PARADISO AMARO/ George Clooney in lotta tra amore e dolore per “riconquistare” la vita

- Emanuele Lisi

Il nuovo film di Alexander Payne, interpretato da George Clooney, mostra come un dolore possa fungere da stimolo per riprendere la rotta della propria vita. La recensione di EMANUELE LISI

Paradiso_Amaro_ClooneyR400
Una scena di Paradiso amaro (Infophoto)

Se cè un dono che non si può non riconoscere al regista Alexander Payne è quello della leggerezza. I suoi film sono leggeri non come può esserlo qualunque commedia disimpegnata, ma nel senso che nonostante le tematiche serie e talvolta, come in questo caso, dolorose, fanno uscire lo spettatore della sala più leggero, grazie al tocco lieve e poetico. Una poesia non surreale e onirica, ma ancorata alla normalità. Ciò che è da sogno in Paradiso amaro, lultima pellicola di Payne (che ha già diretto Sideways, A proposito di Schmidt), è invece la cornice. Le meraviglie naturali delle Hawaii fanno infatti da sfondo alla tragedia familiare di Matt King (George Clooney), padre e marito distratto costretto a risvegliarsi dal torpore quando la moglie finisce in coma per un incidente nautico.

Nel momento più difficile per un uomo e per un padre, Matt si rende conto di non conoscere affatto le sue figlie, e di non saper gestire le loro reazioni emotive. Scottie, dieci anni e un acume sopra la media, si sfoga attraverso atti di bullismo, mentre Alexandra, la grande e la più arrabbiata, si rifugia nellalcool e nelle piccole trasgressioni. lei a far cadere il macigno più pesante sulla testa del genitore, rivelandogli che la madre nel suo ultimo periodo di vita aveva un amante. Per Matt inizia una profonda crisi, in cui la disperazione si mischia alla rabbia, lincredulità al rancore, lamore al disprezzo e il rimpianto al senso di colpa, per giungere a una nuova consapevolezza.

Mentre deve gestire il fallimento come marito, luomo si trova a essere per la prima volta il genitore di riferimento, ma anche a dover prendere decisioni difficilissime, come quella se staccare o meno la spina che tiene in vita artificialmente la moglie, e quale sorte riservare a un immenso terreno incontaminato che lui e i suoi parenti hanno ereditato e di cui è il fiduciario (da qui il titolo originale The descendants). Loccasione per ritrovare lunità familiare è il viaggio alla ricerca delluomo con cui la sua Elizabeth lo tradiva.

Non solo lacrime, ma anche molta ironia e personaggi teneri e buffi con cui il pubblico empatizzerà facilmente. Ancora una volta Payne racconta di persone normali, a cui la vita impone di tirar fuori doti straordinarie. In questo caso un grande dolore funge da stimolo per ritrovare la rotta e riprendere il contatto con la realtà da tempo perduto. Il regista non racconta una storia particolarmente originale e non ha elaborato chissà quale trama complessa, anzi è tutto molto semplice e lineare. Dove Payne vince è nel saper scandagliare in maniera credibile sentimenti contraddittori e rapporti interpersonali estremamente delicati.

L’amore e il dolore di un uomo che ha perso la sua compagna si sovrappongono alla rabbia di un marito tradito che allo stesso tempo, come padre, deve proteggere l’immagine della moglie agli occhi delle figlie. L’adolescente Alexandra (la promettente Shailene Woodley), da un lato lo detesta per aver lasciato che il loro idillio familiare naufragasse, dall’altro si rende conto di essere il suo unico appiglio.

Il viaggio doloroso ma anche liberatorio dei tre verso una parvenza di serenità, vede come personaggi di contorno alcune figure straordinarie, come il suocero burbero di Matt (Robert Forster), l’amico faccia da schiaffi di Alex, Syd (Nick Krause), e l’ingenua (ma non troppo) moglie dell’amante di Elizabeth, interpretata da una bravissima Judy Greer. Su tutti però dominano da un lato i paesaggi hawaiani, una vera estasi per gli occhi, e dall’altro George Clooney, eccellente nei panni dell’uomo di mezza età smarrito e senza certezze che prova a rimettere insieme i pezzi della sua vita.

Dopo aver interpretato sciupafemmine, serial killer, truffatori, aver salvato il mondo e rischiato la vita in imprese rocambolesche, George doveva vestire i panni di un uomo comune, e anche parecchio acciaccato dalla vita, per dare il meglio di sé. Anche per cercare di conquistare il primo Oscar come protagonista che, purtroppo, non è però arrivato, nonostante stavolta fosse davvero meritato, grazia a un’interpretazione credibile e sincera, dolorosa e allo stesso tempo teneramente goffa. Paradiso amaro è sicuramente uno di quei film che si rivedono con piacere più e più volte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori