ARCIPELAGO NAPOLI/ Per curare paura e solitudine serve un “vaccino” che non si compra

- Filippo Palermo

Non sappiamo quando finirà la pandemia, ma bisogna cominciare a pensare al dopo perché la crisi, non solo economica ma anche spirituale e psicologica, ci sta devastando

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Movida a Napoli (LaPresse)

È passato un anno esatto da quando, rientrato da Milano per una trasferta di lavoro, per senso di responsabilità, entravo in smartworking e quarantena volontaria, anche se non c’era ancora il lockdown. Una decisione dovuta al crescendo di notizie ed allarmi per un virus, poi epidemia, ed infine pandemia, all’epoca non così conosciuto.

Oggi, dopo un anno, effettuo il mio primo viaggio di lavoro attraverso l’Italia, sulla direttrice Napoli-Verona, con tappe a Bologna, Brescia e Venezia. Premetto che mi sono sempre sentito un precursore dello smartworking: ho accumulato, se guardo solo al quinquennio 2015-2020, il livello Platino con Trenitalia, il livello Privilege con Italo, portato una dozzina di fidelity cards di hotel ad alti punteggi, viaggiato in media per 2-3 giorni a settimana in giro per l’Italia, e lavorato da camere d’albergo, dai treni, dalle sale dei vari club e stazioni o aeroporti, da diverse sedi aziendali; insomma ho viaggiato e lavorato “in modalità smart o agile” un po’ dappertutto, come dovrebbe esser il vero smartworking, e non nell’accezione comune attuale di homeworking.

Perché tale premessa? Perché vorrei soffermarmi sulle impressioni ed emozioni di questa mattina, quando, per la prima volta dopo un anno, ho compiuto di nuovo azioni e gesti che negli anni precedenti avevo fatto migliaia di volte, che erano insomma la quotidianità fino a pochi mesi fa, mentre stamattina avevano un gusto forte di novità.

Infatti, sorvolando sulle normali attività mattutine svolte per prepararsi ed uscire di casa, per le quali mi sono sorpreso a pensare ai tempi richiesti per esse e alla loro sequenza, come se fossi ritornato indietro ai primi viaggi di lavoro di diversi quinquenni addietro, senza gli automatismi e l’agire “scontato” del periodo pre-Covid, il primo contraccolpo è stato il ritrovarmi abbastanza solo in autostrada e tangenziale, in un orario definito “una volta” di punta, e poi arrivare nel consueto parcheggio vicino alla stazione e vederlo quasi vuoto, come mi era capitato nella settimana di ferragosto. Mi sono subito ritrovato a pensare, dopo un primo momento di gioia per non essermi trovato nel traffico ad un orario in cui un anno addietro sarei stato il doppio del tempo in auto, a quanta solitudine deriverà da questo forzato distanziamento e chiusura in casa, protratto per un tempo così lungo (del quale peraltro non si vede la fine).

Per carità, sono certamente apprezzabilissimi i guadagni per l’ambiente ed il recupero del tempo passato in auto, ma l’impressione è stata comunque negativa, un retrogusto molto amaro alla gioia iniziale. L’arrivo al parcheggio ha acuito questa sensazione, perché al vuoto stradale si è unita la percezione della crisi anche economica, infatti dove normalmente avrei lasciato l’auto all’addetto per la difficoltà a trovare un buco tra le migliaia di auto ferme, stamattina ho avuto l’imbarazzo della scelta, essendo per più di metà il parcheggio vuoto.

Non voglio soffermarmi sul tema della crisi economica, in cui stanno versando tante imprese (qui ad esempio, a quest’ora, tra autisti pronti a scorrazzare viaggiatori verso treni, navi e aerei, addetti interni, addetti alla portineria vi erano sempre tanti lavoratori e tanta confusione, a differenza di stamattina dove erano presenti solo due addetti e tanto silenzio), si è già scritto tanto, e le idee e soluzioni mi sembrano complesse e confuse al momento, ma sul lato umano della pandemia. Quello che una volta salito in treno ha prepotentemente condizionato i miei pensieri è stata la sempre maggiore certezza, che questa pandemia, che oramai dura da un anno e per la quale non ci sono ancora segnali forti di uscita, stia portando ad una crisi sociale e psicologica altrettanto forte rispetto a quella economica. Il distanziamento tra persone è importante, così come le azioni di chiusura e limitazione agli spostamenti, o i vincoli alle aperture di attività produttive, alla scuola, insomma alla vita a cui eravamo abituati, che bisogna contenere la malattia e le sue conseguenze è abbastanza facile capirlo, ma la domanda da porsi è: cosa succederà dopo? Soprattutto se ci sarà un periodo ancora molto lungo di alternanza tra blocchi, limitazioni e aperture, con periodiche crisi e momentanei momenti di fiducia nella uscita dalla pandemia.

Iniziare a porsi domande sul dopo, pianificare o pensare semplicemente a come affrontare i disagi a cui si troveranno di fronte i lavoratori, gli adolescenti, i ragazzini, insomma noi tutti, quando tra qualche mese (speriamo) o anno (speriamo di no) la pandemia scemerà in un qualcosa di ordinario, col virus che forse scomparirà, è non inutile o prematuro, ma saggio e lungimirante.

Il virus ci ha colpito all’improvviso, impreparati, e ci abbiamo messo mesi a capire come reagire (e forse non è ancora completamente chiaro il contesto), possiamo affermare con certezza che è stata una vera e propria emergenza mondiale. Ma l’isolamento forzato con le paure e sindromi connesse, il disagio del distanziamento tra i ragazzi in un momento della vita in cui la natura porta a legarsi, la dipendenza massiccia ed improvvisa dalla tecnologia e la virtualità spinta in ambiti della vita, quali il lavoro o lo studio, sono tutti temi che si stanno facendo strada giorno dopo giorno, e nessuno potrà dire che non erano noti o si sono palesati improvvisamente. Ed è essenziale, per non aggravare la crisi economica, che sembra sempre più certa, con una pesantissima crisi psicologica e culturale, cosa ne renderebbe ancora più difficile affrontare i possibile problemi in ambito economico e sociale.

Forse la cosa più auspicabile è che il mondo della cultura, della formazione ed istruzione, l’associazionismo, eccetera, insomma quella che una volta era etichettata come la società civile, insieme forse anche qualche politico illuminato (utile ma non essenziale), inizino oggi a elaborare delle strategie di inclusione sociale, di supporto alle fasce più deboli, di strutturazione di un modo di vivere, lavorare e studiare che necessariamente sarà diverso. E che non è detto debba esser per forza dirompente e distruttivo o affrontato con impreparazione, potendo per tempo agire e pianificare, pensare, provare.

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