ESCLUSIVA MONDIALE PER CLUB/ Mister Ricci, l’italiano del Congo: la mia Africa e il segreto del Mazembe, l’anti-Inter

- Luciano Zanardini

DOMENICO RICCI conosce l’Africa come pochi. Ha allenato in Congo e oggi scopre talenti. In questa intervista concessa in esclusiva a ilsussidiario.net racconta la sua Africa calcistica e presenta i congolesi finalisti al Mondiale per club: un miracolo ma non del tutto…

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La formazione del Mazembe finalista (Foto Ansa)
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MONDIALE PER CLUB – L’Africa ritorna continuamente nella sua vita. La sua Africa ha il volto dell’amore, la sua Africa prende le sembianze di una squadra di calcio, la sua Africa lo impegna nell’attività di scouting. In un continente tanto affascinante quanto sconosciuto Domenico Ricci ha vissuto quasi trent’anni. È stato il primo allenatore italiano a tentare l’avventura su una panchina africana. Siamo nel 1986, in Congo e precisamente a Kinshasa. Domenico guida l’Associazione Sportiva Bilima alla conquista del campionato e la porta alla finale di Champions League dove viene sconfitto dalla squadra marocchina (la squadra dei militari) di Rabat. Finì male, anche perché «noi non avevamo la loro organizzazione e, inoltre, pensavamo di essere più forti: è proprio questo il difetto degli africani».

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I congolesi si divertono dalla mattina alla sera, anche quando giocano a calcio. «Con la nostra squadra vincemmo – racconta Ricci in esclusiva a ilsussidiario.net – 18 partite consecutive. Eravamo forti. Conoscono i concetti di base e quando decidono di giocare… Mi ricordo che durante l’allenamento facevamo girare tanto la palla, offrendo un calcio mobile nel quale si aprivano gli spazi. La Costa d’Avorio, il Ghana e il Senegal sono maestri in questo. Poi basta che si rompa un meccanismo e il gruppo si sfalda». La circolazione della palla è la stessa che ha fatto vedere il Mazembe, finalista al Mondiale per club, che ha messo in mostra anche una disciplina tattica non casuale. «Mi ricordo che avevamo fatto diverse partite di Coppa Campioni nello stadio della città di Lubumbashi (una città mineraria dove estraggono il rame e dove gioca il Mazembe), perché il nostro era squalificato. La gente era volitiva, molto più inglese rispetto alla tradizione congolese che è più belga (fantasia, creatività e poca disciplina). Solo così si può capire come mai il Mazembe è approdato in finale».

Anche se alla fine verrà fuori il valore tecnico, «non vanno certo sottovalutati: Sanno far giocare la palla, ma un confronto sul piano tecnico è assurdo; si pensi solo agli stipendi e alla preparazione. Hanno un tecnico senegalese (Lamine N’Diaye) che ha giocato anche in Francia. Mi sembra un miracolo, rimarrà solo un bel sogno». Facciamo un passo indietro. All’inizio dicevamo di quanto fu importante l’amore: in Italia la sua fidanzata (che poi diventò sua moglie) era la figlia dell’ambasciatore del Congo in Vaticano. Nasce così l’opportunità di andare a tentare l’esperienza nel continente nero.

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Rispetto al 1986, oggi l’Africa calcistica significa meno «improvvisazione» e una grande quantità di talenti allo stato puro. Puri come i minerali che abitano il territorio: «Lo Zaire viene definito lo scandalo ecologico. Questa è stata la fortuna e la sfortuna del popolo, perché quando nasci ricco, è difficile trovare la grinta. È un difetto dei congolesi: hanno la consapevolezza di avere le materie prime e, quindi, non si preoccupano di crescere». Ha visto da vicino anche il Ghana (troppo forte), quando nel 1991 sembrava ancora impossibile pensare a un’esplosione del calcio africano.

 

I retroscena e le testimonianze vissute in presa diretta da Ricci in Africa sono state descritti molto bene e con passione nel libro «Africa, Boma ye!». Il titolo del volume si ispira alla frase che risuonava nello stadio di Kinshasa durante il mondiale dei pesi massimi (Alì-Foreman) nell’ottobre del 1974, quando il pubblico africano gridava a gran voce: «Alì, uccidilo». «Africa, Boma ye!». Ovvero Africa sconfiggi i tuoi avversari e gli speculatori delle tue ricchezze.

 

Nel suo curriculum può vantare numerose collaborazioni con club europei prestigiosi, fra questi non si può non citare la Juventus, ma gli scandali legati a calciopoli l’hanno nauseato a tal punto che per cinque anni si è dedicato a fare altro. Adesso ha ripreso e si occupa principalmente di giovani con la speranza di indovinare il campione di domani. In questi giorni è in Italia con due ragazzi: Profet, difensore ghanese del 1992 (in realtà è del 1993, ma se prima si abbassavano l’età per venire in Europa, oggi la alzano per aggirare le norme della Fifa che non permettono ai minorenni di circolare), e Atse (ivoriano, centrocampista difensivo alla Essien, tanto per intendersi). Il vero gioiello, però, è ancora in Costa D’Avorio: è nato nel 1994 ed è un portiere fenomenale, ma per il momento a causa dell’età non può spostarsi: «È un peccato perché, se il centravanti ha già una tecnica di base, il portiere ha bisogno di avere dei formatori; così si rischia di bloccare l’esplosione di un talento naturale». Perché in Africa, come scrive Ricci nel suo libro, il giovane ha poche possibilità per emergere: lo studio e la musica, lo sport o il banditismo. Se studiare è per pochi, inseguire un pallone è per tanti.

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