AUTONOMIA/ “Legge quadro, Regioni e coesione nazionale: si può ancora migliorare”

- int. Amedeo Lepore

Dalla Conferenza Stato-Regioni parere positivo alla bozza di legge quadro presentata dal ministro e incentrata su una maggiore coesione nazionale. Va però coinvolto di più il Parlamento

francesco_boccia_1_lapresse_2014
Francesco Boccia, ministro per gli Affari regionali (LaPresse)

Dopo aver “ascoltato tutti” per due mesi e dopo aver fatto una sintesi, il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, lo scorso 8 novembre ha trasmesso alla Conferenza Stato-Regioni – che giovedì 28 novembre, ha dato un primo assenso di massima – una bozza della legge quadro sull’autonomia differenziata, che “tiene dentro tutti gli articoli del Titolo V, dal 114 al 120 compreso”. La bozza è composta da due articoli: nel primo si specifica che la determinazione dei Livelli essenziali delle prestazioni, i Lep, e degli obiettivi di servizio siano uniformi su tutto il territorio nazionale ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione, mentre l’articolo 2 disciplina le modalità di definizione dei Lep e degli obiettivi di servizio. “Ognuno potrà correre alla velocità prescelta – ha sottolineato Boccia –, ma tutti potranno contribuire alla crescita del Paese. Ora mi aspetto contributi costruttivi da tutti. Speriamo di andare presto in Parlamento e di uscirne con un sostegno unanime”.

“Credo che la bozza aiuti a fare un sostanziale passo in avanti – osserva Amedeo Lepore, professore di storia economica nell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” -, nel senso che si è passati dall’ipotesi di accordi bilaterali tra Stato e le tre Regioni che hanno chiesto l’autonomia differenziata dopo i referendum territoriali a una norma quadro che serve a dettare regole uguali per tutte. Credo anche, però, che siano necessari dei miglioramenti. E il dibattito sull’autonomia differenziata deve essere un’occasione per riflettere su cosa sono oggi le Regioni e dove vanno migliorate”.

Lei parla di un passo avanti importante. Gli aspetti più positivi?

La fase che si stava avviando per gli schemi d’intesa bilaterali era finora legata alla redistribuzione di poteri e risorse in base a un principio piuttosto circoscritto. In pratica, si premiava chi fosse arrivato per primo, dato che le risorse per la devoluzione non sono infinite. Con questa bozza, invece, si inizia un cammino che cerca di inquadrare nel contesto nazionale il processo dell’autonomia. E si prendono in considerazione non solo le Regioni, ma anche gli altri enti locali: Comuni, Città metropolitane, Province.

Nella bozza si riafferma esplicitamente il principio di solidarietà. Era stato messo in discussione?

La riaffermazione di questo principio era finora mancata, perché non si poteva pensare a un’attuazione parziale, solo dell’articolo 116 della Costituzione, senza considerare le altre norme costituzionali, gli articoli 117 e 119, rimaste inattuate proprio perché la cosiddetta legge sul federalismo fiscale non è mai stata attuata. Ma un’autonomia ben fatta richiede di non smarrire la strada della coesione nazionale: senza di essa anche maggiori autonomie non avrebbero senso. Hanno infatti senso solo nel quadro di un Paese in grado di rilanciarsi come sistema, sia dal punto di vista economico che territoriale.

Uno degli scogli da superare è senz’altro la determinazione dei Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni, uniformi su tutto il territorio nazionale. Un lavoro atteso da molti anni…

È un punto fondamentale, senza il quale ulteriori autonomie si poggerebbero sul nulla, sull’assenza di una griglia che consenta di uscire dalla logica dei costi storici e di avviare una fase nuova legata ai costi standard. Sulla definizione dei Lep, attesi ormai da dieci anni, così come degli obiettivi di servizio e dei fabbisogni standard, ora è stato individuato un percorso. Ma in questo ambito occorre procedere anche con dei miglioramenti, da porre all’attenzione già nel corso della discussione che si è aperta sulla legge quadro.

Quali dovrebbero essere i miglioramenti da apportare?

Innanzitutto, bisogna migliorare la definizione del percorso legislativo del provvedimento. Come riferimenti per gli accordi vengono individuate la commissione competente per le questioni regionali e le commissioni competenti per materia. Si parla, però, solo di un parere. Sarebbe più opportuno che il Parlamento svolgesse una funzione essenziale sugli accordi, non penso che possa bastare un Dpcm.

Sui Lep il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha fatto sapere che, se diventano un alibi, non sottoscriverà la bozza. Si corre questo rischio?

Il percorso sui Lep prevede che si debbano definire entro 12 mesi, un obiettivo credibile, se tutti si impegnano in questa direzione. Ma la fase successiva – e qui intravedo un secondo ambito di miglioramento della legge quadro – deve essere meglio precisata. Trascorsi i 12 mesi, cioè, non si deve tornare alla logica del “primo arrivato”, ma occorre mantenere un equilibrio e un percorso che coinvolga tutte le Regioni, non solo quelle che si apprestano per prime a raggiungere un accordo.

“Per i Lep – ha sottolineato il ministro Boccia – ho voluto utilizzare il modello che fu utilizzato sulle leggi Bassanini e quindi proporrò un commissario, un alto dirigente dello Stato”. Che ne pensa?

La figura del commissario ha senso se interviene anche su altri elementi. Per esempio, si dice nella bozza che dopo 10 anni di sperimentazione si possono aggiungere nuovi poteri e nuove competenze a quelle che vengono definite in questa fase. Dieci anni è un periodo molto lungo, non c’è una verifica a breve. Rifletterei su questo. In secondo luogo, perché prevedere solo poteri in aggiunta e non invece una sussidiarietà verticale che possa consentire, anche attraverso un commissario, di esercitare poteri sostitutivi là dove queste competenze non vengano ben applicate o comportino problemi per il bilancio pubblico? È un punto da non trascurare.

La bozza di legge quadro come affronta il nodo della perequazione?

La perequazione è stata oggetto di discussioni in due direzioni. Da una parte, perché non c’è ancora il Fondo di perequazione, che deve essere invece attivato per riequilibrare i rapporti tra le Regioni più forti e quelle più deboli. Dall’altro, io non ho mai creduto che l’autonomia differenziata fosse una secessione dei ricchi, piuttosto un tentativo maldestro di favorire qualche Regione a scapito di qualcun’altra. Un disequilibrio che avrebbe inevitabilmente comportato problemi anche sul piano della coesione nazionale. Ora che è stata superata questa fase, la perequazione assume un valore fondamentale, è un altro punto che merita di essere approfondito. La perequazione si deve rifare sia al Fondo di perequazione che alla norma del 34% della spesa in conto capitale da riservare al Mezzogiorno.

Intanto le Regioni, due giorni fa, hanno dato un loro primo assenso alla bozza. Che ne pensa?

Esprimo forte apprezzamento per la scelta di partire dalla Conferenza Stato-Regioni per affrontare il tema cruciale del cosiddetto “regionalismo differenziato”. In questo modo, si supera decisamente il tentativo di operare all’interno di uno schema di asfittico bilateralismo, privilegiando solo alcuni territori, e si affida al rapporto con tutte le Regioni l’approfondimento di merito della norma. Inoltre, va rilevato anche l’altro aspetto positivo di un metodo che mette al centro del confronto, contemporaneamente, gli obiettivi dell’efficienza – i costi standard – e della perequazione – i Lep e il fondo perequativo -, agendo sulle leve della competitività e della convergenza, essenziali per ridurre il divario tra il Nord e il Sud. È positivo che la Conferenza dei presidenti di Regione si sia espressa unitariamente, perché ci sono degli elementi oggettivi che mettono in rilievo la necessità di una reciprocità tra il Nord e il Sud: la crisi economica investe tutti i territori e senza una soluzione unitaria è difficile affrontare problemi strutturali. Inoltre, è interesse della struttura industriale del Nord avere un interlocutore nel Mezzogiorno. Il Sud, avendo una struttura produttiva più limitata rispetto a quella nazionale, è l’area in cui si possono realizzare il maggior numero di investimenti, che, se indirizzati verso industrie e filiere complementari con quelle del Centro-Nord, possono servire allo slancio produttivo dell’intero Paese, come avvenuto negli anni del miracolo economico.

Boccia si dice pronto a varare la legge entro fine 2019. Non sono tempi un po’ troppo stretti, visto che nel frattempo il Parlamento sarà impegnato con la Legge di bilancio?

Se ci riuscisse, sarebbe un ottimo risultato. Il problema, però, è che bisogna varare una norma equilibrata, che mantenga i punti positivi e superi alcuni limiti e indeterminazioni che vanno meglio precisate. L’importante è che questo provvedimento non finisca nel dimenticatoio, perché potrebbero risorgere tentazioni isolazioniste. E sarebbe un errore. Ma sarebbe auspicabile anche un altro livello di riflessione.

Quale?

In parallelo al riconoscimento di poteri e autonomie particolari, è il momento di porre sul tappeto il tema della rivisitazione del ruolo delle Regioni, che in questi 50 anni più che enti di programmazione vera e propria hanno mantenuto compiti e funzioni di gestione. E questo ha comportato una riduzione del loro ruolo. Inoltre, un numero eccessivo di Regioni ha impedito politiche sovra-regionali, che invece possono essere fatte anche a invarianza di Costituzione, fissando cioè dei momenti di coordinamento, già previsti dal testo vigente, così da consentire per i grandi servizi, e penso ai rifiuti, ai trasporti o alla gestione delle acque, una scala superiore a quella regionale.

(Marco Biscella)

© RIPRODUZIONE RISERVATA