ALITALIA/ 50 aerei e 5.000 dipendenti, un “rilancio” che sa già di flop

- Guido Gazzoli

Si avvicina l’inizio dell’attività della nuova Alitalia, che pare intenzionata a volare con 50 aerei e 5.000 dipendenti. Numeri poco confortanti

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5000 dipendenti e 50 aerei… vista così sembrerebbe già di per sé una piccolissima compagnia aerea, però stiamo parlando di Alitalia, il vettore che dovrebbe rappresentare nel mondo una delle nazioni con un potenziale che include una forte vocazione turistica, visto e considerato le sue uniche bellezze, e un Paese che ha pure, anzi avrebbe, la possibilità, una volta passata la tempesta Covid-19, di rinascere.

Come sia possibile tutto ciò con questi numeri è un mistero, anche se la situazione attuale azzererebbe qualsiasi capacità di previsioni future, ma partire con una dimensione così esigua (annunciata in questi giorni) fa venire in mente anni passati nei quali compagnie aeree investite da crisi importanti per non aver potuto o voluto evolversi con piani qualificati, tiravano fuori, nelle varie lingue, lo stesso slogan: volare solo dove conviene, tagliando quasi tutto. Inutile dire che questa pretesa era la base per un successivo fallimento delle stesse, anche perché una filosofia del genere dimostra una visione davvero ristretta dell’intero settore.

Certo è che il trasporto aereo non potrà essere più quello di prima, ma, come tanti segmenti di un’economia come la nostra, deve chiedersi se non sia il caso di rivedersi dalle sue fondamenta e proporsi come obiettivo non solo il rispetto dell’ambiente, ma pure quello dell’essere umano, in grado di adattarsi alle varie situazioni con intelligenza, insomma deve sapere rinnovarsi.

“La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica”, diceva un tale Adriano Olivetti, italiano, uomo di grande cultura generale e di avanzatissime intuizioni industriali. Uno che a cavallo degli anni ’50 e ’60 aveva visto nell’informatica il futuro ma non solo: aveva dimostrato a chiare lettere che il coinvolgimento del lavoratore, il suo bene prezioso del know-how, la sua cultura potevano trovare proprio all’interno della fabbrica un polo di confronto in grado alla fine di portare benefici non solo economici, ma anche umani, incredibili.

Ma perché citare il grandissimo Olivetti, un personaggio che ancora oggi a ricordarne i soli principi si viene presi per futuristi? Perché proprio la questione Alitalia ha visto negli anni distruggere, con una capacità assolutamente masochistica, occasioni irripetibili, risorse invidiate, capacità di uno spessore grandissimo, all’altare di una politica ignorante, priva di scrupoli e pensierosa solo di approntare quel sistema che nell’arco degli anni ha portato indescrivibili vantaggi al partito degli “amici degli amici”. Ma Alitalia ha anche rappresentato, proprio con il cancro appena descritto al suo interno, un Paese che avrebbe tutte le capacità, risorse e ingegno per rinascere, ma che proprio non ne vuol sapere di decollare.

Il Covid-19 ci ha insegnato tante cose: anzitutto che bisogna saper ricostruire un futuro basato però, lo ripeto, su principi differenti, che sono poi quelli che pure in passato non solo Olivetti, ma anche diverse altre persone proprio in Alitalia avevano tracciato, esperienze buttate nel cesso spesso prima ancora di iniziare, ma che oggi possono tornare utilissime.

In primo luogo il coinvolgimento integrale dei lavoratori in azienda attraverso una loro partecipazione azionaria e anche una diversa relazione con la dirigenza, più collaborativa: non per niente da lì negli anni ’60 è arrivato un logo che ancora oggi è rivoluzionario (ma si vuol buttare nel cesso) nella sua essenza e rappresenta, come il geniale nome della compagnia Alitalia (altro candidato alla latrina), un elemento che, quando venne realizzato proprio perché questa collaborazione c’era, ha costretto la altre compagnie a cambiare i loro simboli. E questo è uno dei tanti esempi che si potrebbero citare.

Quindi buttare nel cassonetto le maestranze, come accadde nel 2009, vuol dire perdere know-how costosissimo e che può ancora fare la differenza. Bisogna aprire nuove rotte, sviluppare mercati, essere di supporto all’intero Paese e alla sua voglia di rinascita, puntare sul cargo da subito e sulla manutenzione. Settori che buttati allo sfascio anche in questi ultimi anni hanno vieppiù accelerato la situazione di crisi della compagnia.

Insomma, se i tre miliardi di finanziamento promessi sono veri, sarebbero sufficienti per approntare quel decollo che ormai si attende da più di 30 anni ma che la commistione politico-sindacale ha sempre fatto abortire e il recente servizio giornalistico effettuato dalla trasmissione Report lo ha dimostrato: con i responsabili di alcuni crac che si sollevano da tutte le responsabilità possibili, come se a essere a capo di un Governo o di una Azienda ci si possano permettere errori macroscopici, poi ripetuti in altre situazioni (Piaggio Aerospaziale fallita) solo per mettersi al servizio di capitali stranieri di dubbia qualità etica e morale.

E qui ci risiamo, perché tra gli obiettivi primari c’è la ricerca di un partner industriale: la questione purtroppo ancora in ballo è quella delle alleanze o con la famigerata Lufthansa (che versa in situazioni altamente critiche, ma che è sponsorizzata dal populismo al Governo) o rimanere in quella attuale che ha partner di grande rilievo come la statunitense Delta o Air France. Il punto è che con i numeri illustrati nell’ultima conferenza stampa (solo 6 aerei di lungo raggio – dei 26 attuali – dei 50 che dovrebbero comporre la flotta) o si inizia a comprarne di nuovi approfittando delle offerte delle case costruttrici, in modo da raggiungere in breve tempo i numeri attuali, o si costruisce una compagnia aerea ancellare agli interessi di altri vettori, in pratica ripetendo una delle tante “operazioni” Etihad, rivelatesi fallimentari e che alla fine hanno regalato settori remunerativi di Alitalia.

I sindacati poi devono darsi non tanto una regolata quanto una ricostruzione integrale (ma questo a livello nazionale, sia chiaro) smettendola di essere un club di privilegiati dalle varie dirigenze a base di buste paga alquanto strane nei loro importi e soprattutto piantarla di essere la cinghia di trasmissione delle pazzesche ricette aziendali come in passato. Lo ripeto: il cambiamento, e non solo in Alitalia, deve partire, nell’irripetibile occasione offerta dalla pandemia, da una completa rifondazione del sistema basandosi su principi che proprio in Italia hanno avuto i primi sostenitori. Mettendosi in testa che il club degli amici degli amici porta alla schiavitù, mentre quello dell’innovazione vera del sistema ci incamminerebbe dritti verso quel Rinascimento che (quasi) tutti vogliamo.

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