AMBASCIATORE UCCISO IN CONGO/ “Rapina, ribelli, Stato islamico: ecco le vere piste”

- int. Marco Di Liddo

Ucciso in un attacco l’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio. Molte le ipotesi possibili, compreso lo Stato islamico, bisognoso di accreditarsi internazionalmente

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Caschi blu e militari del Congo sul luogo dell'attacco ad Attanasio e Iacovazzi (LaPresse)

L’ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo, Luca Attanasio, e il carabiniere Vittorio Iacovacci, membro della sua scorta, sono rimasti uccisi nel corso di un attacco nella zona dei monti Virunga, fra Congo, Ruanda e Uganda. I due si trovavano in viaggio con un convoglio del World food programme, insieme ad altre persone, diretto a Rutshuru, a nord di Goma, per visitare una scuola dello stesso Wfp impegnata in un programma di alimentazione dedicato agli studenti, una delle tante iniziative benefiche del giovane ambasciatore che si era distinto proprio per questa attenzione alla povertà imperante nel paese africano. Non è ancora chiaro chi siano stati gli autori dell’attentato: il Congo è un paese devastato, soprattutto in quella zona orientale, tanto da bande criminali quanto da gruppi separatisti “anche islamisti, che da qualche tempo si stanno facendo più forti e stavano giusto cercando di compiere un’azione di livello internazionale che garantisse loro visibilità” ci ha detto in questa intervista Marco Di Liddo, responsabile dell’Area Geopolitica e analista responsabile del Desk Africa e del Desk Russia e Balcani presso il CeSI (Centro Studi Internazionali).

Al momento, visto il caos che si vive in Congo, non è possibile decifrare chi sia il responsabile dell’attacco. Le autorità locali privilegiano la pista del gruppo ribelle armato delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda, che in passato ha rapito turisti e ucciso centinaia di civili. Lei che idea si è fatto?

Senz’altro è una pista, ma le ipotesi sono diverse. Sono molti i gruppi armati che operano in quella zona, spesso prendendo di mira i ranger del parco, famoso per i suoi gorilla di montagna. Ci sono anche i ribelli ruandesi, che superano il confine per rubare, uccidere e rapire, bande di criminali comuni. Ci sono, poi, gruppi Hutu e Tutsi che sono organizzazioni criminali, ma hanno anche un’agenda politica che si oppone al governo e ai suoi alleati, incluso l’Onu, e rivendicano il controllo del territorio e anche il controllo dei traffici illeciti di oro e minerali per l’alta tecnologia di cui è ricco il paese.

Altre possibili piste?

C’è un altro soggetto di cui fino a oggi si è parlato poco. È lo Stato islamico, presente con la provincia dell’Africa Centrale. È un attore non meno attivo, anzi in costante ascesa. Però ha ancora bisogno di una grande azione internazionale e con un obiettivo dal grande richiamo mediatico: quindi, in questo senso, le Nazioni Unite sono il bersaglio giusto per accreditarsi a livello internazionale.

Il gruppo attaccato non aveva la scorta dei Caschi blu, perché la strada era considerata sicura. Lei pensa che Attanasio sia morto mentre tentavano di rapirlo?

Su questo non possiamo dire nulla, può essere successo di tutto. Può essere deceduto nei secondi immediatamente successivi all’attacco colpito da un proiettile oppure può essere che volessero solo rubare del cibo. Sinceramente, però, non si possono avanzare ipotesi.

All’inizio si era detto che Attanasio era in viaggio con una missione del Monusco delle Nazioni Unite. Di cosa si tratta?

È la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Congo orientale (Mission de l’Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo, ndr), una delle più numerose al mondo, conta circa 20mila Caschi blu. È l’unica missione che ha un mandato più estensivo in materia di armamenti, mandato modificato nel 2012 per far fonte all’insorgenza del Movimento 23 marzo.

Che movimento è?

Una milizia tutsi. Si è voluto dare più forza ai Caschi blu per dare maggiore capacità cinetica, visto che una pura forza di pace non bastava. Il problema è che Monusco, pur avendo raggiunto importanti obiettivi, è una missione ambigua. Ci sono continue accuse da parte della società civile su presunti abusi di carattere sessuale commessi dai Caschi blu.

Il Congo da sempre è il paese più ricco dell’Africa, ma da sempre è anche il più sfruttato. Chi detiene il potere reale oggi?

Formalmente il presidente Félix Tshisekedi, figlio di Etienne Tshisekedi, uno dei più grandi leader dell’opposizione da tempo immemore. Ma Félix è un presidente un po’ zoppo, perché nelle istituzioni è ancora forte la presenza dei fedelissimi dell’ex presidente Joseph Kabila, uomo forte che ancora regge le fila dietro le quinte. È un paese che esiste solo sulla carta, una invenzione coloniale, è abitato da più di 300 gruppi etnici con le proprie caratteristiche culturali ed è un paese, nonostante l’enorme ricchezza, tra i più poveri dell’Africa a livello di infrastrutture e non solo, diviso da tensioni etniche e aneliti separatisti, oltre tutto manipolato da diversi attori tanto interni che internazionali.

Lei ha sempre detto giustamente che per risolvere il problema del terrorismo bisogna dare a un paese la possibilità di sviluppo sociale ed economico. Il Congo è stato pesantemente sfruttato da sempre, non è che all’Occidente fa comodo tenere i paesi africani in questo stato?

Domanda da un milione di dollari. Per il Congo è sempre stato così, ma per un paese occidentale la cosa migliore sarebbe non mantenerlo instabile, ma stabilizzarlo, magari con un dittatore amico legato a lui.

Ma i paesi che vogliono mettere le mani nelle ricchezze africane sono tanti, non uno solo.

Fino a un certo punto. Però è vero che il Congo è una realtà enorme su cui si specula proprio a causa della divisione politica.

(Paolo Vites)

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