CAOS MIGRANTI/ Ecco il progetto politico che muove le Ong

- int. Paolo Quercia

Tutte le Ong sono di nuovo in mare, come se il caso Sea Watch non fosse successo. Intanto la von der Leyen propone un “patto per le migrazioni”

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LaPresse

I patti per le migrazioni, come quello che ha proposto Ursula von der Leyen parlando con Conte, hanno poco a che fare con il problema migratorio”. Le Ong di nuovo in mare? “Svolgono una pressione asimmetrica contro gli Stati che esse identificano, con una scelta politica, come luoghi di sbarco”. Fare dell’Italia il “porto sicuro” di sbarco per migliaia di migranti conviene all’Europa, spiega Paolo Quercia, docente di relazioni internazionali nell’Università di Perugia e direttore del Cenass. Con lui abbiamo fatto il punto sul dossier migratorio.

Ursula von der Leyen parlando con Conte ha fatto cenno a un “patto per le migrazioni”. C’è di che essere ottimisti?

I patti per le migrazioni, se con essi si intende solamente la definizione concordata ed automatica dei luoghi di sbarco e dei meccanismi di distribuzione e di assorbimento della pressione demografica irregolare verso l’Europa, hanno poco a che fare con il problema migratorio. Anzi, rischiano di creare un meccanismo di attrazione molto più potente, che di certo sarà abilmente sfruttato dai trafficanti di uomini per i loro business criminali.

Allora sono una trappola.

Potrebbero essere di minimo sollievo nel brevissimo termine per paesi di primo sbarco, ma nel lungo periodo finirebbero per aumentare la pressione propio su questi ultimi. Con il rischio che il meccanismo di redistribuzione venga interrotto, lasciando i paesi mediterranei, Italia in primis, esposti a flussi maggiori.

In Germania hanno fatto scalpore l’assassino mediorientale con la katana a Stoccarda e l’omicidio di un bambino spinto sotto un treno da un eritreo a Francoforte. Leggiamo che dei due casi si stanno occupando gli psichiatri. Basterà?

Questi sono casi di cronaca che impattano molto sui media tedeschi in quanto sono inusuali e inconcepibili per quella società e per i suoi principi di legalità e di accoglienza. Ma sono solo episodi marginali, che non rappresentano bene un problema molto più ampio: ossia che anche il modello di società multiculturale tedesco è fallito, come quello britannico, quello francese, quello svedese e quello olandese.

Chi lo dice?

Non è un’opinione ma un fatto politico acclarato. La Merkel lo ha dichiarato pubblicamente nel 2011, dopo che Sarkozy e Cameron avevano fatto lo stesso. La società tedesca ha anche un problema grande di cui si parla molto poco, quello del radicalismo salafita. Che a sua volta alimenta l’estremismo di destra. Un mix davvero esplosivo.

Dopo il dissequestro disposto dalla Procura di Agrigento, la nave Mare Jonio della Ong Mediterranea Saving Humans ha ripreso il mare. La nave della Ong Open Arms ha imbarcato 124 naufraghi la notte del 1° agosto e chiede un “porto sicuro”. Che cosa sta succedendo?

Le Ong rispondono a tanti bisogni, non solo quello umanitario. Quest’ultimo è quello che serve mediaticamente e come copertura, oltre che a raccogliere discreti finanziamenti. In primo luogo le Ong svolgono una pressione asimmetrica contro gli Stati che esse identificano, con una scelta politica, come luoghi di sbarco.

Una scelta politica, dice.

Lei ha mai sentito una Ong chiedere ai migranti qual è il paese in cui sono destinati o vogliono andare?

Perché l’Italia? Solo per ragioni di vicinanza geografica?

No. Indirizzando i migranti in Italia e non in altri paesi esse creano un corridoio umanitario, alleggerendo le altre rotte possibili, quella balcanica, quella iberica. E sopratutto salvaguardano le società deboli di altri paesi nordafricani la cui tenuta è una questione di sicurezza nazionale per molti paesi europei. Insomma la premiata coppia Libia-Italia pare essere da molti ritenuta essere la soluzione migliore al problema. Diciamo però anche che, in questo momento, il numero degli sbarchi in Italia è relativamente sotto controllo, nonostante la presenza delle Ong.

Il caso Sea Watch-Rackete ha riempito tutti i giornali, non solo italiani, per più di una settimana. Oggi dal punto di vista mediatico appare lontanissimo, quasi archiviato. Nella realtà che cosa ne resta?

Direi ben poco, se non la paradossale ordinanza del giudice delle indagini preliminari di Agrigento, che per poter deliberare in merito alla convalida dell’arresto della Rackete si è messo a discettare di una complessa questione internazionale senza chiaramente averne le competenze, il ruolo e senza possedere le informazioni necessarie se non quelle dedotte dalla stessa Rackete. C’è da augurare che la Cassazione accolga il ricorso presentato dalla Procura della Repubblica di Agrigento. Non tanto per la Rackete, ma quantomeno per ristabilire il corretto bilanciamento dei diritti in gioco che l’ordinanza del giudice ha totalmente disatteso.

Come valuta le dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dall’ex capo dei servizi segreti tedeschi Hans-Georg Maaßen, che ha attribuito l’intera operazione Sea Watch alla tv pubblica tedesca Ard e quindi ad Angela Merkel?

Si riferisce al fatto che secondo alcuni vi è una regia governativa dietro le operazioni della Sea Watch? Questo è difficile saperlo, ma che vi sia una complicità governativa nelle operazioni delle Ong nel Mediterraneo è altamente probabile.

Che cosa glielo fa dire?

Vista la portata delle questioni migratoria ed i loro effetti sulla sicurezza interna, pensare che gli Stati lascino a dei privati auto-organizzati di mettere in piedi costosissime operazioni di Search and Rescue e di avere un ruolo determinante in questo campo vorrebbe dire essere troppo ingenui. Vi è al contrario un’attenzione esasperata ad ogni fattore connesso con il tema migratorio, figuriamoci se vengono lasciati liberi questi spazi di manovra. Ricordiamoci che le Ong servono spesso per compiere operazioni che gli Stati non possono compiere. Basti pensare al caso della Ong Mavi Marmara, che cercò di forzare un blocco navale israeliano di qualche anno fa.

Nel mezzo del caso Sea Watch-Rackete, prima dello sbarco in violazione delle leggi italiane, il ministro degli Esteri si affrettò a dichiarare il 28 giugno che la Libia non era (e dunque non è) un porto sicuro. Una presa di posizione che sembra contrastare con la sentenza Cedu del 25 giugno scorso. Cosa può dirci in proposito?

Quello del ministro degli Esteri è stato un giudizio tecnicamente corretto ma probabilmente inopportuno. Intanto perché mette il dito nel più grande fallimento della politica estera italiana dal dopoguerra ad oggi. Poi perché la Libia non è un “porto” ma un paese immenso, di quasi 2 milioni di chilometri quadrati, il quarto paese dell’Africa per estensione. Siamo veramente sicuri che non vi sia da qualche parte della Libia una striscia di terra sicura o che possa essere messa in ragionevole sicurezza?

Che cosa intende dire?

Che il concetto di paese sicuro/insicuro è spesso una finzione giuridica. Abbiamo visto la Merkel rendere paese di origine sicuro l’Afghanistan da un giorno all’altro, con un semplice tratto di penna, e poter così avviare legittimamente le deportazioni dei migranti afghani. Ad ogni modo, come dice lei, la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo fa esplicito riferimento all’area Sar libica che viene dunque formalmente riconosciuta. Se vi può essere un dubbio su dove sbarcare le persone non vi è dubbio che il salvataggio nelle acque di competenza libiche spetti alla Guardia costiera libica.

Che interesse hanno gli Stati centro e nordeuropei a non risolvere in modo condiviso il problema dell’Italia come frontiera e confine europeo marittimo?

Intanto iniziamo a differenziare. Alcuni paesi europei chiaramente non hanno interesse al Mediterraneo e alle questioni migratorie; altri, più attenti alle questioni africane, ritengono la pressione migratoria una minaccia soft, che va considerata nel più ampio quadro delle grandi questioni di sicurezza dell’Africa e dei grandi interessi in gioco; per cui controllare i flussi va bene, a patto che questo però non vada a discapito della lotta al terrorismo, degli interessi energetici, del mantenere al potere il dittatore amico di turno e così via. Da questo punto di vista, la Libia come Stato quasi fallito e l’Italia come Stato europeo con una politica estera debole rappresentano per molti una soluzione accettabile ad un problema di difficile soluzione.

A scanso di dubbi, vuole dirlo in modo ancora più chiaro, per favore?

La Libia, paese sottopopolato, può accogliere milioni di migranti; l’Italia, uno dei paesi meno multiculturali d’Europa, può salvare in mare e tenersi quelli che la Libia non riesce a contenere. E siccome non vuole farlo da sola, con le Ong si dà un aiutino.

E tutto questo quali considerazioni le suggerisce?

La superficialità, l’egoismo e lo scetticismo con cui viene affrontato in Europa il problema migratorio e come esso viene scaricato sulle nostre spalle è testimonianza che a nord delle Alpi non solo non credono nella possibilità di arrestare i flussi, ma non credono ormai più neanche al progetto di un’Europa unita.

E dunque nemmeno alla possibilità di costruire una politica estera e di sicurezza comune.

Figuriamoci. Insomma, l’Europa che non affronta ed argina in Africa un problema cruciale come quello migratorio è un’Europa che ha deciso di non voler stare più assieme e di lasciare ai singoli paesi i problemi dei propri confini. In tutto ciò c’è un paradosso da pochi colto.

Quale?

Chi sostiene il rispetto e la necessità di proteggere le frontiere europee sta in realtà difendendo lo stesso progetto europeista, almeno nella sua accezione originale.

(Federico Ferraù)

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