ARTE/ Wolbert, amare Sironi e Martini senza cadere nell’ideologia dell’uomo nuovo

- Elena Pontiggia

Lo storico dell’arte Klaus Wolbert (1940-2020), tedesco, fu un estimatore dell’arte italiana. Non accade spesso tra i contemporaneisti. Ecco perché

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Un paesaggio urbano di Mario Sironi (1885-1961)
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È scomparso il 24 aprile a Istanbul, dove momentaneamente si trovava, Klaus Wolbert, storico dell’arte, direttore per molti anni del Mathildenhöhe (il prestigioso museo d’arte moderna di Darmstadt) e, soprattutto, grande amico della pittura italiana del Novecento, tanto che nel 2003 aveva ricevuto da Ciampi il titolo di Cavaliere della Repubblica per il suo impegno nei confronti della nostra arte.

A Darmstadt, appunto, aveva organizzato varie mostre di pittori e scultori italiani, da Campigli a Veronesi, da Del Pezzo a Perilli, da Consagra a moltissimi altri, dando più spazio a loro che ai suoi connazionali: una scelta rara e disagevole in un mondo come quello dell’arte contemporanea, in cui i direttori di museo sono pressati da ogni parte perché organizzino mostre di questo o di quell’artista locale e ovunque – tranne che da noi – sono tenuti a privilegiare il territorio in cui operano.

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Qui però dobbiamo fare una premessa. L’arte italiana del Novecento e di oggi non ha molti amici. Sono capaci tutti di esaltare Leonardo, Raffaello, Michelangelo e, per venire ai giorni nostri, Fontana, Manzoni e magari Cattelan, ma far conoscere nomi meno affermati, meno certi, meno gratificanti (e meno aiutati dal mercato, tranne poche eccezioni), basandosi sul loro valore e non sulla loro – scarsa – notorietà, è più difficile. Dovremmo farlo noi: noi italiani, intendiamo dire. Invece per un malinteso senso di internazionalità, per una sorta di provincialismo al contrario, non lo facciamo o lo facciamo troppo poco. E naturalmente non possiamo aspettarci che dell’arte italiana moderna si occupino francesi, inglesi, spagnoli e tedeschi, che hanno già i loro artisti da difendere e da promuovere, e lo fanno benissimo, con decine di musei d’arte contemporanea sparsi dappertutto nei loro Paesi.

In questo contesto problematico Klaus Wolbert ha compiuto quello che pochi hanno compiuto. Non per niente dal 2000 a quando nel 2020 si è improvvisamente ammalato, è stato il presidente della VAF Stiftung, la fondazione tedesca (creata nello stesso 2000 da Volker Feierabend, uno dei più raffinati e importanti collezionisti europei) che ha come scopo –  pensate! – proprio quello di valorizzare l’arte italiana contemporanea, dal Novecento ai giovani non ancora quarantenni. Roba da non crederci.

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Intendiamoci, non è che Klaus Wolbert non fosse amico anche dell’arte tedesca. Lo era tanto. Nato ad Aschaffenburg nel 1940, bambino dunque in quella “Germania Anno zero” descritta da Rossellini, dove tutto era macerie e distruzione, ha condotto, tra l’altro, il primo studio sistematico sull’arte durante il nazismo: un’arte che i critici rimuovevano e che invece Klaus aveva analizzato con coraggio, mostrandone tutta la mancanza di verità. Era nato così, dopo una trentina d’anni di studi, il suo Scultura programmatica nel Terzo Reich. Corpi dogmatici, letali dettami di bellezza (Allemandi 2019). Quei corpi atletici, solenni, volitivi, senza macchia e senza paura, insomma perfetti, che il libro – spesso per la prima volta – documentava, non rappresentavano l’uomo com’è, ma come (forse) dovrebbe essere. Un eroe. Mancava in quelle sculture il senso del limite, della fatica, della precarietà. Insomma, dell’umanità. Wolbert era andato a parlare con Arno Breker, lo scultore simbolo di quell’arte: uno scultore duramente punito per i suoi ideali politici (nel dopoguerra quasi tutte le sue opere sono state distrutte e ne è stata distrutta la matrice, in modo che non potesse duplicarle), ma punito anche per i suoi ideali estetici, perché i suoi marmi e i suoi bronzi, alla fine, non sono veramente convincenti. Che differenza con la tranquilla bellezza delle sculture greche, dove l’armonia conviveva con il senso del sacro. E che differenza con l’umanità di Sironi o di Arturo Martini, che hanno coltivato ideali classici (e hanno creduto disperatamente nel fascismo), ma non hanno mai creato un’arte di Stato, un’arte propagandistica, pubblicitaria, che muove dal dogma ideologico di rappresentare “l’uomo nuovo”. Cioè un uomo che non esiste e non esisterà mai.

Klaus Wolbert nel suo libro aveva spiegato tutte queste cose, senza pregiudizi. Molti altri suoi studi, del resto, si potrebbero elencare. Ma qui vogliamo ricordarlo prima di tutto come un amico del mondo artistico italiano dal Novecento a oggi. Che ha tante ragioni per ricordarlo. E, soprattutto, per essergli grato.

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