FILM DA RIVEDERE/ 5. La grande bellezza, Il caso Kerenes e L’intervallo per andare oltre il “marcio” delle città

- Antonio Autieri

Prosegue l’excursus di ANTONIO AUTIERI tra i film della stagione cinematografica appena conclusa che val la pena recuperare. Oggi si parla di film, per diverse ragioni, sorprendenti

lintervalloR439
Una scena del film L'intervallo

Ci avviciniamo al termine del nostro excursus, in 50 titoli da recuperare (in dvd, nelle arene estive o nei cinema che li ripropongono in mancanza di novità), della stagione cinematografica appena conclusa. In questa puntata dieci film sorprendenti: film importanti, magari non perfetti, ma con spunti interessanti, e piccole, grandi opere sconosciute che sarebbe un peccato non vedere.

Sorprese e Outsider – Prima parte

Iniziamo con un titolo tutt’altro che sorprendente, perché molto atteso e firmato da un autore ormai conosciuto e ammirato. La grande bellezza non è il miglior film di Paolo Sorrentino, anzi: il regista di film come Le conseguenze dell’amore, Il divo, This Must be the Place qui ha perso il controllo di una materia debordante. Ma è da apprezzare il coraggio di voler porsi a confronto con un film epocale come La dolce vita di Federico Fellini, descrivendo il viaggio nei bassifondi di una Roma stremata e corrotta da parte del giornalista Jep Gambardella, uomo corrotto anch’esso – e che ha dissipato il suo talento per seguire cronache mondane – eppure capace ancora di stupirsi per la bellezza che lo circonda. Più disperato che cinico, il film ha troppe cose fuori fuoco, troppi episodi poco significativi e una parte finale davvero debole (con la descrizione, un po’ ironica un po’ no, di un’anziana suora in odore di santità che lascia perplessi), ma conferma la grandezza di un regista che ha squarci visivi e narrativi notevoli, che sa tirar fuori il meglio dagli attori (oltre al solito Toni Servillo, si apprezzano i sorprendenti Carlo Verdone e Sabrina Ferilli). E di cui si rispetta la serietà: si sente che il tema di una città soffocata dalla frivolezza gli è urgente, anche se il livore ha offuscato la lucidità, e si rischia di disperdere la grande intuizione, di una “vita sedimentata sotto il chiacchiericcio, tra meschinità e sprazzi di bellezza”.

Anche della commedia francese Quando meno te lo aspetti sono noti la regista Agnes Jaoui, anche sceneggiatrice e attrice, e l’attore e suo marito Jean-Pierre Bacri (insieme realizzarono, tra gli altri, Il gusto degli altri e Così fan tutti), qui circondati da un coro. Tanti, forse troppi, anche qui personaggi e spunti; però i meccanismi dei rapporti tra persone desunti dagli archetipi delle favole intrigano e fino a un certo punto reggono bene nella storia che racconta di due innamorati, con lei che sognava il principe azzurro (in realtà, più simile a una versione al maschile di Cenerentola…), una veggente-fata che glielo ha indicato, ma anche il “lupo cattivo” che si frappone tra loro. Forse un po’ troppo intellettuale come gioco, ma è un divertimento sofisticato non privo di spunti interessanti, come la necessità di stare alla realtà e di non vivere di fantasie utopiste (purtroppo, tra queste, la regista ci piazza dentro anche la religiosità…) e ricerche di una felicità così perfetta da essere finta. Meglio affrontarla, la realtà, con tutte le sue paure.

Sempre francese è la commedia Tutti pazzi per Rose, godibile nelle sue ambientazioni deliziosamente retrò; la giovane Rose diventa dattilografa di un assicuratore rigido e che si porta dal suo passato alcune ferite; si intuisce dall’inizio che si innamoreranno, anche se ovviamente l’amore è contrastato. Meno prevedibile lo sfondo, ovvero gare di dattilografia cui il capo vuole che la ragazza si iscriva; veri rodei con macchine da scrivere, tutte velocità e nervi tesi. Ritmo e tensione non mancano, nonostante lo sport così improbabile; certo, lo zucchero nel finale è un po’ troppo, ma in serata rilassata e soprattutto per un pubblico femminile attento anche a dettagli estetici (le acconciature, i colori, gli ambienti) il film risulta gradevole.

Rimaniamo in Francia, ma con un film completamente diverso. Qualcosa nell’aria, in concorso a Venezia 2012, mostra un gruppo di studenti nella Parigi del 1972, appartenenti al Movimento post ‘68 ma divisi per linee politiche, sensibilità e caratteri differenti. In tutti c’è la voglia di partecipazione e cambiamento, che sfocia in scontri con la polizia, azioni dimostrative, dibattiti lunghi e inconcludenti. E nel desiderio che politica e vita coincidano, sperimentando “soluzioni” nuove negli ambiti affettivi (la rivoluzione sessuale), artistici, comportamentali (i rapporti con i genitori e con chi non vive la loro esperienza). Per Gilles, alter ego del regista Olivier Assayas, a un certo punto il cinema prenderà il posto della speranza di cambiare il mondo. Film complesso – soprattutto per giovani lontani anni luce da quei fatti – ma interessante, sincero e onesto, nel difendere gli ideali di un tempo, ma senza far sconti sulle utopie. Con comprensione verso chi cadeva in eccessi ed errori anche tragici e sarcastico verso ipocrisie e falsità, e soprattutto sulla deriva violenta di quel “movimento” o di frange di esso.

Sempre a Venezia, un anno fa, era in concorso anche La sposa promessa, della regista israeliana Rama Burhstein, un film ambientato nella comunità di ebrei chassidici, apparentemente chiusa e rigida, ma di cui vengono mostrate certe dinamiche profonde. Quando durante il parto muore la sorella, alla protagonista diciottenne crolla il mondo: il suo matrimonio combinato salta, e le viene proposto dalla sua comunità di sposare il fresco vedovo, suo cognato, che deve tirar su il piccolo neonato. Proposto, non imposto: e vediamo con quale delicatezza l’ipotesi di un destino diverso da quello immaginato fa breccia nelle libertà dei due giovani, in un percorso emozionante che porta alla rispettiva felicità e vocazione.

Tra i vari premi nazionali destinati al cinema italiano, ha fatto incetta nella categoria opera primaL’intervallo, di Leonardo Di Costanzo: esordiente non certo giovane, ultracinquantenne, dopo una lunga carriera nel documentario. Vediamo una giornata particolare, in una squallida periferia napoletana, tra una quindicenne che commesso un errore capace di far infuriare un piccolo boss e un giovane, poco più grande di lei, costretto a sorvegliarla. In un ambiente enorme e claustrofobico al tempo stesso (un vecchio collegio abbandonato, con un ampio giardino che sembra un bosco stregato e cunicoli e corridoi inquietanti), e in un contesto di criminalità sottintesa, l’ostilità iniziale della ragazza si trasforma prima in sfida provocatoria, poi in curiosità verso il ragazzone costretto a fare qualcosa di cui non capisce i motivi. Un’attesa snervante, interrotta solo da uno sgherro professionista che cerca di incutere terrore alla ragazza (che risponde con una strafottenza che è solo insicurezza ben celata), che produce piccoli miracoli di scoperte: su di sé, sull’altro, sull’ambiente circostante. Finché la giornata particolare finisce: e tutti i nodi verranno al pettine. Piccolo miracolo realizzato con pochi mezzi e con due attori giovanissimi,L’intervallo è un affresco su un mondo soffocante e violento, che costringe due minorenni a scelte difficili e che sembra non prevedere una speranza nelle loro vite oltre il tempo di un “intervallo” imprevisto. E che invece apre a una consapevolezza nuova.

Altro esordio alla regia interessante per stile e temi è La città ideale, e anche qui è un esordio particolare. Il regista, e protagonista, è infatti il noto attore Luigi Lo Cascio, che ambienta a Siena una vicenda paradossale, tra Kafka e Pirandello. Un uomo ossessionato dalla difesa dell’ambiente, dalla legalità e dai principi, si ritrova accusato di qualcosa che sa di non aver fatto; e inizia a perdere fiducia nella giustizia e nel sistema di valori cui ha sempre creduto. Al di là dell’apologo, molto interessante, che sembra sposare i temi dell’ambientalismo per svelarne però anche i rischi di fanatismo, il film di Lo Cascio si fa apprezzare per uno stile maturo che sembra richiamare i primi film di Roman Polanski; un noir esistenziale, recitato da ottimi attori (su tutti lo zio di Lo Cascio, Luigi Maria Burruano, e la madre dell’attore-regista, l’esordiente Aida Burruano), forse non perfetto ma da recuperare senz’altro dopo un troppo veloce passaggio al cinema.

È stato visto ancora meno Buon anno Sarajevo, della giovane regista bosniaca Aida Begic, che dopo l’apprezzato film d’esordio Snijeg/Snow torna a raccontare la realtà del suo Paese e della guerra attraverso la storia di due fratelli: Rahima ha 23 anni, il fratello Nedim 14, e sono orfani dei genitori dai tempi della guerra. A Sarajevo, dove vivono, tutto reca i segni del conflitto non più vicino nel tempo ma mai dimenticato da chi ne paga le conseguenze: macerie soprattutto psicologiche, e non c’è troppa comprensione per orfani come loro. La ragazza, dopo un’adolescenza inquieta (è cresciuta in orfanotrofio), lavora come cuoca “precaria” e nel frattempo ha trovato una stabilità interiore nella fede musulmana, che vive con serietà ma senza rigidità, e fa da madre al fratello. Ma Nedim si caccia nei guai e per la sorella diventa quasi impossibile tirarlo fuori: ci può essere speranza per loro? Film dallo stile asciutto, ma che comunica tensione e angoscia: impossibile non rimanere toccati dalle vicende dei due fratelli, tra desideri trattenuti di un miglioramento della propria vita e disillusioni, soprattutto per colpa di una violenza che sembra inestirpabile dal contesto in cui vivono; impressiona soprattutto la forza di Rahina, e il legame tra in due fratelli, più forte di tante sventure.

Dalla Danimarca, invece, arriva Il sospetto di Thomas Vinterberg: Mads Mikkelsen, ormai una star internazionale (era il cattivo anti-Bond in Casino Royale, ma lo abbiamo visto anche in tanti film d’autore tra cui Dopo il matrimonio e Le mele di Adamo), è un insegnante di asilo amato dai bambini e stimato da genitori e colleghi. Finché una bambina “innamorata” di lui si vendica infantilmente per essere stata respinta dal maestro accusandolo di cose bruttissime. L’uomo entra in una spirale infernale: tutti lo guardano con sospetto, anche gli amici più cari (genitori, peraltro, della bimba); e dalle minacce si arriva in fretta alla violenza. Un clima cupo, angosciante in un’opera forse un po’ prevedibile ma strutturata credibilmente, che racconta bene squarci di società contemporanea, tra ossessioni e paure (anche chi lo crede innocente non lo difende). E con un finale aperto efficace. Mikkelsen ha vinto con merito il premio come miglior attore a Cannes 2012.

Infine, dalla Romania il film che ha vinto l’ultimo Festival di Berlino: Il caso Kerenes di Calin Netzer, che racconta uno spaccato di quel Paese diverso da quello che ci immaginiamo, ovvero non povero e violento ma ricco e borghese. Come lo è Cornelia, donna il cui unico – ma non piccolo problema – è il difficile rapporto con il figlio Barbu, sprezzante e violento verso di lei. Quando l’uomo, che vive con una donna che non va a genio a Cornelia, investe e uccide un ragazzino, il mondo di Cornelia va in pezzi. Il film ha il pregio di mostrare non solo il marcio di una società in cui sembra che con i soldi si possa comprare anche la verità, ma anche la resistenza di alcune figure a questa deriva. Che porterà, nel finale, a una commozione e a una consapevolezza nuova. Che parte da ammissioni di colpa (non solo del giovane uomo, ma anche della madre e della sua “educazione”), per arrivare, forse, a una vita nuova.

 

(5 – continua)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie di Buio in sala