ATTILA, RE DEGLI UNNI: CHI ERA/ Video, dalla Prima della Scala a Diego Abatantuono nel film cult

Il maestro Riccardo Chailly dirige “Attila” alla Prima del Teatro alla Scala di Milano: il re degli Unni tra crudeltà e fragilità.

07.12.2018, agg. alle 17:26 - Annalisa Dorigo
Riccardo Chailly dirige Attila
Riccardo Chailly dirige Attila

Attila non è solo un uomo freddo e crudele. Nel corso dei secoli, infatti, sono state diverse le testimonianze che hanno descritto il Re degli Unni in maniera diversa. A cominciare da Prisco di Panion, ambasciatore romano, che ha descritto l’uomo come basso, dal torace largo e da un’enorme testa con occhi piccoli, barba sottile, naso piatto e carnagione scura. Anche lo storico Giordano ci ha raccontato di un uomo “brutto e curvo”, dal colorito giallognolo e dall’indole feroce. Una vita di mezzo tra un uomo e un animale. Se  questo fosse vero allora bisognerebbe complimentarsi con Diego Abatantuono capace di offrire al telespettatore moltissimi anni dopo un’immagine veritiera del Re degli Unni. L’attore, infatti, nel film “Attila flagello di Dio” del 1982, ha interpretato un Attila dalla corporatura grande, barba incolta e con tanto di borchie e corna. Un nome un programma visto che Abatantuono ha parlato di Attila con un babbaro. Indimenticabile il suo spelling nel film del nome del Re degli Unni: “A come atrocità, doppia T come terremoto e traggedia, I come ira di Dio, L come lago di sancue, A come adesso vengo e ti sfascio le corna”. Clicca qui per un video dal film di Diego Abatantuono (aggiornamento di Emanuele Ambrosio)

ATTILA INAUGURA LA STAGIONE TEATRALE A LA SCALA DI MILANO

Attila di Giuseppe Verdi inaugura la Stagione d’Opera 2018-19 del Teatro alla Scala di Milano. Il direttore musicale Riccardo Chailly prosegue così nella ricognizione delle opere giovanili del grande compositore dopo che già nel 2015-16 aveva aperto la stagione con Giovanna d’Arco. Nona opera di Verdi, Attila ha preso spunto dalla tragedia “Attila, König der Hunnen” di Zacharias Werner e ha esordito al Teatro la Fenice di Venezia il 17 marzo 1846 a pochi mesi di distanza dalla prima di Giovanna d’Arco alla Scala e Alzira al San Carlo di Napoli. Rispetto al dramma di Werner il libretto definitivo, in una versione semplificata rispetto all’originale, attenua il contrasto tra la brutale integrità di Attila e le moralità, a tratti contraddittoria, dei suoi avversari italiani. Ne esce lo spaccato di un protagonista caratterizzato da slancio eroico ma allo stesso di tempo di uno sfondo di fragilità o ambiguità psicologica.

ATTILA UOMO VALOROSO

Fin dalle prime battute dell’opera protagonista della Prima della Scala di Milano, Attila appare come un uomo freddo e crudele. Dopo avere saccheggiato Aquileia alla guida degli Unni, ordina di lasciare i morti nella polvere e di non risparmiare nessuno, né donne né bambini. Per questo si arrabbia quando un gruppo di donne viene condotto davanti a lui anche se alla fine ne risulta ammirato, soprattutto per la presenza Odabella. Quest’ultima è la figlia del signore di Aquileia e medita vendetta dopo che l’invasore ha ucciso tutta la sua famiglia. Attila è sorpreso davanti alla bellezza e all’audacia di Odabella che chiede di avere indietro la propria spada per portare a termine il suo piano. Diverso è invece il confronto con il generale romano Ezio, che propone al re degli Unni, che gli propone di unire le forze per conquistare il mondo. Ma Attila rifiuta ed Ezio se ne va sdegnato dopo avere cantato la famosa aria “Tardo per gli anni e tremulo”.

IL SOGNO PREMONITORE E LA MORTE

Nell’opera giovanile di Giuseppe Verdi, Attila appare come una persona forte e crudele ma in realtà nasconde delle fragilità evidenziate fin dall’Atto I. In esso il re degli Unni ha un terribile incubo nel quale la voce di un vecchio gli impone di non avvicinarsi a Roma (qui l’aria “Mentre gonfiarsi l’anima”). Uldino, al quale Attila racconta tale sogno, lo invita a scacciare queste visioni e Attila lo asseconda, preparandosi ad invadere Roma. Ma da lontano giungono dei suoni religiosi, e compare una processione guidata dal vecchio Papa Leone l che gli impone di stare lontano da Roma. Attila si rende conto che il sogno si è avverato. Non è questo l’unico presagio che spaventa il condottiero: anche i Druidi lo mettono in guardia, facendogli notare di fare attenzione ai segni nefasti, in primis i fuochi dell’accampamento che si accendono e si spengono a causa del vento. Alla fine dell’opera lirica, Odabella (dopo avere persino rifiutato l’amato Foresto) porta a termine la sua vendetta pugnalando Attila e lasciando gli Unni alla mercé dei Romani che dilagano nel loro campo.