APPELLO A CONTE/ “Vada in parlamento o il suo Recovery è incostituzionale”

- int. Enzo Cheli

Conte ha una doppia tentazione incostituzionale: continuare a fare a meno del parlamento e fare da solo sul Recovery. Deve abbandonarle entrambe

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L'aula del Senato (LaPresse)

La cabina contiana di pilotaggio del Recovery sulla quale si sono impuntati i partiti di maggioranza “è una proposta sbagliata perché scavalca l’impianto normale del governo, dell’amministrazione dello Stato, della nostra Costituzione. Ma l’errore non può essere un motivo valido per sfiduciare il governo” dice al Sussidiario Enzo Cheli, costituzionalista, già vicepresidente della Consulta.

Se anzi il governo vuole governare l’emergenza e la terza ondata, spiega il giurista, rimediando all’impopolarità dei provvedimenti, occorre che torni al più presto a coinvolgere il parlamento.

Il governo M5s-Pd attraversa una fase di instabilità che sembra da ricondurre alle pretese dei partiti. È la lettura giusta?

Questo governo da alcuni mesi sta affrontando la situazione più difficile e complessa che si sia vista nella storia della repubblica. Lo sta facendo con molto impegno e con una buona dose di disordine.

Da cosa dipende?

Ogni governo, per operare efficacemente in situazioni così eccezionali, deve avere un forte sostegno dell’opinione pubblica. Questo consenso per il momento è abbastanza limitato, se non largamente perduto, e la causa va cercata in una certa irrazionalità dei comportamenti del governo.

È anche un problema di informazione?

In parte sì: l’esecutivo non ha spiegato nei dettagli cos’è accaduto e cosa sta accadendo, non ha usato l’informazione per stimolare la solidarietà invece della paura.

Irrazionalità – lei ha detto – nei comportamenti. O piuttosto nelle decisioni?

L’emotività nei comportamenti ha portato a una moltiplicazione dei provvedimenti per fronteggiare l’emergenza. Se mettiamo per un momento da parte le anomalie nel ricorso ai Dpcm, la successione rapidissima con la quale sono stati emanati i provvedimenti ha sconcertato e disorientato l’opinione pubblica. Si è creato un distacco che ha finito per terremotare i partiti della maggioranza indebolendo il governo.

Si parla di rimpasto: il Pd lo vorrebbe ma non lo dice, Renzi lo vuole, ma prima minaccia di ritirare i ministri e poi fa dietrofront. 

A mio modo di vedere non è questo il momento di far cadere il governo, semmai di appoggiarlo all’insegna dell’unità nell’emergenza. Parlare di crisi, elezioni e rimpasto è proprio di una classe politica che ha perso il senso della realtà e alimenta la sfiducia. I conti, per chi li vuol fare, si fanno dopo.

E da parte del governo?

Serve un’informazione migliore e più razionalità. Meno provvedimenti e più coordinamento.

Il problema si è aperto perché Conte ha proposto una governance del Recovery Plan slegata dai ministeri e dal parlamento. Una simile task force è costituzionale?

No, non lo è. È un esempio dell’irrazionalità che dicevo, indotta dalla pressione dell’Europa e dalla fretta di decidere. È una proposta sbagliata perché scavalca l’impianto normale del governo, dell’amministrazione dello Stato, della nostra Costituzione. Ma l’errore non può essere un motivo valido per sfiduciare il governo; ancor meno in un momento come questo, con l’opinione pubblica sconcertata, sofferente e anche ostile. Occorre piuttosto rimediare all’errore e proseguire.

Vediamo le cose da Bruxelles. Gli aiuti e i prestiti del piano europeo sono uno strumento politico. Il parlamento (italiano) è solo un intralcio che tocca al premier (italiano) risolvere e superare.

Al governo spetta il compito di definite il progetto di distribuzione delle risorse derivanti dal Recovery Fund, ma l’approvazione definitiva del progetto spetta al parlamento.

Bastano i ministeri a gestire i progetti?

La gestione del Recovery e l’uscita dell’economia dalla crisi pandemica sono un’impresa che l’amministrazione tradizionale non può fronteggiare da sola senza una macchina apposita. Ma questa va costruita dentro l’amministrazione e dentro il governo, con il sostegno del parlamento.

Ci sono precedenti?

Certo. Pensiamo alla Cassa del Mezzogiorno.

Per fare la struttura proposta da Conte ci vuole una legge o basta un atto del governo?

Può anche bastare un atto del governo. Gli strumenti ci sono, vedi i comitati interministeriali. L’apparato tecnico può essere ampliato e rafforzato, ma il potere decisionale deve rispettare la Costituzione.

Torniamo all’emergenza. È polemica sulle strade piene. Dipende dall’indisciplina o dai provvedimenti contraddittori?

Da tutte e due: i provvedimenti contraddittori creano incertezza e sconcerto, l’irrazionalità si riversa nel rapporto con l’opinione pubblica e scatena il gusto della violazione della norma, tipico purtroppo del nostro paese. Serve un ritorno alla linearità e alla chiarezza, nella comunicazione e nei provvedimenti.

Cosa ci vuole per fronteggiare la terza ondata?

Il patto di legislatura chiesto da Mattarella. Trovo che sia una parola detta nel momento giusto per contenere i rischi di una degenerazione del quadro politico che potrebbe essere irreparabile.

La maggiore razionalità che lei suggerisce al governo può fare a meno del parlamento?

No. È essenziale il rispetto pieno dell’impianto costituzionale. Lo stato di emergenza non esclude che si creino strutture per affrontarla, ma sempre nel rispetto dei poteri decisionali del parlamento e del governo nella sua unità.

Ma un ritorno in parlamento non priverebbe Conte e il governo della legittimazione finora garantita dall’emergenza?

Al contrario. Sarebbe un modo per rafforzarla.

(Federico Ferraù)

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