ARTE/ Da Michelangelo a Léger: quando la creazione è orfana di Dio

- Giulia Sponza

Nella celebre opera di Fernand Léger le forme astratte impediscono all’Essere di vincere la meccanicità del nulla e della solitudine

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Fernand Léger (1881-1955), La creazione del mondo (1923, particolare)

La creazione del mondo. Di quest’opera di Léger fu allestito anche un balletto portato in scena a Parigi nello stesso anno di esecuzione del dipinto: secondo la leggenda africana cui l’artista si è ispirato, sono gli dèi a sovrintendere lo sviluppo della flora e della fauna in una danza coordinata.

Una cosa è certa: di fronte a questa creazione, rimaniamo a dir poco perplessi. Abituati come siamo ad immaginare l’evento con gli occhi di Michelangelo mentre, sdraiato su di un’impalcatura, dipinge la volta della cappella Sistina, fatichiamo ad accettare che per Léger il supremo atto creatore sia segnato da un rigore geometrico privo di ogni possibile armonia. Tutto si gioca in un astratto dinamismo di forze e di forme che impedisce all’Essere di penetrare e vincere l’opprimente meccanicità del Nulla.

Eppure, a squadrare bene l’opera, sembra che niente Léger abbia trascurato di quel fatto straordinario destinato a dare origine al nostro mondo: ci sono l’acqua, la terra, le montagne, le nuvole e perfino il sole, disco dorato sospeso ad un cielo spalmato di azzurro. Quanto alle tre divinità della tradizione africana, l’artista non esita ad assegnare loro il posto d’onore: collocati al centro del dipinto, i tre protagonisti paiono rappresentare il mostruoso prototipo di future generazioni.

Quell’uomo che il libro della Sapienza definisce “creato per l’immortalità” e concepito “a immagine della natura divina” (cfr. Sap 2,23), ci viene riproposto da Léger in tutt’altra prospettiva: la divinità maschile si difende impugnando con rigida prestanza uno scudo; un elmo nero ne cela le fattezze; le mani, stilizzate, in nulla differiscono dalle zampe tozze ed inerti della divinità animale che ingombra la scena. Analogamente la divinità femminile, dai tratti anonimi e spigolosi di un alieno, è riconoscibile solamente grazie al profilo curvilineo che ne disegna una improbabile sagoma. Immobili e ferrosi, si stagliano questi dèi nel caos indefinito di una creazione sbagliata; barricati dietro le aguzze irregolarità di un confine angusto che sembra tuttavia invalicabile, ci mostrano lo spettacolo di una solitudine disperata.

Mentre nella volta della Sistina troneggia la figura imponente di un Dio proteso verso la Sua creatura, nell’opera di Léger le divinità primitive spengono ogni desiderio e privano la realtà del fascino che dovrebbe, al contrario, illuminarla.

Scrive Giussani nel capitolo decimo de Il senso religioso che “Il primissimo sentimento dell’uomo è quello di essere di fronte a una realtà che non è sua, che c’è indipendentemente da lui e da cui lui dipende. Tradotto empiricamente è la percezione originale di un dato. […] La parola che traduce in termini totalmente umani il vocabolo ‘dato’, e quindi il primo contenuto dell’impatto con la realtà, è la parola dono”.

È dunque tale “dono” che Léger non ha riconosciuto o, più probabilmente, non ha mai sperimentato? Fuori della prospettiva così lucidamente descritta da Giussani si può forse immaginare un mondo che poggi, fin dall’origine, su di un’ultima strutturale positività? Eppure, anche noi – specie di questi tempi – continuiamo a vivere sulle difensive: impugniamo lo scudo e ci nascondiamo dietro le fessure di un elmo; rinunciamo alla vertigine della libertà e preferiamo subire la schiavitù che le cupe divinità di Léger sembrano imporci.

“Vivere senza paura nell’età dell’incertezza” era il titolo di una mostra presentata lo scorso anno al Meeting di Rimini. Il tema non si è certo esaurito: ne è stato tratto addirittura un film che viene proiettato in molte sale del nostro Paese proprio in questo periodo.

Chissà se Léger, vedendolo, avrebbe modificato la sua Creazione lasciandosi interpellare da quelle domande fondamentali che costantemente si affacciano all’orizzonte del cuore documentandone l’irriducibile statura e l’incontenibile esigenza di Essere.

Almeno noi siamo chiamati ora ad una verifica: di fronte a che cosa il nostro cuore vibra?

Grazie, comunque, a Léger che ci ha permesso, imprevedibilmente, di raccogliere ancora una volta questa sfida e di inoltrarci senza paura in questo percorso.

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