MATCH POINT/ Il “vortice” nel primo film europeo di Allen

- Dario Zaramella

Il film di Allen del 2005 potrebbe essere definito il meno “alleniano” di tutti. DARIO ZARAMELLA nella sua recensione ci ricorda che il regista lo considerava il suo capolavoro

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Una scena del film

Da New York ci spostiamo a Londra e, in questo ottavo appuntamento con il cinema di Allen, affrontiamo i risvolti più amari e scioccanti della sua riflessione. Match Point è, a conti fatti, il suo film più “lirico” e oscuro; un thriller senza speranza accompagnato da note di musica classica. 

Nel tennis c’è un brevissimo momento in cui la palla, toccando la rete, può ricadere da una parte o dall’altra del campo, indistintamente. In quei casi è la fortuna, più che la bravura, a determinare l’esito della partita. E Match Point (2005) si apre proprio così: un campo da gioco, una pallina congelata in aria, mentre una voce fuori campo riflette su quanto sia imprevedibile la vita umana. 

Nel suo primo film girato e ambientato in territorio europeo (a Londra, per la precisione), Woody Allen dirige Jonathan Rhys-Meyers nei panni di Chris Wilton, un ex tennista professionista appena trasferitosi a Londra. Di umili origini ma estremamente ambizioso, Chris finisce a insegnare in un circolo sportivo frequentato dall’alta società, e qui conosce Tom Hewett (Matthew Goode), il quale lo introduce a uno stile di vita che a lui è sempre stato precluso. 

Dopo aver iniziato una relazione con la sorella di Tom, Chloe (Emily Mortimer), Chris inizia la sua scalata sociale fatta di impieghi prestigiosi e weekend nella villa di campagna; ed è proprio durante uno di questi fine settimana che Chris incontra Nola (Scarlett Johannson), provocante attrice americana con la quale, dopo un’iniziale riluttanza da parte di lei, inizia una relazione clandestina. 

Match Point è la classica storia di triangoli e di tradimenti già vista in Crimini e misfatti. Anzi, chi ha visto quest’ultimo potrebbe rimanere deluso dall’estrema prevedibilità dell’intreccio. Eppure Match Point rimane, se non un capolavoro, un film che al capolavoro si avvicina incredibilmente, e che getta lo spettatore in un vortice di reale sconforto. 

In questo senso la scelta del cast è vincente. L’attempato Martin Landau di Crimini e misfatti cede il posto a Rhys-Meyers, icona di bellezza che compensa la minore bravura attoriale con una fisicità strabordante. Accanto a lui vi è una Scarlett Johannson più sensuale che mai, e il loro rapporto è documentato con un trasporto prima d’ora mai visto nella filmografia di Allen. Uscendo dall’amata New York, il regista sembra aver voluto dare una svolta repentina al proprio target: non più (solo) medio-borghesi intellettuali con un certo bagaglio alle spalle (i quali probabilmente preferiranno il ben più “profondo” Crimini e misfatti), ma anche un pubblico di giovani e adolescenti, attirati da un cast di “stelle” e da una trama che, eliminando la parte comica, si concentra interamente sulla tragedia annunciata. 

Tragedia che – unicum per Allen – abbandona momentaneamente le sonorità jazz per abbracciare in toto la musica classica. Arie d’opera come Una furtiva lagrima o Mi par d’udir ancora di Caruso accentuano il lirismo tragico di una vicenda che, sin dalla citazione iniziale al Delitto e castigo di Dostoevskij, si sa già essere destinata all’infelicità. 

Lo si potrebbe superficialmente definire il meno “alleniano” dei film di Allen, non certo per i temi trattati, ma per la loro messa in scena. Non c’è una goccia di speranza o di umorismo a rischiarare personaggi così profondamente tragici; Chris è un uomo diviso tra l’amore per la vita che sta conducendo e la passione per Nola, e Rhys-Meyers lo interpreta con una sicurezza così glaciale da far dimenticare che, sotto la scorza da impetuoso latin-lover, si nasconde il più classico dei protagonisti alleniani. 

D’altro canto, la riflessione sul tema della Fortuna (con la F maiuscola) raggiunge qui il suo apice, e risponde a una visione del mondo tipica del regista newyorkese. “Chi disse ‘preferisco avere fortuna che talento’ percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita”, afferma la voce fuori campo di Chris nella prima inquadratura del film. Ed è alla luce di questa amara, lapidaria sentenza che Allen ci invita a leggere quello che, a suo dire, è il suo capolavoro. 

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