FILM D’AUTORE/ Il regista Zanussi: un film su Wojtyla per mostrare che la santità è qualcosa di comune

- int. Krzysztof Zanussi

Raccontare nei film la vita di uomini straordinari nella loro quotidianità, come Karol Wojtyla e Massimiliano Kolbe, per riscoprire le domande più profonde di ogni uomo: chi siamo, dove andiamo. Il regista polacco KRZYSZTOF ZANUSSI racconta la propria esperienza a ilsussidiario.net

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Giovanni Paolo II

Krzysztof Zanussi, il regista polacco del papa (Giovanni Paolo II, di cui ha raccontato la vita in “Da un paese lontano” e tratto un film da un’opera teatrale del giovane Wojtyla, “Fratello del nostro Dio”), ha partecipato in questi giorni al Bellaria Film Festival, in una rassegna su Solidarnosc. All’interno di questa giornata, dedicata al movimento di liberazione della Polonia, è stato proiettato il film “Revisited” di Zanussi, in cui il regista guarda dietro di sé per un bilancio sul proprio mestiere, facendo parlare i protagonisti dei suoi film più celebri. Un film sui film, per riscoprire le domande di fondo che hanno attraversato i suoi lavori come la sua stessa esistenza: da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo.
Interrogativi che Zanussi, come spiega in questa intervista a ilsussidiario.net, ha messo a tema nel raccontare la vita di grandi uomini, come Karol Wojtyla e Massimiliano Kolbe, che ci insegnano, nella quotidianità della loro esistenza, «che la santità è qualcosa di comune».

Una prima domanda d’obbligo. Il suo trisnonno venne dal Friuli in Polonia dando origine alla sua famiglia. Si sente, e in che modo, legato al nostro Paese?

Le mie origini appunto sono friulane, in particolare vengo da Pordenone; anche se ci sono alcune  incertezze sui legami particolari, tuttavia sono cugino di molti Zanussi di Pordenone. Il mio trisnonno venne, durante l’impero asburgico, in Polonia per costruire ferrovie e così tutti, fino a mio padre, sono stati imprenditori e costruttori: la professione è rimasta in famiglia. Mi sento quindi molto legato all’Italia, anche per questo fattore genetico, e poi per il fatto che mio padre canticchiava sempre le arie delle opere liriche, mentre si faceva la barba: per questo ho imparato l’opera lirica prima di vederla.

Secondo lei esiste un’affinità più generale tra il popolo polacco e quello italiano?

La Polonia si sente molto vicina allo spirito italiano. Nel nostro paese c’è una cultura popolare cattolica molto forte, la famiglia è fondamentale nella società, la figura della madre è molto influente, da noi anche forse più indipendente, perché le nostre donne hanno iniziato a gestire industrie già un secolo fa. Infatti, spesso nella nostra storia gli uomini sono stati perseguiti politicamente, deportati in Siberia. Tutte le attività rimanevano nelle mani delle donne che hanno imparato come gestire, prendere delle decisioni. Anch’io ho dei ricordi che risalgono alla mia giovinezza, quando studiavo Fisica, in Università diverse professoresse erano donne.

Come il cinema italiano ha influenzato quello polacco ed, eventualmente, anche il suo modo di fare cinema?

Per noi il neorealismo italiano era una grande scoperta, una tappa importantissima del nostro cinema, già negli anni ’50. Poi i grandi classici: Fellini, Pasolini, Antonioni, Olmi, Visconti, che sono stati molto stimati e ancora oggi sono amati. Lo vedo insegnando cinema: io e i miei studenti siamo innamorati di questi autori.

Nel 1981, lei fece un film biografico su Giovanni Paolo II, “Da un Paese lontano” e, dieci anni dopo, nel 1991, uno su San Massimiliano Kolbe, due grandi suoi connazionali, ma anche due grandi religiosi. Cosa l’ha spinta a girare questi due film?

Ogni storia è un po’ diversa. Io ho un forte interesse per la tematica spirituale, ma le biografie dei santi non si prestano facilmente a questa tematica: paradossalmente è molto più naturale raccontare la storia della santità con dei personaggi fittizi che raccontare una vicenda reale di santità, dove rientrano le esigenze particolari dei credenti che non vogliono sentire critiche sui santi, dimenticando che i santi sono anche grandi peccatori. Questa coscienza si fa strada lentamente, credo che Giovanni Paolo II, con la sua volontà di manifestare che la santità è qualcosa di comune, proprio lui che ha beatificato tanti personaggi, forse ha cambiato un po’ la visione e la gente oggi è più disposta ad ammettere che i santi commettevano grandi errori, grandi peccati e malgrado tutto erano santi.

 

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Quindi un film su Giovanni Paolo II, realizzato mentre era ancora in vita…

Il film su Giovanni Paolo II di per sé era forzato, non era una cosa che avrei voluto fare, perché non è naturale per un artista una biografia di una persona vivente; questo limita molto la mia libertà artistica. Ma era un momento particolare, l’inizio di Solidarnosc, il nostro movimento indipendentista, e per questo era utile fare un film che spiegasse un po’ il mio paese. “Da un paese lontano”, grazie al suo protagonista, ha avuto una diffusione larga, infatti è stato girato in inglese con i grandi attori hollywoodiani trovando pubblico negli Stati Uniti e spiegando chi sono i polacchi, quali sono le origini e la storia di questo paese e da dove veniva papa Giovani Paolo II.

E il film su Massimiliano Kolbe, girato in un momento molto delicato della storia, prima della caduta dell’Unione sovietica?

Anche il film su Massimiliano Kolbe, in un certo senso, fu forzato, perché lo volevano fare i tedeschi. Abbiamo incominciato ancora prima che crollasse il sistema sovietico e sembrava uno spreco non fare questo film avendo la possibilità di girarlo in Polonia sui luoghi autentici. In questo film ho lavorato con un mio collaboratore stretto molto celebre e molto scettico e abbiamo creato un pellicola in cui non si fa dell’agiografia stretta. Credo sia un film che porti piuttosto a una riflessione sul fatto, assolutamente straordinario, che un uomo nelle condizioni estreme riesca a superare se stesso, il proprio istinto vitale: l’amore può essere più grande. Ho fatto poi un terzo film che riguarda in un certo senso Giovanni Paolo II, o meglio la sua opera teatrale su Fratel Alberto (Adam Chmielowski), un altro canonizzato.

Ce ne parla?

Si tratta di “Fratello del nostro Dio”, girato nel 1998, una collaborazione con l’Italia e con la Germania, basata sul testo teatrale scritto da Wojtyla come giovane scrittore e poeta. Era un’opportunità particolare e mi è sembrato che valesse la pena portare al pubblico un testo completamente ignoto che mette a tema molti problemi e la visione coerente di un autore giovane che ha coinvolto, in questa opera drammatica, il personaggio storico di questo futuro santo, ma anche un personaggio, “Lo Sconosciuto”, che incontra Fratel Alberto e dietro cui si può vedere la figura di Lenin. Mi sembrava che un futuro papa che fa parlare Lenin in una propria opera teatrale fosse già un buon motivo per fare un film.
 

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Andando più a fondo del suo modo di fare cinema, in alcune interviste rilasciate in Italia parla molto del rapporto scienza-fede: lo studio della fisica, dice, ha influenzato alcuni suoi film e la conoscenza scientifica di per sé apre al riconoscimento del mistero. Un’affermazione che in Italia fa sicuramente scalpore. Ci spiega come questo si declina nella sua vita e nel suo mestiere?

Credo che questo sia un fenomeno tipicamente italiano perché se pensiamo a un grande fisico come Einstein, la sua sensibilità metafisica è fuori di dubbio, anche se non necessariamente legata a una confessione religiosa: Einstein non era attaccato a nessuna confessione, essendo ebreo ma non osservante, tuttavia aveva questa sensibilità per il mistero. Credo che solamente le scienze umane siano rimaste un po’ indietro, ancora all’Ottocento con queste false certezze. Ritengo che il postmodernismo, tra tanti danni, abbia avuto però il solo merito di far cadere le certezze del marxismo e l’atteggiamento ottocentesco verso la realtà che sembrava tutta chiara e penetrabile. All’epoca della fisica classica sembrava che quasi tutto fosse spiegato. Oggi sappiamo benissimo che tutto quello che avevamo preso per certo contiene in sé grandi dubbi: le particelle elementari non sono più elementari.

Quindi l’alternativa alle certezze della fisica classica sarebbe una posizione relativista che mette in dubbio tutta la conoscenza?

No, anzi, stiamo scoprendo sempre di più come il processo dinamico del mondo sia pieno di misteri. Questo fatto mi rende umile: credo che l’uomo semplice, l’uomo della strada trovi quest’umiltà quando è vicino alla natura. Basta l’esplosione di un vulcano e per una settimana non prendiamo aerei e subito dobbiamo renderci conto di come l’uomo sia debole su questa terra. Invece, quando pensiamo di avere una vita facile grazie alla tecnologia, ci illudiamo di essere potenti, mentre basta poco a smentire tutto. In quasi tutti i miei film c’è la domanda sul senso della vita, dove lo si possa trovare. Queste domande sono state formulate dalla filosofia greca classica e sono molto caratteristiche della nostra cultura europea, ma toccano tutta l’umanità. Domande come: «perché io sono?», «perché esisto?», «questa esistenza ha un senso o è un caos totale?».

Si può dire che questa sia la domanda di fondo anche del suo ultimo film Rewizyta/Revisited che verrà proiettato il 5 giugno in sua presenza al Bellaria Film Festival?

Sicuramente questo è il tema. Un argomento legato anche alla mia vicenda personale, perché si arriva a settant’anni con la domanda: che cosa vuol dire la vita compiuta? Chi ha giocato bene la vita e chi ha giocato male? Tutti siamo giocatori in questa partita con il destino e questa credo sia la preoccupazione che mi ha spinto a fare questo film.

 

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Cito un brano tratto dal suo libro autobiografico “Tempo di morire. Ricordi, riflessioni, aneddoti”: «La sceneggiatura del film Il tocco della mano (The Silent Touch, 1992), scritta con Edward Zebrowski, riguardava proprio questo argomento. Il vecchio compositore smette di comporre, perché non crede più che la musica possa fare qualcosa contro le mostruosità del mondo. Nell’ultima scena del film affermiamo che il compositore si sbagliava: tutto ciò che possiamo compiere nella nostra vita, tutte le nostre opere tanto inutili, quel briciolo di bellezza che talvolta riusciamo a evocare, è appunto quel granello che può fare la differenza sul piatto della bilancia del bene nell’universo». Una frase che mi ricorda da vicino la famosa affermazione di Dostoevskij «La bellezza salverà il mondo». Ci parla del suo libro, di questa tensione verso la bellezza che egli ritrova nel proprio mestiere?

Con la bellezza dobbiamo andare molto cauti. Perché si è arrivati a toccare il punto in cui si può parlare di prostituzione della bellezza. La bellezza deve essere disinteressata; la bellezza serve all’ideale, cioè a se stessa. Invece la bellezza nella pubblicità, la bellezza nella televisione (ad esempio, se io vedo un bel paesaggio so che dietro c’è un ufficio viaggi o una qualche agenzia turistica) tutto ciò ha screditato la bellezza riducendola a qualcosa di facile, che si vende. Mentre, in realtà, c’è dietro qualcosa di molto più profondo: la bella decisione dell’uomo, l’uomo che riesce a superare se stesso, nel senso della trascendenza, nel suo atteggiamento con gli altri, con il mondo, l’uomo che riesce a sacrificare la propria semplice comodità per un ideale. Questa è la bellezza eterna e questa è la bellezza che cerco. Non basta più questa bellezza facile, cui molti diventano allergici, giustamente, perché è una bellezza che si vende, falsa. Invece la bellezza profonda è sempre una vocazione dell’arte. L’arte può arrivare a ridurre la bellezza a qualcosa di venale e fatuo, commettendo un peccato mortale, come una ragazza che vuole piacere a tutti e non rispetta la propria dignità. È bellissimo se possiamo piacere però non a condizione di perdere la dignità. E l’arte spesso oggi è indegna perché si vende.

E cosa ci dice del suo libro?

Il titolo del mio libro sembra tremendo, mentre in realtà è ottimista e cita san Paolo. È un libro pieno di aneddoti, piccole storie: l’essere narratore è la mia vocazione professionale; come autore cinematografico devo raccontare le storie delle persone, allora lo faccio anche nei film raccontando un po’ la realtà e non solamente quella del mio paese, perché viaggiando molto ho incontrato persone straordinarie, grandi artisti che ho potuto conoscere personalmente. Per questo credo che il libro abbia varie dimensioni e possa essere divertente per un lettore. Non deve fare paura.

La storia della sua nazione è stata spesso drammatica, ma l’identità polacca si è sempre mantenuta salda, unita da lingua e religione. È cambiato qualcosa nella Polonia di oggi?

Abbiamo visto ultimamente una sciagura quale la caduta dell’aereo presidenziale: il nostro Stato è sopravvissuto a questo shock senza crisi, siamo stati ben preparati e ben organizzati. La Polonia si sta riprendendo con un grande rispetto per il mistero di questo fatto che non è solamente naturale, fa parte della sofferenza che accade nel mondo e non si possono chiudere gli occhi: ci sono tante sofferenze e tanti posti del mondo dove ci sono grandi ingiustizie. L’ingiustizia fa parte della nostra esperienza non possiamo illuderci di essere immuni alla morte completamente inspiegabile.
 

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Rispetto all’unità e alla religiosità, che hanno sempre caratterizzato i Polacchi, è cambiato qualcosa, con il processo di secolarizzazione che ha attraversato tutta l’Europa nel secolo scorso?

Per quanto riguarda l’unità e la religiosità del popolo polacco, non si osserva un cambiamento forte. La Chiesa ha una certa difficoltà ad adattarsi alla libertà perché per quasi due secoli ha vissuto in condizioni di mancanza di libertà. Questo è un problema per i vescovi ma il numero dei credenti rimane fisso e non si vede una grossa differenza. La Polonia è sempre un paese prevalentemente credente, unito e cattolico anche se dobbiamo adesso imparare di più la tolleranza verso le minoranze. Il passato ci insegna molto riguardo a ciò, perché non abbiamo mai vissuto le guerre di religione. Questo è il nostro grande successo storico del passato perché non abbiamo subito quelle guerre che in altri paesi hanno avuto effetti disastrosi come per i tedeschi o gli ugonotti in Francia.

Dunque uno Stato al confine tra Europa Occidentale e Orientale, crocevia di diverse religioni, ma, d’altra parte, profondamente cattolico…

Noi avendo sempre avuto uno Stato multi confessionale non abbiamo mai avuto questo atteggiamento di esclusività religiosa. E così in un paese prevalentemente cattolico dove la minoranza ebraica era una volta molto grande, gli ortodossi molto numerosi, con anche una presenza   protestante,  abbiamo convissuto relativamente in pace, a confronto degli altri paesi. Ovviamente ci sono anche esempi contrari, ma la linea generale della nostra storia è sempre stata caratterizzata da una certa apertura e tolleranza. Questo è un risultato della nostra posizione geografica: siamo stati ai confini dell’Europa latina, dell’Europa occidentale esposti sempre alle altre culture, anche all’Islam perché abbiamo avuto per secoli una frontiera con la Turchia, in Ucraina, e l’invasione islamica ci ha minacciato per quattrocento anni.

Che consigli si sente di dare a chi vuole intraprendere la strada del cinema?

Sto insegnando in diversi paesi questo mestiere abbastanza difficile. Credo che la tecnica oggi sia abbastanza semplice, però il problema vero è fare i conti con se stesso e con la società e sapere che cosa voglio raccontare e perché voglio raccontare. Che saggezza c’è dietro la mia convinzione. Guardare quindi più al significato, perché la tecnica è uno strumento al servizio del significato.





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