CAOS MIGRANTI/ “L’Italia di Draghi non può subire i flussi, deve governarli”

- int. Paolo Quercia

Sospendere l’immigrazione per 3-5 anni, anche a motivo di “reti terroristiche che si infiltrano nei flussi migratori”. Sono parole di Michel Barnier (Ue) ma interrogano anche l’Italia

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Sbarchi a Lampedusa (LaPresse)

Sospendere l’immigrazione per tre-cinque anni, anche a motivo di “reti terroristiche che si infiltrano nei flussi migratori”. Non l’ha detto né Orbán, né qualche esponente di Alternative für Deutschland (AfD), e neppure Marine Le Pen, ma il mite Michel Barnier, negoziatore Ue per la Brexit, ex ministro di Chirac e Sarkozy. Per quelle strane coincidenze che a volte sembrano governare il flusso delle notizie, le sue dichiarazioni sono circolate proprio quando La Stampa ha messo in apertura le parole del ministro delle Infrastrutture Giovannini, “Mai porti chiusi ai migranti”, e il ministro dell’Interno Lamorgese ha chiesto su Avvenire una più efficace strategia europea sui canali di ingresso. Concetti ripetuti ieri da Draghi durante il question time alla Camera, con una importante specificazione: la necessità di intensificare “le procedure di rimpatrio per chi non ha il diritto”.

Ne abbiamo parlato con Paolo Quercia, docente di studi strategici nell’Università di Perugia, esperto di questioni internazionali.

Sappiamo che Barnier potrebbe sfidare Macron e dunque le sue dichiarazioni vanno collocate in quel contesto. Sono parole che ci riguardano?

Ci riguardano certamente, perché la politica migratoria della Francia, così come degli altri Paesi europei, è un fattore che incide in maniera importante sulla pressione migratoria verso l’Italia. Se poi Barnier il blocco delle migrazioni lo chiede per la Francia e non per l’Europa, ecco che il problema per noi raddoppia, perché si chiudono le Alpi ma non si può chiudere il Mediterraneo. Ad ogni modo è un segnale chiaro.

A che cosa pensa?

La preoccupazione che qualcuno esprimeva sull’accordo di Malta sulla redistribuzione dei migranti erano più che fondate.

E per quanto riguarda il rischio terrorismo?

Sul rischio terrorismo, invece, non so bene cosa Barnier intenda dire in relazione alla Francia, dove la situazione è però peggiore che in Italia. Al punto che già dieci anni fa Sarkozy parlò di fallimento del modello di multiculturalismo francese.

Per quanto riguarda noi, la connessione in certi casi esiste ed è stata confermata da alcune indagini della Direzione nazionale antimafia.

Sì, ma è prevalentemente una connessione indiretta e possiamo dire ancora occasionale. Flussi illegali incontrollati per quantità e qualità possono ovviamente peggiorare la situazione ma non in maniera meccanica in quanto il terrorismo ha dinamiche proprie, differenti rispetto a quelle migratorie. Forse più che al terrorismo bisognerebbe guardare ai fenomeni della radicalizzazione delle diaspore e a possibili conflitti sociali che possono nascere.    

Ieri, in una intervista a La Stampa, Giovannini, ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile, competente su porti e guardia costiera, ha detto che il lavoro di quest’ultima “nel salvare vite umane in mare non è in discussione”. Quanto è “sostenibile” per l’Italia questa “mobilità” migratoria?

Lo trovo un giudizio corretto e le operazioni di salvataggio in mare della guardia costiera sono un punto di orgoglio del nostro Paese. Sopratutto quando si tratta di salvataggio in mare nelle acque di nostra competenza. Non credo che nessuno possa mettere in dubbio questo. Diversa è la questione del porto dove sbarcare le persone salvate, dei salvataggi in acque non di nostra competenza o della distorsione dei meccanismi di salvataggio per trasformarli in un sistema continuo e massiccio di immigrazione illegale.

La Francia non è l’Italia. Nondimeno, la pericolosità di una città come Marsiglia, gli eventi terroristici dell’ultimo anno e mezzo e le banlieues francesi sono sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo preoccuparci?

Io credo che la Francia sia un caso unico in Europa per la particolarità della sua storia che include in maniera sostanziale il colonialismo. Ed in particolare il rapporto con l’Algeria. Fino agli anni 50 i francesi hanno addirittura combattuto anche la sola idea che l’Algeria potesse staccarsi dal territorio metropolitano francese, a cui era stata unita nel 1881. La nostra storia con l’Africa è differente.

Che cosa possiamo imparare dall’esperienza francese?

Ci dice che anche la migliore volontà di creare una società multiculturale può andare incontro a numerosi quanto imprevisti problemi. L’ingegneria etnico-culturale è una delle più difficili e ambiziose politiche sociali, sopratutto nei sistemi democratici. 

Per contro, è attuabile una “chiusura” all’immigrazione come quella proposta da Barnier?

Onestamente ho dei dubbi. Sia per la compenetrazione degli ordinamenti nazionali con quello europeo, sia per la magnitudine del fenomeno. Sia perché queste sono politiche che possono fare Paesi che hanno ancora il privilegio di scegliere e regolare i flussi migratori, aprendo e chiudendo gli ingressi ai propri confini. L’Europa ha in buona parte perso questa capacità nel momento in cui non ha saputo o voluto distinguere la sicurezza umana dalle migrazioni economiche.   

Il ministro dell’Interno Lamorgese su Avvenire ha invocato progressi nella trattativa sul Patto migrazione e asilo proposto dalla Commissione. È quello che ci serve?

Mi sembra che i precedenti patti di questo tipo non abbiano funzionato. E mi sembra che il momento politico ed economico attuale sia peggiore dei precedenti. Non mi aspetterei nulla di buono o utile sul piano concreto. 

La responsabile del Viminale non dà segno di uscire dallo schema della ricollocazione volontaria. Questo cosa comporta?

Il ministero degli Interni correttamente si occupa del cosa fare con i migranti ed i rifugiati una volta che essi sono sul territorio nazionale. Le ricollocazioni sono un possibile strumento di riduzione del problema, ma non si deve pensare che possano essere la soluzione a frontiere non presidiate. Ma la chiave, lo abbiamo detto più volte, è in una politica estera dell’immigrazione. 

Sempre il ministro dell’Interno a proposito della Libia parla di “evacuazioni umanitarie” e relativi corridoi, “progetti che prevedono rimpatri volontari assistiti dalla Libia, assistenza vitale nei centri di detenzione e supporto ai migranti nei contesti urbani”. Come commenta?

Che i corridoi umanitari hanno un senso, anche perché sono un modo di filtrare le persone e le loro identità e di agire in maniera selettiva e tenendo conto anche di esigenze di politica estera. Ma rappresentano quantitativamente un numero insignificante, per cui non possono essere proposte come soluzione. Anche i rimpatri volontari, per via dei costi proibitivi, sono uno strumento che, nei fatti, non funziona se non in maniera estremamente complicata e per piccoli numeri.    

Ancor più delicato un altro passaggio, in cui si traccia un collegamento virtuoso tra avvenuta “soppressione del limite al numero di stranieri ammissibili sul territorio nazionale” fissato in 30mila persone dai cd. decreti Salvini, “sottrazione dei migranti allo sfruttamento della criminalità” e risposta alle esigenze di “manodopera specializzata”.

Sono tre azioni diverse, ma a mio avviso la seconda e la terza sono determinate a monte dalla capacità di mantenere un controllo quantitativo e qualitativo dei flussi migratori irregolari in entrata. Penso che in questa fase la politica dovrebbe dividersi più sul valore numerico del tetto da porre agli ingressi, in particolare di quelli irregolari, che sull’opportunità di avere un limite agli ingressi. Ciò almeno fin quando non si riesce a riportare sotto un controllo accettabile la gestione delle frontiere nell’Africa sub-sahariana, il vero problema che tutti continuano ad ignorare

Secondo lei il governo Draghi ha o non ha una politica estera?

Su questo non mi sono ancora fatto un’idea definitiva. Tutti i governi hanno una politica estera, anche quelli che non la dichiarano esplicitamente. Mi pare che Draghi alcune linee le abbia tracciate, anche nei confronti di Bruxelles. Bisogna ora vedere se riuscirà a perseguirle con azioni di lungo periodo.

Dunque è questo il problema.

Sì, perché la politica estera è un qualcosa che non si improvvisa ed i cui frutti vengono nel tempo, con pazienza e costanza e spesso sono raccolti da governi successivi, a patto che si mantenga la rotta e che sia quella giusta. Il grande dilemma di questa fase particolare della politica italiana è come Draghi potrà dare continuità per il dopo Draghi.

(Federico Ferraù) 

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