CAOS SIRIA/ Il ritiro dei curdi? Erdogan si prepari, subirà attentati

Erdogan è riuscito nel suo intento: cacciare le milizie curde dai confini turchi. Ma con il disimpegno degli Usa il futuro resta un grande enigma

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LaPresse

A sorpresa, i curdi si sono ritirati dalla cosiddetta “safe zone” imposta dal governo turco in Siria ancora prima scadesse l’ultimatum fissato per le ore 22 di ieri, le 21 in Italia. Un ritiro che, come ci ha detto l’ex ammiraglio Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della Difesa e attualmente vice presidente dell’Istituto Affari Internazionali, “è una mossa tatticamente intelligente. I curdi, nonostante le loro capacità militari, non potevano far fronte a un esercito così potente come quello turco”. Questo però non significa la pacificazione dell’area: “Temo che si andrà incontro a una nuova stagione di attentati curdi contro la Turchia, mentre non dobbiamo dimenticare che quanto avvenuto ha permesso ai superstiti dello stato islamico di rialzare la testa”.

In anticipo sull’ultimatum, il capo delle forze democratiche siriane (Fds), Mazlum Abdi, ha comunicato ieri pomeriggio, in una lettera al vicepresidente americano Mike Pence, di aver ritirato “tutte le forze Ypg” dalla zona. Questo significa che Erdogan ha vinto?

In una situazione di questo tipo l’alternativa era solo “facciamoci ammazzare tutti”. Stiamo parlando di una sproporzione, soprattutto di mezzi, armi pesanti e artiglieria, tale che dall’altra parte milizie per quanto aggressive e agguerrite anche numericamente non avrebbero potuto fronteggiare. Tatticamente è una mossa saggia, vediamo se ci saranno contromosse, ma sicuramente non saranno militari.

Cosa intende?

Temo molto che possa iniziare una nuova stagione di attentati in Turchia.

Erdogan si fermerà nella sua ossessione espansionistica di creare un califfato capace di dominare in Medio Oriente?

Quella fascia di sicurezza da cui ha cacciato le milizie curde formalmente è territorio siriano, che adesso diventa una sorta di protettorato turco. Dal punto di vista dell’espansionismo in senso classico non ci sarà un prosieguo. È vero, Erdogan ha ottenuto l’ampliamento di un’area di sicurezza che lo mette in posizione favorevole nei confronti dell’irredentismo curdo interno, ma soprattuto lo mette in una posizione dominante in Siria.

Siria che deve fare buon viso a cattiva sorte? Benché Assad sia alleato di Putin, sembra che quest’ultimo stia usando la Turchia per i suoi scopi, non le pare?

Non c’è dubbio. Erdogan si illude se pensa di usare la Russia per le sue mire, perché sta accadendo il contrario. Mosca sta ottenendo un posizionamento permanente in Medio Oriente, e modificare gli equilibri nell’area sarebbe un cambiamento epocale, vorrebbe dire sconvolgere la geografia strategica dell’area. Non sappiamo cosa succederà nel prossimo futuro della Siria. Va poi detto che l’aspetto geostrategico è relativo al posizionamento della Turchia nell’Alleanza atlantica.

Ci spieghi meglio.

Con questa vicenda Erdogan si è messo nettamente fuori dalla Nato. Purtroppo non esistono strumenti giuridici per cacciarlo dall’Alleanza. Rimarrà, però sarà un alleato su cui non si potrà contare. Nel frattempo Erdogan ha sviluppato un rapporto privilegiato con Putin: la Turchia era il bastione contro l’espansionismo sovietico, adesso la Russia si è sistemata in Siria e in più viene meno il ruolo che Ankara aveva.

In che modo si è messa fuori, cosa ha esattamente trasgredito?

Si parla sempre dell’articolo 5 del Trattato atlantico (“Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell’America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte”), ma si dimentica l’articolo 1 che recita: “Le Parti si impegnano, in ottemperanza alla Carta delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale nella quale possano essere implicate” e anche “ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza”. Insomma, abbiamo criticato Putin quando si è annesso la Crimea, qui sta accadendo la stessa cosa.

L’amministrazione americana non sembra avere una linea interna comune. Quanto il disimpegno americano ha pesato portando alla situazione che lei ha descritto? Si può parlare di colpe?

Non parlerei di colpe. Gli Usa da almeno trent’anni si vogliono sganciare da tutte le posizioni scomode. Poi ci ricascano, come è già successo in Afghanistan e in Iraq. Ma il trend storico è un trend del tipo “guardiamo a casa nostra”. C’è un graduale ridimensionamento dell’impegno estero, cominciato con Clinton, continuato con Bush Jr, che poi ha dovuto cambiare radicalmente strategia in seguito all’attentato dell’11 settembre.

Questo non contrasta con il ruolo di “poliziotto del mondo” che da sempre gli Stati Uniti incarnano?

Questo ruolo non lo reclamano ormai da tempo. Ricordo che durante l’amministrazione Obama il ministro della difesa Bob Gates si recò all’accademia di West Point e disse ai cadetti che il prossimo che avrebbe consigliato al presidente di agire fuori dei confini con una grande armata avrebbe dovuto essere ricoverato in un manicomio. Per gli americani il futuro è colpire dovunque ci sia chi mette a rischio i loro interessi con operazioni aeree e navali, mai più impantanandosi sul terreno. Trump ha solo dato un tono folcloristico a una tendenza già consolidata.

(Paolo Vites)

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