ARTE/ Da Donatello ai contemporanei, Maria ci accompagna verso suo Figlio

- Vincenzo Sansonetti

In mostra a Firenze le Madonne dello scultore che ispirò il Rinascimento. Al Sacro Monte di Varese molti capolavori mariani contemporanei

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Donatello, Madonna col Bambino detta "delle Nuvole" (1425-30, particolare)

La Beata Vergine è “donna povera”, perché nel corso della sua esistenza terrena “non possiede nulla” e “la sua casa è Dio”. Lo scrive Maria Ignazia Angelini, monaca dell’abbazia benedettina di Viboldone, alle porte di Milano, in un editoriale del numero di maggio della rivista di itinerari, arte e cultura Luoghi dell’infinito. Se abita presso il Signore, “per tutta la vita Ella dimora in una radicale precarietà: madre sollecita va di casa in casa chiamata sempre di nuovo a mettersi in cammino”.

Un cammino che possiamo percorrere al suo fianco pure noi, sollecitati a non stare fermi, immobili, ma a muoverci in una direzione che non è quella che corrisponde a un nostro progetto, ma sicuramente ci conduce a scoprire, sotto il Suo manto, la verità di noi stessi. Un aiuto, un sostegno lungo questa strada non facile, ci è offerto dall’arte, definita da san Paolo VI “una via specialissima […] per mettersi alla presenza del divino immersi nella Luce”.

Se è vero che la Madonna è il “personaggio” in assoluto più rappresentato nella storia dell’arte, allora ogni occasione per accostare e godere opere che la ritraggono si traduce in un passo in più su quel cammino di salvezza.

Proponiamo due preziose possibilità di conoscere e approfondire l’immagine di Maria, così come è rappresentata da grandi maestri: l’imperdibile mostra di Firenze (nelle due sedi di Palazzo Strozzi e del Museo del Bargello) su Donatello e la sua influenza sul Rinascimento, aperta al pubblico fino al 31 luglio, e la sorprendente collezione permanente di arte contemporanea a tema mariano ospitata a Varese dal Museo Baroffio e del Santuario del Sacro Monte, riaperto alle visite da poche settimane dopo l’emergenza Covid.

L’esposizione fiorentina dedicata allo scultore Donato di Niccolò di Betto Bardi (1386-1466), universalmente noto con il vezzeggiativo di Donatello per i suoi modi aggraziati e signorili, presenta un eccezionale numero di capolavori di tutta la sua eclettica e vasta produzione, ma è in buona parte centrata sulle sue straordinarie Madonne, sia quelle policrome di terracotta sia quelle marmoree, che attirano per la loro soavità. In modo particolare ci colpiscono la terracotta già dipinta Madonna col Bambino, dal Victoria and Albert Museum di Londra, in cui il piccolo Gesù sembra quasi aggrapparsi a sua madre; e l’altra Madonna col Bambino, in terracotta dipinta con dorature, dal Detroit Institute of Arts, dove il Bambinello si rizza in piedi sorridente: entrambe le opere, realizzate da un Donatello non ancora trentenne, ci affascinano per il profondo e nello stesso tempo spontaneo affetto reciproco tra mamma e figlio.

Tocca vertici di assoluta bellezza la marmorea Madonna Pazzi, proveniente da Berlino e simbolo della mostra, una delle opere più commoventi di tutto il Rinascimento sul tema della divina maternità della Vergine: qui è davvero dolcissima la tenerezza dei due visi accostati, con Maria che ha lo sguardo velato di malinconia nella premonizione della morte di Cristo in croce.

Vi è poi, frutto della piena maturità dell’artista, la Madonna col Bambino detta Madonna del Pugliese-Dudley, un marmo di piccole dimensioni destinato alla devozione privata del committente, in cui la Madre osserva il suo bimbo con un’espressione che non si era mai vista nell’arte a soggetto religioso, così amorevole nella sua naturalezza da ispirare repliche, citazioni e libere riprese da parte di autori successivi, come ad esempio il Bronzino, con l’olio su tela Madonna col Bambino del 1525-1526, ancora proveniente dal Victoria and Albert Museum di Londra.

L’irresistibile attrazione esercitata dalla figura della Vergine non si ferma al periodo d’oro dell’arte italiana ma giunge fino a noi, che pur viviamo in un tempo in cui sembra definitivamente sancito il “divorzio” tra arte e sacro e quasi più nessuno ritiene che l’opera d’arte possa trasmettere non solo il messaggio dell’autore, ma la verità del mistero di Dio. Ci sorprende e ci conforta perciò l’esistenza, all’interno del museo che si trova accanto al santuario varesino di Santa Maria del Monte, di un vero e proprio scrigno di capolavori: una sala con una sessantina di dipinti, sculture, ceramiche e opere grafiche a tema mariano, dalla Madonna con Bambino di Henri Matisse (1869-1954), una litografia che fa parte degli studi per la Cappella di Santa Maria del Rosario di Vence, in Provenza, fino alla Fuga in Egitto di Renato Guttuso (1911-1987), un bozzetto a tecnica mista su carta per il celebre dipinto murale dallo stesso titolo della III Cappella del Sacro Monte, realizzato dal maestro siciliano quattro anni prima della morte.

Un’altra Fuga in Egitto del Museo Baroffio è il coloratissimo olio su tela del croato Ivo Dulčić (1916-1975), ma vi sono anche uno struggente Compianto sul Cristo morto, olio su tela di Domenico Cantatore (1906-1998), che accomuna nel dolore la Madre e le pie donne, una fortemente espressiva Annunciazione in bronzo di Enrico Manfrini (1917-2004) e una Madonna in trono con il Bambino e scene della vita di Cristo, ceramica maiolicata di Angelo Biancini (1911-1988). Si possono ammirare, poi, in prevalenza donazioni di monsignor Pasquale Macchi, segretario di Papa Montini, opere di Aligi Sassu, Luigi Filocamo, Floriano Bodini, Pericle Fazzini, Luciano Minguzzi e altri. Il dipinto che più stupisce per la sua attualità è L’umanità processa Gesù, olio su tavola di Aldo Carpi (1886-1973), con al centro della scena, attorniata da un giudice, dai carabinieri e da un pubblico ostile, la Vergine che stringe il Bimbo, impaurito. Di fronte all’odio e alla violenza, che oggi si manifestano in una diffusa persecuzione dei cristiani da tutti ignorata, è sempre Lei ad accoglierci e proteggerci.

Pur “esposta a ogni vento del deserto” (quanto ha sofferto per suo Figlio!), Maria “apre il futuro”, commenta suor Maria Ignazia. Perché “annuncia la pace” e “con Lei noi tutti – esuli e piangenti in valle oscura, aggrediti da devastazioni e ombre di morte – troviamo casa”. Così si rivolgeva alla Madonna san Paolo VI: “Tutto ciò che si chiama il Mistero, vale a dire il disegno, il piano di Dio, l’idea che il Signore ha avuto della nostra salvezza, si trova, al suo grado principale, superiore, concreto, in Te, Maria Santissima”.

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