. E quando si sono disimpegnati anche dal punto di vista diplomatico le cose sono degenerate. Quando i capi politici e istituzionali hanno subito delegato il potere ai talebani, anche i membri dell’esercito si sono spaventati e hanno agito di conseguenza.

Ma perché i capi istituzionali si sono arresi?

La rapidità dell’avanzata talebana va ricondotta alla capacità di convincimento dei rappresentanti governativi e dei comandanti sul piano culturale ma anche con il ricatto, cioè consegnare le armi per avere salva la vita. Mossa efficace dal punto di vista politico che ha fatto modo che conquistassero i primi distretti e che ha fatto pensare si trattasse di una offensiva più massiccia di quanto è stata veramente.

Quindi ha ragione l’ambasciatore della Nato Stefano Pontecorvo quando dà la responsabilità della sconfitta al presidente afgano e ai suoi collaboratori?

Sì, ma c’è stato anche l’errore di Biden. Lasciare pur sapendo che i talebani erano già forti in molte province e conoscendo grazie all’intelligence la debolezza delle forze governative è stato forse il più grave errore del disimpegno di Biden. In realtà il ritiro era previsto, quello che non era previsto è stata la velocità con cui tutto è accaduto. Le scelte del presidente hanno contribuito a rendere ancor più drammatico quello che era già difficile dal punto di vista operativo. Sarebbe stato comunque maggiormente sostenibile se Biden avesse seguito le indicazioni del Pentagono e dell’intelligence.

Cosa prevedevano?

Prevedevano un disimpegno progressivo basato anche su quello che sottintendeva l’accordo di Doha, determinate condizioni e una determinata scansione temporale.

Angela Merkel e lo stesso Joe Biden hanno dichiarato mai più guerre per esportare la democrazia. È un cambiamento epocale?

Credo che sia pura utopia pensarlo, non solo per l’importanza dell’industria degli armamenti che tiene in piedi alleanze fra paesi occidentali e paesi del Golfo, economie di interi paesi, ma trovo altrettanto utopistico che non ci saranno più guerre con il pretesto di esportare la democrazia. Forse non verrà più usato questo termine ormai obsoleto, ma sicuramente dobbiamo tenere conto che il concetto di democrazia che deriva dalla cultura occidentale è diverso da quello delle culture orientali, non sono sovrapponibili.

Cioè?

Forse non abbiamo imparato nulla dai nostri errori, ma basterebbe tornare indietro a quando cominciava l’invasione dell’Iraq. Ancora oggi il paese è in guerra, abbiamo invaso dove c’erano problemi di carattere politico ma mai nulla di paragonabile a quello che abbiamo lasciato a una generazione di iracheni abituata a convivere con la guerra ancora non si sa fino a quando.

Tutti errori che hanno cambiato il mondo in peggio, è così?

Sono stati spesi triliardi di dollari provocando un numero spropositato di morti in Iraq, Afghanistan e anche in Libia, altro paese dove si è intervenuti per esportare la democrazia. Paesi devastati divisi da settarismi, guerre interetniche, una situazione politica in questi paesi che non ha nulla a che vedere con l’esportazione della democrazia. Come ricorda Sergio Romano, nel clima di ottimismo che regnava alla Casa Bianca prima dell’invasione dell’Iraq, nessuno sembrava ricordare la nascita del paese, un precario collage di etnie assemblato da Churchill nella conferenza del Cairo del 1921. Abbiamo fatto i conti con l’Iraq e con la Libia ma il conto più salato ce lo presenterà l’Afghanistan.

L’Isis ha lanciato la sua guerra contro i talebani, la loro presenza li destabilizzerà?

La presenza di Isis-K metterà in difficoltà i talebani. Entrambi si contendono il primato dell’orrore fondamentalista. Hanno però obiettivi diversi, i talebani si limitano al controllo del paese, l’Isis ha un obiettivo globale che punta a un califfato islamico. Potrebbero tornare in Siria e Iraq avendo come base l’Afghanistan. Inoltre in un momento in cui tutto il mondo guarda l’Afghanistan l’Isis vuole cogliere questa occasione per far tornare a parlare di sé. Va detto che le posizioni dei talebani e dello stato islamico appaiono inconciliabili, si sono contesi il monopolio delle operazioni terroristiche e quindi non corre buon sangue soprattutto perché l’Isis considera i talebani religiosamente impuri e politicamente compromessi con il diavolo americano.

È in preparazione un G20 sull’Afghanistan molto delicato. Le super potenze hanno posizioni diverse, quali sono gli ostacoli maggiori? Si troverà un compromesso valido?

Sono scettica sulla riuscita di questo G20, da cui potrà al massimo uscire una dichiarazione di intenti che poi difficilmente verrà rispettata. In Afghanistan ci sono interessi di potenze in contrasto in alcuni casi fra di loro, ad esempio la Russia, la Cina e la Turchia, che è membro della Nato ma che spesso si è scontrata con la Ue. Ai talebani fra l’altro interessa molto la Turchia: hanno chiesto a Erdogan e al Qatar di sgombrare le forze militari e poi controllare l’aeroporto civile. Questo potrebbe cambiare il quadro. Si tratta di nazioni, Cina compresa, con cui è necessario mai come in questo momento dialogare, cercando di appianare le differenze. Il governo italiano apparentemente si sta muovendo nella direzione giusta, Draghi potrebbe mediare seppur tra mille difficoltà tra questi paesi. D’altra parte invece la Ue sembra non avere le idee chiare su cosa fare, ancora una volta.

(Paolo Vites) 

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