FRANNY/ La “mancanza” che mette in crisi un film

Nonostante sia l’abile regia e la resa dei personaggi, nel film di Andrew Renzi sembra mancare qualcosa. ERICA DAL MAS ci spiega di che cosa si tratta nella sua recensione

04.01.2016 - Erica Dal Mas
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Una scena del film

Come i colori caldi degli alberi d’autunno si preparano all’avvento dell’inverno, così l’ambiente idilliaco iniziale attraversa le diverse sfumature della luce solare che, da brillante e naturale, diventa illuminazione ipnotica e disorientante della mondanità, durante il lento approssimarsi dell’oscurità. Le brevi inquadrature, talvolta statiche come fotografie, talvolta ruotando dal basso verso l’alto, immortalano la campagna verdeggiante e si trasformano in piani-sequenza e primi piani sempre più intensi, mentre raccontano un’esistenza che, invano, cerca di combattere un doloroso passato senza mai staccarsene davvero. 

Con queste premesse ha inizio, nella città di Philadelphia, un drammatico film “di formazione” intitolato Franny (regia di Andrew Renzi), il nome di un ricco filantropo protagonista (interpretato da Richard Gere) che non lavora e trova nella beneficenza la sua unica ragione di vita. I suoi più cari amici Bobby (Dylan Baker) e Mia (Cheryl Hines) muoiono a causa di un incidente d’auto e cinque anni dopo Olivia (Dakota Fanning), la loro figlia, sposata e in procinto di diventare madre troppo in fretta, chiede aiuto a Franny per problemi economici, ma anche perché è l’unico componente superstite della sua vecchia famiglia. 

Lui non riesce a fare a meno di intervenire nella vita della ragazza e risuona allora il violino della storia che ricomincia, mentre la reciproca comprensione diventa invadenza e le cure contro il dolore fisico “anestetizzano” il pesante senso di colpa del protagonista. Egli offre alla giovane donna, soprannominata teneramente “Puddle”, una casa e a suo marito Luke (Theo James), appena diventato medico, un lavoro in ospedale, pagando tutti i suoi debiti studenteschi, ma le loro voci fuori campo iniziano a mettere in crisi questa forte personalità. 

Dietro il grande carisma di Franny si trova, infatti, una grande fragilità: imprigionato nel passato, non riesce a instaurare dei veri legami e la sua vita rimane, a causa di un grave segreto, divisa soltanto tra guadagni facili, sballo e una generosità falsa, perché mossa dalla “barba lunga” della disperazione. Nel silenzio della solitudine, dunque, Franny dovrà scegliere tra essere un vigliacco, nascondendosi dietro regali e penosi alibi come gli farà credere la solida integrità di Luke, o crescere, anche alla sua ormai veneranda età, accettando il passato come passato grazie alla profonda risolutezza di Olivia. 

Nel tentato recupero del presente tra il buio della paura e la luce del coraggio, sebbene l’ottima interpretazione degli attori e il “tocco personale” di un’abile regia trasmetta perfettamente le complesse sfumature fisiche e caratteriali dei personaggi, il mio giudizio su questo film è negativo, in quanto la sorprendente profondità di alcune scene e il messaggio di speranza rinnovata, contenuto in esse, non vengono adeguatamente sostenuti dalla carente incisività dell’intreccio filmico: qual è, infatti, la storia di Olivia al di là della gravidanza? Perché Franny arriva a invadere lo spazio personale della ragazza? Il senso di colpa e il dolore sono veramente le uniche due cose che li uniscono? In cosa consiste la reale maturazione interiore del protagonista, all’infuori del destino? 

C’è dell’altro, ma lasciare troppo all’intuizione può, in questo caso, rovinare le aspettative del pubblico.

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