CAOS KAZAKISTAN/ “È la repressione di un regime amico di Mosca e anche di Pechino”

- int. Massimo Introvigne

Secondo le fonti ufficiali governative la rivolta in Kazakistan sarebbe già stata soffocata. Xi Jinping si è congratulato per la repressione

Proteste in Kazakistan
Proteste in Kazakistan (Twitter Koiki Media, 2022)

Secondo le fonti ufficiali governative la rivolta in Kazakistan sarebbe già stata soffocata. L’immediato arrivo dell’esercito russo chiesto dal presidente kazako Tokayev ha fatto sì che per la prima volta il patto di sicurezza collettivo tra repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale entrasse in funzione. Come ci ha spiegato Massimo Introvigne, sociologo, fondatore del Cesnur e del sito Bitter Winter “la dottrina Putin è ormai consolidata nella tolleranza zero nei confronti di tutte quelle che una volta erano state chiamate rivoluzioni colorate, che hanno interessato appunto diverse repubbliche ex sovietiche rette dalla caduta del Muro da ex funzionari del Partito comunista: Georgia, Ucraina, Kirghizistan, Azerbaijan, Bielorussia. Putin non tollera più nel suo tentativo di ricostruire la grande Russia sovietica alcun tipo di richiesta di democratizzazione che possa allontanare questi Stati dalla sfera di influenza di Mosca”. Il Kazakistan poi, ci ha detto ancora Introvigne, è sì filorusso, ma anche filocinese, in quanto costituito da popolazione musulmana nomade che ha sempre avuto rapporti con il vicino Xinjiang, la regione dove è in atto la repressione di Pechino contro i musulmani: le popolazioni sono praticamente le stesse e i kazaki accusano il loro governo di sottostare alle pressioni cinesi”. Un quadro complicato insomma che potrebbe alla lunga portare a una rivolta più consistente. Intanto, ieri Xi Jinping si è congratulato con il regime kazako per la repressione adottata.

Il suo sito Bitter Winter si occupa di documentare la repressione della libertà religiosa e dei diritti umani in Cina. Avete notizie dal Kazakistan?

Purtroppo sì, diversi nostri corrispondenti sono stati arrestati negli ultimi giorni durante la repressione delle manifestazioni, senza neanche che vi fossero coinvolti.

Il motivo?

Avevano pubblicato una serie di articoli molto letti di testimonianze di persone scappate dalla Xinjiang cinese e rifugiatesi nel vicino Kazakistan. Questi articoli hanno molto disturbato Pechino, a riprova che il governo kazako non è solo filorusso ma anche filocinese. Approfittando degli arresti di oppositori, in questi giorni hanno arrestato anche i nostri corrispondenti, benché non avessero partecipato alle proteste contro la gestione dell’economia.

E perché sono stati arrestati?

Perché sono attivisti che contestano la politica filocinese o lo scarso sostegno del governo a questi rifugiati che sono etnicamente kazaki ancorché cittadini cinesi.

Insomma il governo kazako ne sta approfittando per far piazza pulita di ogni tipo di oppositore?

Sì, sta cercando di sbarazzarsi delle opposizioni.

Per la prima volta è stato applicato il trattato Csto, che autorizza le truppe degli stati aderenti a andare in aiuto di uno dei paesi che ne chiede l’intervento; un po’ come succedeva ai tempi del Patto di Varsavia, con l’invasione di Ungheria e Cecoslovacchia, è così?

Certo, a differenza delle truppe kazake i russi sono in grado di mantenere l’ordine con il loro classico stile. La dottrina Putin si basa sulla non tolleranza delle rivoluzioni cosiddette colorate che anni fa avevano interessato molte repubbliche ex sovietiche. L’ultima fu in Kirghizistan e portò a una piccola democratizzazione che ormai è già quasi tutta stata eliminata. In più la paura è sempre quella che queste rivoluzioni portino ad avvicinarsi all’occidente, vedi quanto sta succedendo in Bielorussia. Xi Jinping nei suoi libri dice sempre che l’errore di Putin è stato di non aver soffocato nel sangue le rivoluzioni colorate. La dottrina Putin è quella di mandare i carri armati, non c’è nessuna tolleranza per le richieste di democrazia. Tutto viene giustificato con la presenza di pericolosi terroristi, una tattica che usava anche Stalin.

Però sembra che in mezzo ai manifestanti pacifici si siano infiltrati gruppi armati; dieci poliziotti addirittura sarebbero stati decapitati.

Il Kazakistan è un paese violento, anche la polizia è stata censurata dalle Nazioni Unite perché ammazza la gente per futili motivi. Se il governo usa il terrorismo islamico per giustificare la repressione, va detto che questo in Kazakistan non esiste nel modo più assoluto.

È un dato di fatto? 

L’ex dittatore Nazarbayev fece piazza pulita anni fa di ogni elemento terroristico e tra gli uiguri l’intelligence inglese ha contato al massimo cento appartenenti a gruppi terroristici, un numero pari allo zero.

È vero che l’attuale presidente è solo un delfino dell’ex leader oggi in pensione che ha governato il paese per trent’anni ed era l’ex segretario del Partito comunista, Nazarbayev?

Sì, Nazarbayev continua a detenere poteri enormi. La sua strategia è stata quella di creare un mito nazionalistico dando in qualche modo l’impressione di una politica di grande potenza. Questo nazionalismo era un modo per far tollerare ai cittadini il fatto che non ci fosse una vera democrazia e che le elezioni fossero manipolate. Vinceva sempre con l’80% senza una vera opposizione.

Il popolo kazako ha mai conosciuto la democrazia?

Il nunzio cattolico in Kazakistan mi spiegava che i kazaki sono una popolazione nomade che non ha mai avuto una vita democratica. Il fatto che non si votasse per davvero era una cosa per cui protestava il ceto intellettuale, ma per la maggioranza della popolazione era sufficiente che ci fosse una certa prosperità. Il nazionalismo li teneva tranquilli.

Che cosa c’è nel mirino della contestazione?

Non è la politica filo russa a essere contestata, ma quella filo cinese. I kazaki essendo un popolo di tradizione nomade sono sempre stati abituati ad avere rapporti con lo Xinjiang cinese dove c’è una forte minoranza che parla kazako. Anche se oggi non sono più nomadi, continuano ad avere affari in comune. La repressione degli uiguri ha scatenato la rabbia dei kazaki di etnia cinese a cui adesso si aggiunge la crisi economica.

(Paolo Vites) 

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