CAOS AFGHANISTAN/ “Biden regala l’Asia centrale a Erdogan, nemico dell’Europa”

- int. Marco Lombardi

Biden propone un nuovo piano al governo di Kabul e ai talebani per il futuro dell’Afghanistan ma il garante è Erdogan: una mossa di folle cecità politica

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Il presidente dell'Afghanistan Ashraf Ghani arriva in Parlamento per la sessione d'apertura (LaPresse)

Dopo vent’anni esatti di guerra, inutile e perdente, gli Stati Uniti salutano l’Afghanistan e se ne vanno, un po’ come fecero nel 1975 in Vietnam. Lasciando però, questa volta, una situazione decisamente favorevole all’islam più estremista e radicale, che non è solo quello dei talebani, ma anche quello di Erdogan, il gran sultano della Turchia. La bozza di accordo che l’amministrazione Biden ha infatti inviato in queste ore al governo di Kabul e ai talebani prevede tre punti: un governo di transizione, una nuova Costituzione e un disegno di Stato che compenetri la tradizione islamica e il rispetto dei diritti secolari.

È evidente a tutti che questi due aspetti non potranno mai convivere: ad esempio, il rispetto dei diritti delle donne con la concezione che ne hanno i talebani. Ma la cosa peggiore è che gli Usa affidano nientemeno che a Erdogan la conduzione del negoziato definitivo, da tenersi ad aprile ad Ankara: “È uno schiaffo all’Europa. Erdogan in questo momento rappresenta l’islam politico radicale nemico dell’Europa, lasciare a lui la conduzione della strategia di pace in Afghanistan significa uno sgarbo enorme e anche un pericolo”, ci ha detto in questa intervista Marco Lombardi, docente di Sociologia all’Università Cattolica di Milano ed esperto di terrorismo.

La proposta di Biden è di tenere insieme al potere “diritti secolari” e “tradizione islamica”, ma tutti sanno che l’islam dei talebani non è quello moderato, anzi. Potranno mai convivere visioni opposte, ad esempio sui diritti delle donne?

Questa proposta segue la linea che ci si aspettava. L’ipotesi di abbandono immediato degli americani, come chiedeva Trump, era una proposta disastrosa, perché lasciava le cose così come stanno e la situazione sarebbe esplosa.

Ci si aspettava dunque una proposta da parte di Biden?

Sì, quantomeno per non rimetterci la faccia. Da questo punto di vista è in linea con il processo di istituzionalizzazione nel quale erano coinvolti i talebani e che in fin dei conti si è legittimato da quando sono iniziati i colloqui in Qatar. A questo punto è una forzatura che ci voleva, anche nei confronti del governo istituzionale.

Perché?

Perché il governo giocava un po’ facendo orecchie da mercante e in modo ambiguo. Entrambi i contendenti afghani hanno giocato sulle ambiguità. Rispetto allo specifico della proposta Biden, aggiungerei che oltre a questi tre punti ce ne sarebbe voluto un quarto.

Quale?

Che tutto quanto proposto venisse condizionato alla cessazione totale dell’uso delle armi da parte dei talebani e degli attacchi terroristici. Quello che hanno fatto in questi mesi è stato sedersi al tavolo con una mano facendo gli accordi e con l’altra usando l’Ak-47. Questo non è più accettabile, non si può domani, dopo l’ennesimo attacco, fare finta che non sia avvenuto e continuare su un progetto così forte come quello proposto da Biden. Altrimenti sarebbe solo doppiogiochismo di parte americana, cioè andarsene disinteressandosi delle sorti dell’Afghanistan.

Ma la convivenza tra un governo di stampo occidentale e l’islam di concezione talebana sarà possibile?

Secondo me è una scommessa improbabile da vincere. Però c’è un punto che la diplomazia deve affrontare: la capacità del governo istituzionale di fare da contrappeso.

Vale a dire?

Sono scettico che questo possa accadere, non confido che i talebani possano rispettare quelli che noi chiamiamo diritti umani, come quelli della donna cui accennava anche lei, tanto meno gli americani, che su questo sono ancora più rigidi rispetto agli europei nella tutela di questi diritti.

Quindi?

Credo che sia irraggiungibile una convivenza tra questi due mondi e che Biden lo sappia. Tutto questo fa del piano, più che una mossa di politica reale, un tentativo di salvare la faccia mentre si abbandona l’Afghanistan. Detto ciò, è giusto che la diplomazia ci provi, ma l’unica possibilità remota che questo accada è costruire un altro pilastro: per evitare di lasciare l’Afghanistan ai talebani, si chiede al governo di incorporarli. Questo riuscirebbe nella misura in cui il governo istituzionale sapesse imporsi nei confronti dei talebani. Un altro punto che ci vorrebbe è creare una sorta di tutela internazionale, coinvolgere attori terzi con la funzione di mallevadori.

Infatti Biden ha incaricato Erdogan di guidare i colloqui definitivi ad Ankara. Le sembra una scelta sensata?

Una scelta pessima, un ulteriore problema. Se c’è qualcuno che non gioca secondo la logica occidentale ed europea, è proprio Erdogan. Indicare Erdogan come interlocutore vuol dire che l’America abbandona la scena mediorientale facendo un grosso sgarbo all’Europa, perché Erdogan riconosce l’islam radicale politico e questo è un errore gravissimo. Quello di Biden è uno sgarbo: in pratica, affida l’Asia centrale a un nemico dell’Europa. Cambieranno lo stile della guerra e gli attori del conflitto.

(Paolo Vites)

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