CAOS AFGHANISTAN/ Al cuore della sconfitta Usa: perché i talebani sono ancora lì

- Leonardo Tirabassi

Gli americani si sono ritirati dall’Afghanistan per una serie di ragioni che potrebbero non esser loro del tutto chiare. E così il “cerchio afghano” si è chiuso

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Autobomba in Afghanistan (LaPresse)

“Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”. Il tempo e Allah. Se c’è un modo semplice, caustico ed efficace per riassumere la guerra in Afghanistan, niente meglio delle parole che un prigioniero talebano disse ad un giornalista di News Week dieci anni fa.

Niente di nuovo sotto il sole, lo aveva ben capito Henry Kissinger, uscendo dalla guerra del Vietnam. A Ho Chi Minh, a Giap non importava niente del tempo, né delle perdite, combattevano a casa loro, per la loro causa, potevano volerci anni per buttare fuori gli Stati Uniti. Ma loro avevano il tempo, tutto quello che dovevano fare era aspettare, aspettare che lo straniero si stancasse di buttare denaro, di veder morire i propri giovani a migliaia di chilometri lontano da casa per una guerra ormai incomprensibile per l’opinione pubblica americana. I vietcong non dovevano vincere sul campo, bastava non perdere.

E di nuovo dopo quasi cinquant’anni siamo a parlare delle stesse cose. Come è andata la guerra in Afghanistan? Perché gli americani ed i loro alleati non l’hanno vinta? A dispetto dell’impressionante sforzo organizzativo, logistico, e di tecnologia utilizzata.

Clausewitz aveva avvertito, in primo luogo, che la guerra è un camaleonte, cambia sempre forma in modo inaspettato, e i generali combattono un nuovo conflitto con l’esperienza del passato. Ma per vincere una guerra, ecco il secondo punto, è necessario che un comandante sappia quale guerra stia combattendo. Consapevolezza che significa avere bene chiari gli obiettivi politici da raggiungere ed i mezzi militari necessari da impiegare per conseguire quei fini. Solo nelle guerre totali come la Seconda guerra mondiale obiettivi militari e politici coincidono, quando la distruzione sul campo del nemico porta alla resa incondizionata, fine ultimo dei combattimenti.

Le guerre combattute, però, da una super potenza contro un esercito popolare, le cosiddette guerre di contro-insorgenza, sono guerre completamente asimmetriche. La prima differenza è la tipologia dell’attore, un’entità statale contro una forza politica ancora in fieri. In secondo luogo, le forze in campo non possono essere quanto di più diverso: un esercito regolare ben addestrato e ben armato che affronta truppe irregolari, insorti, partigiani, terroristi – chiamateli come vi pare ma la sostanza non cambia e comunque i talebani non sono solo un gruppo terrorista clandestino – che si nascondono e si confondono con la popolazione civile.

Infine, l’asimmetria più grande, la quantità di forza di cui dispongono i contendenti. Da una parte una tecnologia impressionante, all’avanguardia, con una potenza di fuoco spaventosa, basti ripensare agli inizi della guerra in Afghanistan, a Tora Bora nel dicembre del 2001, quando i talebani e Al Qaida provarono a resistere frontalmente alle forze della coalizione, e persero e duramente.

E allora perché dopo vent’anni i talebani sono ancora lì?

Per svariati motivi. Nelle guerre di contro-insorgenza, l’aspetto militare è importante ma non fondamentale: il centro è il controllo della popolazione, la sua messa in sicurezza, che deve avvenire però da parte di forze locali, da parte degli stessi afghani. Gli eserciti stranieri possono svolgere solo un ruolo vicario, non centrale, altrimenti la guerra si trasforma in un guerra di conquista, conflitto che richiede altre regole, altra strategia e ben altro impegno. Magari gli eserciti ospiti possono svolgere il ruolo di controllo e sigillo delle frontiere per impedire l’uso di santuari in paesi vicini, come nel caso della protezione data dal Pakistan ai talebani (obiettivo purtroppo mancato).

La conseguenza dell’asimmetria di forza è che il combattente più debole farà di tutto per aggirare la super forza avversaria, userà qualsiasi strumento a sua disposizione, lecito o illecito, alla ricerca del punto debole. Poco importa la morale e il diritto internazionale di guerra, specialmente se, come nel caso dei talebani, si combatte contro gli infedeli. Da qui l’uso del terrorismo contro la popolazione, gli attentati contro i civili alleati o semplicemente inermi spettatori, i massacri di donne e bambini, insomma lo scatenamento del terrore, ai loro occhi prezzo necessario per la vittoria. Sangue innocente a dimostrazione del fallimento degli sforzi dello straniero di assicurare protezione.

Questo significa che la potenza di fuoco di cui dispongono gli eserciti regolari super tecnologici semplicemente non può essere dispiegata. Il Vietnam ha fatto lezione. Non si può bombardare a tappeto chi si vuole salvare! Non c’ è più il sipario della guerra fredda a nascondere l’orrore sul palcoscenico.

Così gli Stati Uniti ed i loro alleati si sono ritrovati, per lo meno dopo la morte di Osama Bin Laden nel maggio 2011, a combattere una guerra per “scelta” e non “necessaria”. In una tensione tra obiettivi difficilmente articolabili. Da un lato una guerra assoluta e totale al terrorismo internazionale, in tutte le sue forme – formula con valenza retorica e propagandistica più che obiettivo politico militare quantificabile –, dall’altra la costruzione della democrazia in Afghanistan, obiettivo francamente chimerico.

Di fronte, invece, un nemico come i talebani che sa bene per cosa combatte, e che per giunta, secondo la sua fede, non dispone di altra scelta.

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