BAMBINO ISOLATO IN CLASSE/ C’è chi educa e non ha compreso la bellezza dell’imprevisto

- Alessandra Servidori

La vicenda del bambino di terza elementare plusdotato che si è ritrovato in classe da solo è uno schiaffo alla pedagogia dell'accoglienza

iscrizioni scuola LaPresse

L’inclusione non è solo una questione di accessibilità fisica. L’inclusione è anche una responsabilità sociale e un processo dinamico che richiede un continuo lavoro di innovazione. Non si tratta solamente di mettere i bambini con bisogni speciali nella stessa classe con altri bambini, ma si tratta di lavorare per garantire che tutti abbiano le stesse opportunità di apprendimento e di crescita. La pedagogia dell’accoglienza dov’è? Che razza di cattiva maestra si comporta in maniera discriminante e violenta nei confronti di bambini fino ad arrivare a isolare e stigmatizzare un piccolo alunno e addirittura convincere un’intera classe di genitori ad isolarlo? Ma che razza di genitori sono questi?

Quando arriva un bambino particolare per i comportamenti o per la cultura di provenienza, chi educa deve essere contento. È come quando in un villaggio sperduto arrivava un viaggiatore, uno straniero, che porta novità e notizie, anche difficili da capire. Benvenuto l’imprevisto.

Andrea Canevaro ci raccomandava di essere coerenti. “Fare spazio” all'”altro” in classe comporta una revisione profonda e una messa in discussione della prassi pedagogica, del ruolo del docente, dei valori culturali, della definizione identitaria e delle capacità relazionali. Una rivoluzione, insomma, che non può certo dirsi conclusa. Sua è l’affermazione perentoria: “Misurarsi con la diversità coinvolge ognuno di noi nel fondamento del proprio essere, nei pregiudizi, nelle paure profonde, nelle barriere che abbiamo costruito per proteggerci”.

La storia del piccolo di terza elementare cosentino consumatasi già in marzo di quest’anno, ma arrivata a noi solo pochi giorni fa, è sconcertante. L’epilogo di questa storiaccia è stata la traumatica giornata di scuola per un bambino di otto anni: i suoi compagni sono rimasti a casa e lui ha trascorso in aula al banco da solo le ore di lezione. L’assenza di massa è da ricondurre proprio alla presenza del piccolo in classe, un soggetto iperattivo appena migrato da un’altra sezione di terza elementare della medesima scuola. L’assenza di massa sarebbe stata decisa dai genitori, per manifestare con un atto razzista la loro contrarietà all’inserimento del nuovo alunno che peraltro è un bambino dichiarato con alto quoziente intellettivo sopra la norma, bilingue, amante della musica e della matematica, che era stato trasferito sempre nella stessa scuola in altra sezione dopo aver confessato alla madre un disagio e una sofferenza grande.

La madre del piccolo accusa la maestra di aver aizzato i genitori: ha inviato un esposto in procura e sono in corso accertamenti sia dalla dirigente scolastica che del ministero e il garante dei minori è già intervenuto per difendere il piccolo da questa infamia. Il bambino è vittima innocente di una violenza da  stigma  che è un segno di discredito che rimane incollato e che lo indica come un soggetto da tenere a distanza. È un fenomeno che accomuna persone e minori che possono avere delle traiettorie esistenziali molto diverse. Ma la pedagogia e la psicologia sociale moderna sono almeno tre decenni che si sono focalizzate ampiamente sullo studio delle conseguenze dell’esclusione sociale a breve e lungo termine. Un vasto corpus di letteratura scientifica ha suggerito come l’essere rifiutati, ignorati, discriminati, isolati da altri gruppi sociali produca un’ampia gamma di effetti negativi sullo stato psico-fisico della persona come emozioni negative, calo dell’autostima, depressione (Williams, 2009; Noh et al., 1999; Ellis et al., 2008), diminuzione delle capacità cognitive (Baumeister et al., 2002), disturbi alimentari (Levine, 2012), rischio di suicidio (Schinka et al., 2012), comportamenti aggressivi (Twenge et al., 2001), riduzione della qualità della vita (Fozdar & Torezani, 2008). A lungo termine, l’esclusione sociale è considerata un fattore di rischio per la mortalità al pari dell’obesità e del fumo. Ma che popolo disumano siamo? Vergogna.

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