CAOS LIBANO/ Macron e la “pedina” Beirut per ostacolare Erdogan

- Leonardo Tirabassi

Macron torna in Libano. La Francia vuole una presenza forte nel Mediterraneo per fermare l’avanzata neo-ottomana della Turchia

macron libano 2 lapresse1280 640x300
Il presidente francese Macron in Libano (LaPresse)

Il 10 agosto 1920, cent’anni fa precisi, nella tranquilla cittadina di Sèvres, adesso un sobborgo di Parigi, veniva firmata la pace tra l’Impero Ottomano e gli stati vincitrici della prima guerra mondiale. Quel momento segnò la fine della Sublime Porta e l’entrata prepotente dell’Europa, e prima di tutto di Francia e Gran Bretagna, nelle questioni del vicino oriente, fatto ancor oggi carico di conseguenze, con Parigi delegata ad occuparsi dei fatti di Siria e Libano.

Fino ad allora, dal 1753, Sèvres era famosa per ospitare una celebre manifattura di porcellane ancor oggi apprezzatissime, nonché sede dell’Archivio internazionale di pesi e misure, cioè il campione del metro. Sèvres, metafora sublime e paradossale del gusto raffinato e della misura. Ma il corso storico che da lì è partito per il Medio oriente non ha subito quella strada. E il Libano non è da per lo meno quarant’anni una felice eccezione. D’altra parte, la cittadina era stata testimone di un fallimento diplomatico totale quando nel 1956 Francia, Gran Bretagna e Israele pianificarono il disastroso intervento di Suez. Ma torniamo ad oggi.

L’esplosione drammatica al porto di Beirut, le accuse non velate tra le varie forze e fazioni sulle responsabilità, non hanno fatto altro che rimarcare la fine di un equilibrio precario e destinato al fallimento fin dal suo nascere, quella tregua nel 1990 che segnò la fine della guerra civile, religiosa, etnica e politica durata ben quindici anni e che vide contrapporsi musulmani a musulmani, cristiani a musulmani, drusi a sciiti, palestinesi contro tutti con l’ingerenza di Siria, Israele, e gli interventi poi di Francia, Stati Uniti e Italia. Ma la crisi libanese inizia prima di questa deflagrazione al porto. Inizia con l’incapacità della classe dirigente libanese a gestire la transizione da una situazione eccezionale come il dopoguerra a una normalità, come dimostra la devastante situazione economica.

Quattro però sono le novità di questi giorni. La debolezza della fazione-partito-esercito di Hezbollah che vede il suo sponsor di Teheran in grave difficoltà a causa di una crisi economica e sanitaria di grandi dimensioni. In secondo luogo, lo storico accordo tra Israele e gli Emirati, che segna una relazione sempre più stretta tra Gerusalemme e i paesi sunniti; si ricordi che questa pace segue quella con l’Egitto e la Giordania, che toglie fiato a Teheran. Terzo punto, il rinnovo della missione Unifil, con un mandato più forte; infatti la risoluzione chiede al governo del Libano di consentire “pronto e completo accesso” alle aree a nord della Linea Blu, al confine con Israele. In ultimo, l’entrata da protagonista della Francia nella questione libanese, come dimostra l’immediato viaggio di Macron a Beirut all’indomani della terribile tragedia, missione che si dovrebbe ripetere in questi giorni. Intervento, si badi, senza copertura internazionale esplicita, non sotto la bandiera dell’Onu, né dell’Unione Europea o di qualche quartetto di garanzia, magari costruito ad hoc.

Certo la Francia ha le carte in regola per cercare di riempire il vuoto di potere che si è creato a Beirut. Ha ottimi rapporti con il presidente Aoun, cristiano maronita, che trovò ospitalità a Parigi durante la guerra civile; ha difeso Saad Hariri dai sauditi; ha sempre dialogato con Hezbollah. Tolto di mezzo l’ingombrante vicino siriano, sempre interessato alle questioni interne libanesi, lontani e indeboliti gli ayatollah, più forti gli israeliani, con gli attori libanesi screditati, vi è molto spazio per un giocatore esterno abile e potente.

Quello che la Francia vuole è chiaro. Una presenza forte nel Mediterraneo dalla Grecia alla Libia, dove si fa sempre più sentire l’assenza politica Usa, ma non militare, cercando di fermare i sogni di grandezza neo-ottomani, ruolo poi da giocare sui tavoli europei ed internazionali.



© RIPRODUZIONE RISERVATA