BUMP/ Il “Reality Show” sull’aborto che fa scandalo, ma infrange un tabù

Il reality show sull’aborto Bump sta spaccando le coscienze oltreoceano: è giusto parlare in tv di un tema così delicato appropriandosi dei meccanismi propri del reality come il televoto? CARLO BELLIENI spiega a ilsussidiario.net come, paradossalmente, Bump contribuisce a rompere un tabù riportando “a galla” un tema di cui la tv non parla mai

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Il reality show che sottopone tre casi fittizi di donne incinte al voto degli spettatori, che ne determineranno lopportunità di abortire, ha creato molte polemiche. Tantissime. Si tratta di un programma in onda negli USA, intitolato Bump, che mette in scena situazioni costruite dagli autori: una delle tre donne protagoniste sarebbe rimasta incinta dopo che il marito militare è partito in missione, unaltra sarebbe rimasta vittima di violenza domestica, mentre la terza sarebbe alle prese con un fidanzato che non vuole avere figli.

Le reazioni di sconcerto sono giustificate. ovvio che vita e morte non sono un fatto democratico, cioè da risolvere con la maggioranza dei voti; ma questa disponibilità a far passare le decisioni etiche per via maggioritaria ci è forse ignota? Lo spunto ci riporta a un fatto di relativa attualità, quando in Italia si voleva che attraverso un referendum fosse data la possibilità di modificare una legge che regolamenta proprio linizio della vita (la legge 40).

Chi voleva votare allora, forse non dovrebbe scandalizzarsi più di tanto oggi di fronte a questo reality, per di più di fronte ad una decisione di vita solo virtuale.

Dal canto nostro, noi continuiamo a credere che la vita non sia legabile in alcun modo a maggioranze, ma al riconoscimento senza ma e senza se della sua dignità.

 

Ma la cosa che più colpisce sono le vibrate proteste: in tv si può parlare di tutto tranne che di aborto; si possono far vedere tutte le parti del corpo umano, sezionate e divelte, magari in telefilm serali, ma non si deve assolutamente far vedere un bambino non ancora nato; semplicemente non se ne deve parlare.

 

L’aborto deve restare un tabù: perché? Forse preoccupa l’idea che l’opinione pubblica si mostri per quello che è, cioè in teoria distaccata, ma se messa in rapporto con un caso reale seppur ipotetico, reattiva.

 

E forse preoccupa pensare che il pubblico potrebbe dire che l’uno o l’altro caso di richiesta di aborto sia legato a una motivazione futile. Già, perché sarà bene ricordarlo: per definizione, come un teorema pitagorico, possono esistere trattamenti medici futili, possono esistere motivi futili di una lite, ma non possono (!) esistere motivi futili per abortire. La cultura odierna non lo ammette, certa che nessuna abortisca per motivi futili.

 

Una donna può abortire (perlomeno nel primo trimestre) senza dover render conto a nessuno (neanche al marito o ad altri figli) se il motivo per cui lo fa sia futile, evidentemente nell’assunto che non lo sia neanche uno.

 

Non neghiamo che spesso alcune situazioni, magari tante purtroppo, siano davvero gravi; ma lo sono tutte? E un programma che potrebbe mostrare un’eccezione a questo teorema, soprattutto in un periodo in cui in USA e in Canada l’opinione pubblica sta mostrando di richiedere limiti più netti per l’accesso all’aborto e in cui in Inghilterra e in Francia scarseggiano ormai i medici disposti a operare interruzioni di gravidanza, non sarà un programma-grillo-parlante, davvero troppo scomodo?

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