AMPUTAZIONI IN AFGHANISTAN/ Cosa separa la giustizia dalla macelleria dei talebani?

- Mauro Leonardi

L’Afghanistan intende reintrodurre le amputazioni punitive. Un supplizio che serve a “proteggere” la virtù. Cosa dice il resto dell’islam?

afghanistan talebani 4 lapresse1280 640x300
Cadavere appeso a una gru ia Herat, in Afghanistan (LaPresse)

Il mullah Nooruddin Turabi, ex ministro della Giustizia e del famigerato ministero per la Protezione della Virtù e la Persecuzione del Vizio (appena riaperto al posto di quello per i Diritti delle donne) dichiara apertamente che l’intenzione del governo talebano è quella di reintrodurre le amputazioni punitive. Tagliare mani e piedi, frustare, accecare, uccidere attraverso la lapidazione è un mezzo necessario “per garantire la nostra sicurezza interna”.

Al momento, pare voler concedere controvoglia che, diversamente da quanto avveniva in passato, le punizioni non si tengano più in pubblico: anche se non è chiaro quanto siano credibili queste affermazioni, visto che negli ultimi giorni si è espresso a favore dell’umiliazione pubblica dei ladruncoli di strada. Per altro, se le efferatezze non fossero pubbliche potrebbero essere perpetrate senza alcun notorietà, e quindi senza alcun controllo da parte della comunità internazionale: ciò che è ingiustificabile ma almeno era chiaro, ora potrà essere nascosto, dissimulato, perfino negato.

In 1984, George Orwell racconta come nel paese del Grande Fratello ci fossero il ministero della Verità, che si occupava dell’informazione, dei divertimenti, dell’istruzione e delle belle arti; il ministero della Pace, che si occupava della guerra; il ministero dell’Amore, che manteneva la legge e l’ordine pubblico; e il ministero dell’Abbondanza, responsabile per gli affari economici. Chi ha letto il capolavoro orwelliano ricorderà che fra tutti, il ministero dell’Amore – similmente al talebano ministero per la Protezione della Virtù e la Persecuzione del Vizio – incuteva un autentico terrore. Era assolutamente privo di finestre e Winston non ci era mai entrato, anzi non vi si era mai accostato a una distanza inferiore al mezzo chilometro. Accedervi era impossibile, se non per motivi ufficiali, e anche allora ciò avveniva solo dopo aver attraversato grovigli di filo spinato, porte d’acciaio e nidi di mitragliatrici ben occultati. Anche le strade che conducevano ai recinti esterni erano pattugliate da guardie con facce da gorilla, in uniforme nera e armate di lunghi manganelli. Ora, nell’Afghanistan dei talebani ogni più piccola città e villaggio avrà dei luoghi preposti a questi mostruosi spettacoli, cui gli afghani potranno assistere ogni venerdì a metà giornata, cioè dopo essere usciti dalle funzioni della moschea.

In questo contesto, l’utilizzo della parola virtù è assolutamente agli antipodi rispetto a come viene intesa nella tradizione cristiana. Basta aver presente che alle origini del cristianesimo la confessione dei peccati era pubblica: perché ci si sentiva completamente accolti, non giudicati, aiutati e sostenuti. Quello che i talebani stanno disegnando sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale è un islam che conosce solo la vendetta come strumento di giustizia. Credo che sia compito delle autorità musulmane del resto del globo smentire quest’orribile miscela di Corano e di pashtun.

L’occidente ormai sa bene che la giustizia intesa solo come applicazione di leggi crea orrori e storture. Solo coniugata assieme al perdono, all’amore, alla fraternità umana, alla consapevolezza della fragilità, alla necessità di un discernimento particolare, la giustizia può diventare virtù e quindi, in quanto tale, elemento di supporto alla vita dell’uomo.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI



© RIPRODUZIONE RISERVATA