CENSIMENTO ISTAT/ Il declino inesorabile della natalità che impoverisce l’Italia

- Andrea Mobiglia

Dai dati del censimento Istat diffusi ieri emerge una situazione drammatica per il Paese, legato all'ennesimo calo della natalità

Piedi bambino neonato (da Pixabay) Piedi bambino neonato (da Pixabay)

Ieri sono stati diffusi i dati del censimento 2022 dell’Istat che presentano una situazione drammatica del Belpaese. Il primo dato è relativo all’ennesimo calo della natalità: l’indice di fertilità passa da 1,25 (2021) a 1,24 figli per donna, proseguendo quindi la diminuzione. Nei primi 6 mesi del 2023 l’indice scende ancora a 1,23. Sembrano differenze minime, eppure evidenziano una discesa lineare quanto preoccupante. In generale le nascite del 2022 sono di circa 393mila bambini (1,7% in meno rispetto all’anno precedente). Questi numeri, se comparati di anno in anno, danno l’idea di una situazione che sembra grave ma più o meno stabile. Per capire meglio il fenomeno e la sua gravità non serve andare a riprendere i dati del dopoguerra con il relativo fenomeno del baby boom, basta invece analizzare i dati comparandoli con il 2008, dove si sono registrati i dati migliori del nuovo millennio in Italia.

In quell’anno i nati sono stati 576mila e l’indice di fertilità era pari a 1,44. Vale sempre la pena ricordare che affinché ci sia un perfetto ricambio generazionale l’indice deve avere un valore pari a 2; sotto questa soglia la popolazione diminuisce, sopra invece si espande. Questo vuole anche dire che nel 2008, “l’anno migliore”, i dati non erano eccellenti, anzi: la crisi demografica che sembra sia comparsa solo di recente ha inizio molto tempo fa.

Analizzando ancora meglio il fenomeno, si scopre inoltre che la fertilità delle sole donne straniere è in diminuzione, passando dai 2,53 figli per donna (2008) agli 1,58 (2022): il dato delle donne italiane è ben più basso (attualmente 1,18, era 1,33 nel 2008), ma il drastico calo delle straniere in soli 15 anni è la dimostrazione che l’immigrazione non è la soluzione alla crisi demografica, tuttalpiù può essere un palliativo nel breve termine, che però, negli anni, perde il suo effetto.

Un dato che “droga” in parte i numeri è il fatto che quasi un nato su due del 2022 è un figlio primogenito (i figli non primogeniti diminuiscono, rispetto all’anno precedente, del 6,1%), fatto questo che è una conseguenza della pandemia: «L’aumento dei primi figli si deve al recupero dei progetti riproduttivi rinviati dalle coppie a causa della pandemia. Infatti, l’incremento riscontrato tra il 2021 e il 2022 assorbe completamente la riduzione rilevata tra il 2020 (192.142) e il 2021 (186.485 primogeniti) pari al -2,9%». Tenendo presente il valore dell’indice di fertilità, sembra difficile pensare che se non ci fosse stata la pandemia si parlerebbe, per le stesse coppie, di un secondogenito, conseguentemente è lecito pensare che i nati nel 2022 sarebbero stati ancora di meno. È quindi probabile che, se come detto l’incremento ha assorbito l’elevata riduzione tra il 2020 e il 2021, il prossimo anno ci sia un calo di nuovi nati ancora più drastico.

Prima di una breve analisi sulle cause e sulle conseguenze, è importante inoltre notare come mediamente l’età delle madri al primo figlio sia di 31,6 anni (dato stabile rispetto al 2021): 32,8 per quelle italiane, 29,7 per le straniere. Quest’età elevata incide inevitabilmente, per motivi biologici, sulla possibilità di avere altri figli successivamente. Non solo, va inoltre evidenziato come la generazione del baby boom, quella più numerosa, sia ormai fuori dalla fascia d’età fertile: in sostanza ci sono meno “madri potenziali” con ancora meno figli.

Ma quali sono le cause di questo andamento che continua, apparentemente inesorabile? «Da diversi anni in Italia si osservano delle criticità che incidono sulle decisioni delle coppie nel mettere al mondo dei figli, e cioè l’allungarsi dei tempi di formazione, le difficoltà per trovare un lavoro stabile, la bassa crescita economica, il problematico accesso al mercato delle abitazioni. Fattori che stanno oggi contribuendo alla forte contrazione di primi figli nel Paese, dopo una fase, tipicamente di inizio millennio, nella quale le criticità riguardavano soprattutto il passaggio dal primo al secondo figlio». Non va dimenticato inoltre il grande problema del lavoro femminile: una famiglia necessita, nella maggior parte dei casi, di due redditi, ma il mercato del lavoro per le madri è estremamente complesso, tanto che sono costrette a scegliere tra l’essere madri o lavoratrici.

Oltre a questo, ci sono altri due fenomeni che non aiutano la ripresa demografica: il lavoro povero e una povertà sempre più diffusa (circa il 10% secondo il rapporto Caritas 2023). Anche se non va dimenticato che la denatalità non è solo una conseguenza di problemi economici, questa dimensione inevitabilmente incide molto.

Le conseguenze della crisi demografica (che si lega fortemente all’aumento della longevità e quindi all’aumento dei fragili) sono varie, e meriterebbero degli approfondimenti a parte: crisi della sanità, del sistema pensionistico, del mercato del lavoro, della produzione di ricchezza.

Come più volte affermato, a fronte di questi dati è necessario invertire la rotta il prima possibile tramite politiche familiari strutturate, coscienti che queste hanno bisogno di tempo affinché diventino efficienti.

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