ARTE/ Vendesi Caravaggio: la trattativa di Gaetano Badalamenti e il prete che sapeva

- Michele Cuppone

Riemerge una video intervista al sacerdote a conoscenza della richiesta di riscatto per la Natività rubata

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Caravaggio, "Natività", già Palermo, oratorio di San Lorenzo, 1600 (rubata nel 1969)

Singolarmente solo dopo cinquant’anni, tutti ora hanno voglia di parlare della Natività di Caravaggio (1600), rubata nell’ottobre 1969 dall’oratorio di San Lorenzo a Palermo. Proprio quando la riapertura del fascicolo da parte della Commissione antimafia, nel 2017, aveva fatto, per quel che possibile, chiarezza su importanti elementi: l’individuazione degli autori materiali del colpo, l’intromissione e l’acquisizione della tela da parte del boss di Cinisi Gaetano Badalamenti, la sua vendita e partenza alla volta della Svizzera nel 1970. Ecco così che alcuni pentiti propongono piste alternative, mentre un detective privato ritiene che il quadro non abbia mai lasciato l’isola.

A questo brusio di fondo, che in buona parte sarà forse alimentato da interessi personali, si aggiunge adesso una nuova voce. Anzi vecchia. E autorevole: è don Benedetto Rocco, che dell’oratorio era rettore in quel 1969. La sua versione è affidata a una video intervista registrata nei primi anni 2000. Il regista Massimo D’Anolfi che la realizzò, andò a intervistare specularmente anche il soprintendente (reggente) di allora Vincenzo Scuderi, ma di quest’altro colloquio ignoriamo i contenuti. Del primo invece ne ha dato l’anteprima The Guardian, pur con qualche imprecisione poi ricalcata da altri (a partire dalla curiosa inversione di nome e cognome del prete). Esso viene rispolverato ora, proprio in occasione della triste ricorrenza del furto, grazie all’interessamento di Bernardo Tortorici con Luisa Montaperto. Tortorici presiederà la manifestazione dedicata “Caravaggio 50” che si terrà a Palermo a metà ottobre, dove al di là di chi scrive sono stati invitati, fra gli altri, l’ex presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e il critico Vittorio Sgarbi.

Nella “nuova” conversazione il sacerdote, già superati i settant’anni, parla a oltre trenta di distanza dal furto. Sarà per questo che le sue affermazioni in parte coincidono e in parte si discostano, magari anche poco, da due precedenti interviste sfuggite ai più (ma citate ad esempio ne Il Caravaggio scomparso di Alvise Spadaro del 2010). Uno è l’articolo “Caravaggio dove sei?” di Marina Pino, apparso nel marzo 1994 sulla rivista Palermo, periodico della Provincia; l’altro, “La verità di monsignor Rocco: ‘il quadro si trova a Carini’” a firma di Laura Oddo, uscito il 21 marzo 2006 in un supplemento de La Sicilia.

Qualche tempo dopo la sparizione del dipinto, il monsignore ricevette una lettera lì in oratorio, dove abitava assieme alle custodi. A scrivere erano i ladri: “Ce l’abbiamo noi il quadro. Se voi volete trattare con noi, scrivete nel giornale questa inserzione …”. Cosa che fu fatta, sentito Scuderi, sul Giornale di Sicilia. Era un messaggio in codice, un’apertura a un negoziato e i destinatari avrebbero capito. Il rettore, pur non ricordandone bene il contenuto, narrava a Marina Pino che esso fu pubblicato “negli annunci economici” e che “si trattava di una frase molto banale”. Ma specifica dodici anni dopo a Laura Oddo che era “un messaggio cifrato in cui si parlava di donne di servizio”. Non facile pertanto sarà, in tal senso, ricavare oggi un qualche risultato da una ricerca ad hoc tra le inserzioni del tempo, nella sezione “Piccoli annunci” del quotidiano siciliano.

Fatto sta che, trascorso altro tempo ancora senza passi in avanti, giunse una seconda lettera. Stavolta, a una nuova richiesta di pubblicare un annuncio, si allegava un piccolo frammento di tela. Tuttavia, il soprintendente a quel punto si sfilò dalla trattativa, cui non fece più cenno in successive interviste. È così che, fallita quella, Badalamenti si mise in contatto con l’acquirente svizzero? Possibile, ma è complicato trovarne conferma.

Il sacerdote, peraltro, attribuisce una certa responsabilità della sparizione del capolavoro a uno speciale tv sull’oratorio andato in onda l’1 agosto 1969 su Rai 2, all’interno della trasmissione “Capolavori nascosti”. A suo dire, egli si sarebbe opposto in tutti i modi alle riprese e lamentato per il permesso concesso dalla soprintendenza, proprio perché S. Lorenzo era sprovvisto di sistemi di protezione e in pochi sapevano dell’esistenza della Natività. Un improvviso e ingestibile salto di notorietà che avrebbe nuociuto alla sua tutela.

Rocco pronuncia poi un nome “eccellente”, mai emerso prima delle indagini del 2017 e che per questo fa sobbalzare: Badalamenti. I Badalamenti hanno il quadro, dice davanti alla telecamera il rettore. Già nell’intervista del 2006 così egli si scioglieva: “Sono passati tanti anni, adesso lo posso dire: il Caravaggio si trovava nella provincia di Palermo e più precisamente nei dintorni di Carini”. L’informazione combacia con il fatto che la tela, a un certo punto, passò in mano a don Tano: sue proprietà si estendevano appunto tra Cinisi e la limitrofa Carini, due comuni del mandamento di cui era a capo.

È singolare che l’arciprete di Carini fosse un altro Badalamenti: don Vincenzo, protagonista di una storia nella storia che vede coinvolto Rocco e, nemmeno a dirlo, “U’ Caravaggiu”, come chiamato nel suo gergo dal boss. La notte fra il 6 e il 7 agosto 1977 fu trafugata un’Adorazione dei pastori di Alessandro Allori (1578) dalla Chiesa Madre di Carini e l’arciprete, a detta dell’intervistato, pur di recuperarla si rivolse ai mafiosi del posto. Gli fu mandato un ragazzo “mezzo scemo” con le foto di due dipinti rubati, per indicare quale dei due fosse il “suo”, per il quale pagò poi il riscatto richiesto in “dieci milioni” di vecchie lire. La tela fu comunque trovata nel bagagliaio di un’auto presto abbandonata dai ladri in fuga presso un posto di blocco, il successivo 16 settembre; o più probabilmente e semplicemente, secondo un’altra cronaca e stante l’intensificarsi dei controlli, quell’auto fu trovata abbandonata senza alcuna traccia dei ladri. A ogni modo nell’altro scatto fotografico, di soggetto analogo, don Vincenzo aveva riconosciuto la Natività di Merisi. O meglio così gli parve, se prestiamo fede alle memorie relativamente più fresche di don Benedetto del 1994. L’arciprete comunque informò quest’ultimo, lo seppe poi anche la Polizia, ma non sono noti ulteriori sviluppi della vicenda.

Secondo Rocco, la tela non aveva mai abbandonato l’isola, ancora nel 1994. Se quest’ultima opinione è tutta personale, non sappiamo nemmeno se ci sia stata confusione sul riconoscimento della seconda fotografia, o chissà cos’altro ancora che possa minare la credibilità di quest’ultimo racconto. Come in una tela di Penelope, vecchie e nuove rivelazioni sul furto della Natività (fra cui le versioni più improbabili), interferiscono con una ricostruzione che, via via e a fatica, andava sempre più consolidandosi. O forse non sempre è così. Comunque, a parte l’oggi quasi novantasettenne e ancora lucido Scuderi, quasi tutti i personaggi direttamente coinvolti in questa storia sono deceduti: da ultimo Rocco, nel 2013. Ma fatti ora, e per quanto consentito, i necessari riscontri, le “nuove” dichiarazioni possono integrare i dati acquisiti. E chissà, aprire ulteriori piste d’indagine.



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