DALLA SPAGNA/ Dopo il Mes si vuole trasformare il Recovery Fund nella nuova austerità

- int. Agustín José Menéndez

Il Recovery Fund è un altro Mes: soldi in prestito in cambio delle riforme volute da qualcun altro. L’Eurozona resta molto, molto precaria, ecco perché

vonderleyen 2 lapresse1280
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue (LaPresse)

Grandi manovre in vista del prossimo Consiglio europeo. L’ostilità dei paesi frugali – niente fondo perduto, “solo prestiti” – è affidata alle capacità di mediazione di Angela Merkel, che pure ha mandato una avvertimento all’Italia di Conte, lamentando che ancora non ci sia la minima traccia di come spendere i soldi (in prestito) del Next Generation Ue, il cui nocciolo resta il Recovery Fund. Un “animale strano”, dice Augustín José Menéndez, spagnolo, giurista comparatista, che ieri ha spiegato la logica politica del “Mes sanitario”.

“Il Recovery Fund è un mega-Mes” – sostiene Menéndez – che mediante pesanti condizionalità politiche “vuole incidere in modo decisivo sul modello paese. Con quale legittimità democratica?”

In ogni caso, sui dossier di Ursula von Der Leyen incombe un’incognita grave: il “bottone nucleare” che la Corte costituzionale federale tedesca di Karlsruhe potrebbe schiacciare il prossimo 5 agosto. Peri giurista l’Eurozona rimane appesa a un filo. Ecco il seguito della conversazione.

Per quali ragioni la Spagna, non da sola ma con Grecia, Portogallo e Francia ha detto no al Mes sanitario?

Sono sicuro che può sembrare molto strano visto dall’Italia, ma in Spagna non c’è mai stato un dibattito pubblico sul Mes. Nel 2012 non c’erano le condizioni oggettive. La crisi politica successiva, che ha portato alla nascita di nuovi partiti politici, si è sviluppata in un orizzonte interno, senza mettere in questione il rapporto con l’Unione Europea. Per questo non è strano che le proposte di riforma del Mes alla fine del 2019 siano state considerate, erroneamente, come riguardanti questioni “tecniche”. Aggiungerei che il dibattito sull’Ue è ancora molto poco sofisticato in Spagna. 

Come lo spiega?

Siamo ancora reduci da un europeismo naïf che non fa i conti con la realtà dell’Unione Europea così com’è.

Non ha pesato l’esperienza precedente della Spagna con l’Efsf, il Fondo europeo di stabilità finanziaria, precursore del Mes?

Direi che quella che ha pesato moltissimo è stata l’esperienza dell’austerità in generale. Nella misura in cui il salvataggio del 2012 nell’immaginario collettivo si è associato all’austerità, qualunque governo chieda aiuto al Mes rischia politicamente. Dal punto di vista dei tecnici che lavorano nei ministeri, forse è decisivo il rischio di sembrare incapaci di fare da soli. Però, se la Francia chiedesse l’aiuto del Mes, azzarderei che nel giro di qualche ora ci sarebbero richieste da altri governi, inclusa la Spagna.

Si può considerare questa vicenda del Mes, dal 2010-11 ad oggi, come un’ipoteca tedesca sul processo di integrazione europea?

Un conto è parlare di questo o quel governo tedesco o degli interessi di questa o quella multinazionale tedesca, un altro è parlare in blocco della Germania. È vero però che l’ossessione per la stabilità monetaria o il feticismo dell’indipendenza della banca centrale hanno profonde radici nella storia e nella cultura tedesca. E contribuiscono a spiegare le scelte prese nel governo europeo sulla crisi finanziaria e fiscale. 

Come superare questa prospettiva?

Liberando la Germania da una visione molto riduttiva della sua storia. Trovo per esempio incredibile che quasi nessuno si ricordi che l’iper-inflazione del 1923 si sia verificata con una banca centrale indipendente, o che fra gli acerrimi difensori del controllo politico della banca centrale ci fosse niente meno che Adenauer.

Alla luce dei recenti sviluppi, che cosa si può dire degli strumenti anticrisi proposti nel pacchetto Next Generation Ue e di quello cardine, il Recovery Fund? 

Lasciamo stare Sure e Bei che sono variazioni del Mes. Il Recovery Fund sarà un animale strano. Per certi versi, si profila come uno strumento finanziario federale orientato a incentivare l’investimento nelle tecnologie digitali e nel cosiddetto “green new deal”. Allo stesso tempo però si vuol farne un meccanismo di redistribuzione fra gli Stati. 

Un obiettivo politico.

Certo, perché gli aiuti e i prestiti saranno fortemente condizionati. E sembra scontato che servirà anche per rinforzare il vincolo esterno. Troppe finalità per un solo strumento.

Vuole dire che anche il Recovery Fund può essere assimilato al Mes?

Si potrebbe considerare il Recovery Fund un mega-Mes, nella misura in cui la sua condizionalità sarà anche orientata a garantire la “sana politica di bilancio” tramite, fra le altre cose, le solite “riforme strutturali”. Ma direi che forse è più pertinente fare il paragone con i “contratti di riforma” di montiana memoria. Si va oltre il Mes nel senso che si vuole incidere in modo decisivo sul modello paese. Con quale legittimità democratica? Con quale responsabilità democratica?

È possibile evitare l’ingresso in programmi condizionati di aiuto o di prestiti condizionati facendo affidamento soltanto sugli acquisti di titoli da parte della Bce?

Sarebbe necessario che la Bce agisse come Bankitalia negli anni 70, da vero compratore del debito pubblico di ultima istanza. Ma si sa che questo è formalmente vietato dai Trattati. E infatti il “whatever it takes” di Draghi prevedeva acquisti ancora “condizionati”. Non per caso la Bce decise di non comprare debito pubblico greco nei primi mesi del 2015, determinando così fortemente l’esito dei negoziati tra Grecia ed Eurozona.

Va detto però che in occasione della pandemia la Bce ha cominciato ad agire in modo meno condizionato. 

È vero. Rimangono però forti dubbi sulla compatibilità di questo nuovo ruolo con il diritto europeo e con la Costituzione tedesca, ben rappresentati nella decisione Weiss del maggio scorso della Corte costituzionale federale, e non è chiaro quale sarebbe l’atteggiamento della Bce nel caso andasse al potere un governo fortemente critico con lo status quo europeo. L’Eurozona rimane dunque appesa a un filo.

E il prossimo 5 agosto 2020 la Bce dovrà motivare il suo operato davanti alla Corte di Karlsruhe. Qual è il suo scenario?

L’esito più probabile è che grazie all’intervento della Bundesbank, insieme alla pubblicazione dei documenti della Bce, la Corte costituzionale federale si dichiari soddisfatta sulla proporzionalità degli acquisti del quantitative easing. Se così fosse, però, il potere strutturale della Bundesbank non verrebbe a meno, come tanti pensano, ma aumenterebbe; si vedano le dichiarazioni recenti di Weidmann alla Faz.

E nell’ipotesi opposta?

Se invece Karlsruhe premesse il bottone nucleare, l’autunno rischierebbe di essere molto interessante. In ogni caso, la ferita aperta dalle ultime saghe giudiziarie non si chiuderà subito. E di componenda in componenda, la struttura dell’Eurozona rischia di diventare completamente insostenibile. “El remedio es peor que la enfermedad”. O come dite voi, “il rammendo è peggio del buco”.

(2 – fine)

(Federico Ferraù)

© RIPRODUZIONE RISERVATA