APPELLO DEL PAPA/ Pace, povertà, altre culture: le tre profezie di Francesco

- Massimo Valentini

Papa Francesco ha invitato cristiani, credenti e uomini di buona volontà ad accompagnarlo in tre profezie per affrontare la nuova epoca con un nuovo sguardo

Vaticano, Piazza San Pietro Vaticano, Piazza San Pietro durante l'Angelus (LaPresse)

In un recente discorso Papa Francesco ha invitato cristiani, credenti e uomini di buona volontà ad accompagnarlo in tre profezie per affrontare la nuova epoca. La profezia è “il già e non ancora”, è la percezione di una evidenza negata dalla mentalità dominante e quindi non riconosciuta che viene indicata per il cammino di tutti.

La prima riguarda quella della pace, in un momento in cui la spinta alla violenza della guerra è divenuta “spaventosa” e i vari poteri sono tesi a giustificare la necessità della guerra, a sostenere le ragioni della guerra “giusta”. Occorre comprendere questa profezia immedesimandosi con lo sguardo del Papa che richiede una ricercata familiarità con la sua parola e con i suoi gesti. Il continuo appello alla pace nasce dallo sguardo di chi ha una passione sconfinata per il singolo uomo, per ciascuno a prescindere dalle sue qualità. Il singolo uomo che riflette un particolare unico di tutto l’universo, non replicabile, di cui si ha bisogno che ci sia. Salvare anche uno dalla guerra significa affermare questa grandezza e l’atto di amore che lo ha generato.

Inoltre il Papa esprime il culmine di una consapevolezza storica che vede nella guerra e nelle sue spesso sottaciute ragioni un processo che lascia segni profondi nella storia dei popoli difficilmente reversibili. Cercare la pace possibile attraverso un dialogo tra le rispettive ragioni è l’inizio di un nuovo processo che richiede un cammino educativo. È una sapienza storica che si afferma, una nuova cultura che rende possibile un nuovo inizio ove la vera giustizia inizia un percorso positivo. Non ci sono alternative se non la spaventosa prospettiva dell’autodistruzione umana. La vera pace può nascere da questo dialogo e da un perdono, da primi passi che aprono ad un percorso ove tutti possono riscoprirsi fratelli, superando la mortale riduzione nazionalistica o imperialista.

La seconda profezia riguarda “la presenza di Dio nei poveri”. Una profezia perché è contro l’impostazione della mentalità dominante, che propone come aspirazione totalizzante quella dell’uomo ricco, bello, vincente, potente. Mi sembra di capire che invece riproporre oggi la figura centrale del fragile abbia una duplice ragione. Da una parte, riconosce una verità, l’uomo è strutturalmente fragile e può costruire un cammino personale e sociale positivo solo accogliendo questo limite strutturale che chiede di essere abbracciato da chi può colmarlo. Dall’altra, testimonia che questo sguardo che abbraccia il limite strutturale dell’uomo è una presenza che rimette al centro questa povertà. Una povertà che dobbiamo guardare per essere noi stessi e per testimoniare chi l’abbraccia.

La terza profezia su cui Papa Francesco ha chiesto un aiuto nel discorso di sabato 15 ottobre è quella “che annuncia la presenza di Dio in ogni nazione e cultura”. Il Papa chiede un rovesciamento copernicano rispetto alla mentalità dominante, che vede l’altro, lo straniero, il diverso come un pericolo per sé e per la propria nazione. Il Papa mi sembra che con tale invito ci riporta a un’origine che è comune in tutte le culture religiose, ovvero che l’altro è una ricchezza unica che ci fa comprendere di più Dio, il Mistero.

La riduzione operata della radice religiosa della cultura dei popoli sostituendola con il potere della nazione, del danaro, dell’etnia o dell’ideologia integralista è quella che ha generato le guerre, portandoci oggi sull’orlo dell’abisso. Anche l’autoreferenzialità del cosiddetto Occidente è il segno di una censura operata in ciò che ha generato invece l’identità europea.

Il Papa ci ha dato anche una chiara indicazione di metodo. Come si scopre Dio in altre culture? “Andando incontro alle aspirazioni di amore e verità, di giustizia e felicità che palpitano nella vita dei popoli”. Quindi non si tratta di affermare una superiorità, una supremazia che inevitabilmente divide, ma abbracciando l’altro nelle sue aspirazioni profonde che ci uniscono. Solo così si testimonia la modalità che, facendoci riscoprire fratelli, costruisce la pace. Una modalità che incarna in maniera attraente lo sguardo che da più di 2000 anni è entrato nella storia e che oggi può essere condiviso laicamente anche da chi non è cristiano.

Papa Francesco ci prende per mano e ci conduce nella nuova epoca.  Io intendo seguirlo per comprendere e condividere con lui questa responsabilità.

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