ARTE/ Tarkovskij contro Šachnazarov, la vittoria del Sacrificio sul serpente

- Vincenzo Rizzo

Due registi russi, Karen Šachnazarov e Andreij Tarkovskij, due film che scandagliano i limiti dell'animo umano, quello del potere e quello dell'amore

chiesa abbazia galgano arte pxabay1280 640x300 I resti dell'Abbazia di San Galgano (Pixabay)

C’è qualcosa di non eguagliabile nell’anima russa: la capacità di scrutare negli abissi dell’uomo. Dove può arrivare nel male e dove può spingersi per il bene. Il cinema russo ha dato contributi importanti alla conoscenza di tali estremi. In particolare, ha sondato in profondità l’essenza del Potere. E ha poi fatto innalzare lo sguardo al vertice dell’Amore. Sulla prima questione abissale è possibile guardare il film di Karen Georgievič Šachnazarov, Jady, ili Vsemirnaja istorija otravlenij (2001) (Veleni, ovvero storia mondiale dell’avvelenamento) disponibile nella lingua originale, sottotitolato in inglese su Youtube, grazie al canale Mosfilm.

Nella sua opera, il regista, peraltro fautore dell’invasione russa, racconta la storia dell’attore, Oleg, che viene sfacciatamente e impudentemente tradito dalla moglie, in casa propria, in maniera surreale. Subito dopo incontra in un bar un distinto pensionato che gli suggerisce di avvelenare la donna. L’umiliazione subìta potrà essere lavata solo con la fine della moglie. La perdita del potere, lo spaesamento e lo spossessamento sperimentati saranno colmati dall’affermazione del potere supremo: dare la morte. Il suggeritore, immagine del nemico per eccellenza, descrive i sintomi dei vari veleni. Non si tratta, infatti, solo di uccidere l’altro, ma di avere un ulteriore potere, quello di farlo soffrire con dolori atroci e di fargli provare terrore disperato nel passaggio dalla vita alla morte. Insomma, il vero potere mondano sarebbe quello del serpente: consigliere infido e velenoso. L’uomo potente non aspira tanto ad essere, perciò, “golpe” e “lione”, ma ad accordarsi, nascostamente, con chi ha rotto la pace iniziale, quella dell’Eden.

Detto altrimenti, nel bestiario intravisto dai filosofi (da Schopenhauer a Derrida) vi sarebbe qualcosa di decisivo e peggiore da aggiungere. Per Schopenhauer, la mantide e la formica gigante sono immagini di un’umanità sottoposta a una cieca irrazionalità che distrugge le vane illusioni. La prima, infatti, divora il suo amante (illusione dell’amore) e la seconda, tagliata a metà in capo e coda si autodivora fino a restare a esausta (illusione dell’unità personale e della solidarietà umana), diventando preda delle altre formiche. Entrambe, tuttavia non hanno il potere massimo, quello di instillare veleno. Il veleno ha infatti una potenza ulteriore. Esso non distrugge solo i corpi, ma inquina le anime con l’odio definitivo. Ecco perché Kant, acutamente, condannava l’omicidio politico e considerava nefasto l’avvelenamento dei pozzi.

Ivan Petrovič Prokhorov, nel prosieguo del film, accompagna il suo neofita in una sorta di inferno dantesco fatto di vanità, balli e fuochi artificiali. Nel chiuso mondo che vive nel buio squarciato da luci fatue, il giovane attore, introdotto dal suo anti-Virgilio, incontra molti grandi della storia. Caligola, Nerone con l’avvelenatrice Lucusta, Parisatida, Caterina de Medici, Marie-Madeleine Brinvilliers, i Borgia. Tutti gli uomini e le donne di potere si sono fatti strada e hanno dominato con il veleno, suggerisce Ivan. Si può fare il male in maniera tremenda come Ivan il Terribile o Gilles de Rais, ma il veleno tacita la coscienza critica della società e il nemico politico. Socrate, infatti, viene condannato a bere la cicuta, perché l’esperienza di una diversità venga cancellata dalla storia. Il timore suscitato disperderà la sua compagnia di cercatori della verità. Dunque, l’insegnamento bestiale è chiaro: la damnatio memoriae diventa possibile solo con l’esercizio del terrore supremo. La possibilità della massima sofferenza, infatti, porta tutti al muto silenzio sottomesso. Il regista descrive, insomma, nella sua opera un mondo dominato dal Potere e chiuso nel labirinto della disperazione. Tale potere mondano nella sua hybris oltrepassa i limiti davanti a tutti senza ritegno, proprio come i Borgia.

Invece un altro regista, Andrej Tarkovskij, in Sacrificio (1986) mette in luce un mondo diverso e una differente esperienza di vita. Nella terra che vive l’Eterno ritorno del Potere si approssima lo scontro finale. Si entra in un tempo vicino alla fine, in cui sta esplodendo la catastrofe nucleare annientatrice dell’umanità. Il protagonista, Alexander, toccato da ciò che accade, si rivolge nel Padre Nostro, con tutta l’intensità del suo cuore, a Dio perché tutto torni come prima: che gli uomini non distruggano e non si autodistruggano. Egli non vuole il deserto del nulla per il figlio, ma un mondo ospitale. Il vecchio intellettuale non cerca nessun potere sull’altro, anzi. Egli desidera una vita buona, una casa comune. Per questo dona tutto sé stesso: la sua mente, i suoi affetti, la sua parola. Si offre come vittima incompresa per la salvezza di un mondo affetto da quella pazzia morale, così ben delineata da Teofrasto ne I caratteri. Il mondo trema per il fragore prodotto dai bombardieri nucleari, che portano l’incendio finale. Ma la mente di Alexander non vacilla, quando prende su di sé la follia del mondo per evitare la catastrofe.

Mentre Cesare Borgia nel film di Šachnazarov, ricorda di avere suscitato negli uomini solo ammirazione, paura, odio e invidia, concludendo: “nessuno mi ha mai amato”, Alexander si sacrifica perché ha incontrato nella sua vita un inguaribile sguardo amoroso, più forte di ogni veleno e di ogni catastrofe.

Tale sguardo, impresso come una piaga nel profondo, genera una pace nuova, segnata dall’innocenza ferita e sanguinante.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI





© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie di Film e Cinema

Ultime notizie