LUOMO COI PUGNI DI FERRO/ Da RZA e Tarantino un Frankenstein sul kung fu

- La Redazione

Presentato da Quentin Tarantino, il film di RZA è arrivato nelle sale italiane: un omaggio ai film di kung fu abbastanza particolare. Ce ne parla BRUNO ZAMPETTI

Uomo_pugni_ferroR439
Una scena del film

Kung fu do what you do, cantavano gli Ash nel 1995 per salutare Terremoto nel Bronx, il film con cui Jackie Chan riportava negli Usa le produzioni di Hong Kong sulla celebre arte marziale dopo i fasti dellindimenticato Bruce Lee. Cosa centra tutto questo con Luomo coi pugni di ferro? Centra, perché in quegli stessi anni il rapper americano RZA (Rober Diggs) sfondava nel mondo hip-hop con i Wu-Tang Clan (il collettivo di New York, che dai kung fu movies rubava, oltre che il suo stesso nome, spezzoni audio e titoli per gli album) e Quentin Tarantino aveva da poco diretto il cult Pulp fiction. I due, RZA e Tarantino, si sono incontrati agli inizi del nuovo millennio, per la colonna sonora della saga di Kill Bill, lomaggio del regista di Knoxville ai kung fu movies. E stavolta i ruoli sembrano essersi invertiti: RZA dirige e Tarantino musica il film con tanto sangue – grazie anche alla collaborazione di Eli Roth (Hostel) – già nei titoli di apertura.

Lidea di RZA è quella di rendere omaggio ai registi, agli attori e a tutti i film di kung fu che lhanno affascinato dalletà di nove anni. E per i primi dieci minuti ci sembra davvero di essere in uno dei classici del genere: il villaggio della Cina feudale, i clan, il protagonista (Blacksmith – Rza) e la sua amata (Lady Silk – Jamie Chung). Quando però entrano in scena il misterioso Jack Knife (Russell Crowe) e Lady Blossom (Lucy Liu) ci troviamo catapultati nel classico saloon-bordello da western (altro genere omaggiato da Tarantino), tanto che Knife-Crowe fa secco il suo paffuto avversario senza usare le arti marziali, ma con una strana Colt che aziona una sorta di coltello mini motosega composto da più lame. In fondo, lidea di mischiare western e arti marziali non è nuova, la ebbe addirittura Bruce Lee stesso, ispirando il telefilm Kung fu. I rimandi al genere continuano, dato che tutto il film sembra ruotare intorno a un cospicuo carico doro da saccheggiare.

Fin qui nulla di male. Almeno fin quando non fa la sua comparsa Dave Batista, che interpreta Brass Body, un gigante capace di trasformare il suo corpo in impenetrabile ottone, che ci ricorda la Cosa dei Fantastici 4 più che un sicario dellEstremo Oriente.

Per quanto riguarda la trama, il fabbro Blacksmith, costruttore di armi mortali a Jungle Village, per la nota regola del karma si trova al centro di un intreccio di tradimenti e giochi di potere che gli porteranno via gli avambracci, oltre che lamore della sua vita. Deciderà quindi di rispolverare i vecchi insegnamenti del Ki appresi dal maestro Abbott in seguito al naufragio della nave che lo stava portando verso un agognata libertà dopo anni di schiavitù (un richiamo a Django Unchained in cui lo stesso RZA ha recitato?), per dare vita allarma più potente che potesse mai costruire: delle protesi di solido metallo da integrare col suo corpo (ecco quindi luomo coi pugni di ferro del titolo).

Tra scene d’azione, riflessione e flashback, verso metà del film – zeppo anche di richiami al mondo hip-hop (le ragazze del Pink Blossom sembrano uscite dai video musicali del genere, i clan dei lion e dei wolf in guerra somigliano tanto alle bande gangsta) – capiamo finalmente chi sono “i buoni”: il fabbro, l’inglese Knife e il locale Zen Yi (Rick Yune).

E nel finale Roth, Tarantino e gli effetti speciali danno il meglio: un tutti contro tutti condito da sangue, lame rotanti, teste mozzate e sfide alla forza di gravità. Ognuno dei tre “eroi” avrà il suo scontro personale con il proprio “cattivo”: inutile dire come andrà a finire, lasciamo tutto il gusto (anche di scoprire con chi sta Lady Blossom) agli spettatori.

Diciamo solo che viene ricordata la famosa scena degli specchi di Bruce Lee (contenuta ne I tre dell’Operazione Drago, ultima sua pellicola) e che nel film c’è anche un omaggio al maestro Pai Mei (ricordato già da Tarantino in Kill Bill). Inoltre, nel cast ci sono Gordon Liu (che interpreta il maestro Lobot), star dei film Shaolin degli anni ’70-’80, e Pam Grier, nota per aver girato Jackie Brown di Tarantino.

Insomma, più che un film L’uomo coi pugni di ferro sembra una scatola cinese con continue citazioni e rimandi. Jackie Chan era riuscito a riportare nel “tempio” del cinema lo spirito dell’azione, dei movimenti perfetti e coordinati di Bruce Lee, tanto che la trama fungeva solo da contorno per lunghe scene d’azione in cui non ci si poteva perdere nemmeno uno dei velocissimi movimenti studiati in una lunga coreografia. Chan poi, come Lee, non usava controfigure (esibiva anzi gli errori di scena, i bloopers, nei titoli di coda dei suoi film). Un modo vero quindi, quello di Chan, di “reinterpretare” Lee, seppur in un clima più “rilassato” con anche qualche risata, potendo giocare molto anche sul suo sguardo che non incute certo molto timore (le risate sono poi aumentate quando ha cominciato a lavorare in coppia con Chris Tucker). RZA, Tarantino e Roth, invece, non fanno altro che prendere brandelli di film qua e là e ricucirli insieme: il risultato è una sorta di Frankenstein cui dà vita l’energia degli effetti speciali. Se poi nei film di Chan non muore mai nessuno, qui la truculenza la fa da padrona. Certo, anche Bruce Lee mandava al Creatore i suoi avversari, ma non se ne compiaceva (basta guardare la sua espressione dopo il famoso duello al Colosseo con Chuck Norris ne L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente: un’espressività che sembra mancare a RZA – occhi tristi e mogi, modello “cane bastonato”, per tutto il film).

Se poi Lucy Liu aveva già avuto a che fare con pellicole di azione e arti marziali (Charlie’s Angels e Kill Bill), ci si chiede cosa ci faccia Russell Crowe nel cast: la “versione ufficiale” è che è diventato molto amico del regista avendo i due girato insieme American Gangster. Fortuna comunque che c’è Mr. Knife: senza la sua ironia il film rischierebbe di essere persino noioso.

Da segnalare la piacevole e riuscita rappresentazione di Yin e Yang attraverso la scena del combattimento che vede protagonisti i fratelli Gemini (Grace Huang e Andrew Lin), anche se Bruce Lee (stando ai suoi testi) avrebbe assegnato il colore bianco al maschio e il nero alla femmina (mentre qui avviene il contrario).

Per tornare ai versi iniziali degli Ash, il gruppo irlandese nella sua canzone aveva unito nomi celebri dei film sulle arti marziali (Jackie Chan, Bruce Lee, Daniel San, Mr. Miagi, Fu Manchu su tutti) in un punk (genere per il quale non servono “virtuosismi” musicali particolari) di meno di tre minuti. Chi fa musica (come RZA) potrebbe anche fermarsi a questo. In buona sostanza, c’è modo e modo di “omaggiare”: se si vuole “copiare” proprio dai cinesi si rischia di creare un prodotto che difficilmente passerà alla storia del cinema (almeno in Europa). Non sempre il “metodo Tarantino” funziona, anche se si mettono sul piatto 20 milioni di dollari di budget.

 

(Bruno Zampetti)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori