CAOS M5S/ L’harakiri finale di un grande imbroglio cominciato nel ’92

- Gianluigi Da Rold

La nascita del partitino di Di Maio e la fine dei 5 Stelle segnano un nuovo spartiacque della repubblica. Avremo imparato la lezione?

moral suasion
Il palazzo del Quirinale, sede della presidenza della Repubblica (LaPresse)

La sensazione che ti salta subito alle mente è che l’operazione del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, segni una svolta in questo avventuroso trentennio di politica italiana. La scissione consistente avvenuta nel Movimento 5 Stelle ( che non è più il primo partito del Parlamento), non è soltanto la nascita di un nuovo e immaginifico (veramente dannunziano) movimento politico, ma il capolinea di una delle stagioni tra le più sgangherate della nostra giovane democrazia, anche se conta ormai 70 anni dopo la caduta del fascismo.

Fuori da ogni metafora e dalle buone maniere che si devono mantenere, ipocritamente, in questo Paese, siamo arrivati al “capolinea del vaffa day”, il pensiero politico di un comico modesto che, in un periodo di grandi tribolazioni, è riuscito a dare il colpo di grazia all’assetto istituzionale, politico e sociale di questa Repubblica, facendo ricorrere ai ripari una classe politica che ormai non c’è più.

Inutile anticipare i tempi. Ci vorranno alcune elezioni amministrative e poi quelle politiche per misurare l’attuale forza dei vari gruppi sparsi che ha prodotto il “verbo grillino” e l’intuizione tecnologica ispirata a Rousseau, filosofo contraddittorio, ridotto a “piattaforma” dai Casaleggio, padre e figlio.

Al momento i sondaggisti più accreditati dicono che il nuovo movimento di Di Maio raccoglierebbe dall’1 al 2 per cento. Difficile valutare. Ma oramai c’è chi fa scommesse con i bookmakers inglesi che quel 33 per cento e passa raccolto dalla galassia del comico nel 2018, difficilmente potrebbe raggiungere una doppia cifra in percentuale da tradurre in parlamentari dopo le prossime politiche. Insomma siamo probabilmente di fronte alla celebrazione di un funerale politico.

Questa nuova scissione (ce ne è stata una serie che è inutile contare) sembra il timbro definitivo della crisi che attraversano le democrazie occidentali, soprattutto però l’ Italia.  C’è da notare il paradosso che ogni scissione del M5s ha provocato un “richiamo all’origine” del Movimento, oppure alla sua inevitabile trasformazione, o ancora al “tradimento poltronaro”.

Ma il vero fatto  paradossale è che non si troverà nessun aderente, nemmeno un dirigente, in M5s, che saprà solamente sintetizzare, anche in modo confuso, quale tipo di società ha o ha avuto in mente il Movimento, quali sono le scelte politiche di fondo, quali i riferimenti istituzionali.

In genere ci si riferisce al Parlamento da “aprire come una scatola di tonno”, “all’uno che vale uno”, ma adesso non più per Di Maio; agli scampoli di una “democrazia diretta” che ricorda quella del Canton di Uri in Svizzera (si vota per le fontanelle) e non un aiuto funzionale a una grande democrazia parlamentare, a una democrazia democratica liberale, che è certamente “imperfetta”, come diceva Winston Churchill, aggiungendo subito però che “purtroppo non c’è nulla di meglio in giro”.

Molte cose avvengono anche per caso, ma c’è anche chi pensa alla filosofia della storia e quello che è accaduto dal 1992 in Italia, con una combinazione mediatico-giudiziaria, spalleggiata da alcuni grandi poteri finanziari, interni ed esteri, non poteva che terminare nel guazzabuglio dell’oltre il 33 per cento “pentastellato” con tutte le conseguenze del caso.

Decapitati i partiti democratici da una magistratura che non ha alcuna credibilità, tra dimenticanze grossolane e “scoperte” note a tutti e quindi tollerate dai vari presidenti delle Camere, in Italia è rimasto un binomio che derivava dai nipotini del fascismo, dai nipotini di Breznev, per non citare Togliatti e Stalin, e dai nipotini del cattocomunismo. Uno scempio, che ha promesso mare e monti, che ha perso con la “sua macchina da guerra” la battaglia contro il presidente di Mediaset e del Milan (roba da matti!) e oltre a tutto ha fatto promesse incredibili.

C’è poi chi prometteva che, in questa Europa, si lavorava “quattro giorni e si guadagnava il salario di cinque giorni”. Poi c’ era chi ipotizzava un risanamento finanziario che è affogato  in una crisi devastante come quella del 2008 e chi nello stesso tempo, da sinistra quasi pentita, ha fatto una raffica di privatizzazioni smantellando Iri ed Efim e ridimensionando l’Eni in modo maldestro.

Il risultato di queste promesse è stato un principio di deindustrializzazione del Paese, un impoverimento e una diseguaglianza crescente, un debito pubblico più devastante di quello che era stato messo sotto accusa nella prima repubblica e uno svuotamento del Parlamento, perché la palese incapacità politica della nuova classe dirigente richiedeva la presenza di tecnici che almeno sapessero far di conto. Quindi un rafforzamento dell’esecutivo.

La disillusione di queste promesse, con tutti i risultati sbagliati, ha provocato il decollo elettorale e culturale del comico e della sua “piattaforma” oltre che dei suoi immaginari politici, incapaci di vedere persino al di là di una settimana, con una marginalizzazione dell’Italia sul piano politico e sociale che mette i brividi.

Il M5s è diventato a un certo punto l’ultima speranza, l’ultima spiaggia in cui rifugiarsi. È arrivato così puntualmente l’harakiri finale. Un avvocato, che pare truccasse anche il suo curriculum, è stato promosso a presidente del Consiglio. Poi hanno chiamato il tecnico di turno a sistemare i conti e un generale degli alpini per ripararsi da una devastante pandemia.

Il problema è che nel frattempo se ne sono viste di tutti colori. Il politologo e storico, commentatore del Corriere della Sera, che si scusa con i lettori per aver votato Virginia Raggi a sindaco di Roma; il sociologo stagionato che non riesce neppure a ragionare su quello che è il Movimento e cita sempre Berlinguer a sproposito, una serie di giornali e canali televisivi che prendono con difficoltà e imbarazzo le distanze dal grillismo italico; alcuni partiti che devono rivedere strategie sul  cosiddetto “campo largo”. Uno spettacolo allucinante, da Teatro Alcione anni Settanta, dove almeno c’erano le belle gambe delle ballerine.

Intanto l’Italia ha una maggioranza immaginaria anche nei sondaggi, un Parlamento che dibatte a tratti, che si smentisce, che si ripete, che non decide mai e il destino già progettato di un presidente tecnico anche per dopo le elezioni politiche.

L’unica reale speranza, flebile però, è che qualcuno pensi a far reagire un popolo smarrito, perché si riformino dei partiti con idealità e programmi. Se il M5s è arrivato al capolinea, guai a noi se la stessa cosa possa accadere a questa Repubblica formalmente ancora liberale e parlamentare. Il pericolo esiste, basta guardare a quanti ormai sono i cittadini italiani che vanno alle urne.

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