CONSIDERAZIONI FINALI VISCO/ Risiko bancario? Meglio una buona finanza innovativa

- Nicola Berti

Nelle Considerazioni finali pronunciate ieri da Visco si è parlato poco di risiko bancario e molto di finanza innovativa

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Ignazio Visco, governatore di Bankitalia (LaPresse)

Le Considerazioni finali 2022 – centrate sulle incognite e le sfide economiche dell’emergenza geopolitica – non erano certo attese al varco per l’attualità bancaria: che ha fatto la parte del leone il 31 maggio di altri anni (ultimamente per gli sviluppi dell’Unione bancaria). Però è un piccolo segno dei tempi che nel testo letto dal governatore Ignazio Visco sia scomparso anche il contenitore tradizionalmente identificato da una testatina “Il sistema creditizio e l’attività di vigilanza”.

Non che la sezione finale – alla voce “Finanza e innovazione” – abbia ignorato cifre e tendenze del settore intermediario: su cui via Nazionale è moderatamente positiva, dopo due anni di continue pressioni macroeconomiche sulle banche. I rischi creditizi – principalmente grazie al sistema delle garanzie pubbliche varate nella fase più critica della pandemia – hanno limitato l’esplosione di nuove sofferenze e la solidità del sistema nazionale in termini di basi patrimoniali rimane non allarmante, così come i livelli di redditività. Certo, il terremoto-russo-ucraino non sarà privo di ripercussioni, né direttamente sui bilanci delle singole istituzioni, né in termini ampi di scenario economico-finanziario. Le preoccupazioni di Visco sono parse tuttavia altre: certamente non circoscritte all’attenzione specifica per la privatizzazione di Mps, piuttosto che sul destino di BancoBpm, per non parlare dell’eterno “finale di partita” su Mediobanca-Generali. Il “risiko” non appare prioritario nell’agenda di palazzo Koch.

Non è parso certo un caso che il Governatore abbia invece voluto ri-citare – nonostante sia canonico di questi tempi – i 1.400 miliardi di euro detenuti dai risparmiatori italiani nei conti bancari a fronte di 1.300 miliardi investiti in strumenti di risparmio gestito. Per Visco si tratta di una situazione chiaramente non ottimale, anzi: “Un adeguato flusso di risorse private che, affiancandosi a quelle pubbliche, sostenga gli investimenti necessari per uno sviluppo equilibrato e duraturo del Paese dovrà essere fornito dal sistema finanziario. Gli intermediari italiani sono oggi in condizione di destinare capacità e risorse per contribuire ad affrontare con efficacia le sfide poste dalla digitalizzazione e dalla transizione verde; ne hanno dato prova partecipando allo sforzo collettivo sostenuto dalle autorità monetarie e di bilancio, nazionali ed europee, per superare i contraccolpi di uno shock di così ampia portata come quello generato dalla pandemia”.

È un quadro non nuovo, che si contrappone da sempre con contesti ben diversi nella stessa Ue: “Una parte contenuta delle risorse amministrate dai fondi è investita in titoli emessi da imprese nazionali: si tratta del 5 per cento, a fronte del 34 e del 14 per cento in Francia e in Germania. Queste differenze riflettono, in buona parte, la struttura del settore produttivo italiano, caratterizzata da un numero relativamente elevato di aziende di dimensioni contenute, che meno ricorrono ai mercati dei capitali per finanziare le proprie attività”. È d’altronde un ritardo che l’Italia – proprio negli ultimi anni, pur complicati  su molti altri fronti – ha mostrato di saper e voler rimontare: “Le competenze dei gestori attivi negli investimenti in settori innovativi e negli interventi di rilancio aziendale possono svolgere un ruolo importante nella selezione e nel finanziamento delle imprese a più alto potenziale di crescita. Tra il 2015 e il 2021 è più che triplicato (da 9 a 30 miliardi) il patrimonio gestito da fondi specializzati nell’acquisto di titoli emessi da piccole e medie imprese, tipicamente poco liquidi, e nel finanziamento di società che necessitano di essere ristrutturate. L’aumento è stato favorito da incentivi fiscali e normativi; le risorse gestite rimangono tuttavia contenute rispetto alla media dell’area dell’euro, dove raggiungono il 6 per cento del Pil, tre volte più che in Italia”.

La crescita della “finanza non bancaria” sembra un percorso disegnato, ancorché tutto da costruire: ora all’interno della transizione posta come “backbone” del Recovery Plan in Europa e del Pnrr in Italia. Tuttavia per il balzo in avanti di fintech (nell’accezione generale di “finanza innovativa”)  sono imprescindibili “condizioni di stabilità”. “La crisi pandemica ha dato un forte impulso alla digitalizzazione di tutti i comparti dell’industria finanziaria. Nell’intermediazione creditizia le nuove tecnologie coinvolgono ormai ogni fase del processo di erogazione dei prestiti. Nei pagamenti al dettaglio è aumentata la preferenza dei consumatori per l’utilizzo delle carte rispetto al contante negli acquisti presso i punti fisici di vendita, soprattutto se dotate di tecnologia contactless. La diffusione di prodotti, processi e canali distributivi innovativi richiede il rafforzamento dei presidi per la tutela della clientela e la corretta gestione dei dati personali; la loro regolamentazione beneficia del confronto con utenti e operatori di mercato. Un aumento significativo dei livelli di alfabetizzazione finanziaria è condizione necessaria affinché le capacità di scelta dei clienti si rafforzino e le norme e l’azione di vigilanza possano meglio proteggere i consumatori”. E fra quest’ultimi Visco è in allerta soprattutto quelli abbagliati dalle criptovalute. 

La linea Bankitalia è comunque chiara. “Un’importante distinzione va fatta tra le criptoattività emesse a fronte di attività reali o finanziarie (fully-backed stablecoins) e quelle prive di tale supporto. Le prime, se adeguatamente regolamentate ed emesse da soggetti ben identificati, possono mantenere un valore relativamente stabile nel tempo e fornire servizi all’economia. Le altre – tra cui le cosiddette stablecoins con meccanismi di stabilizzazione basati su regole automatiche che adeguano l’offerta alle variazioni della domanda (algorithmic stablecoins) – sono prive di un valore intrinseco, connotate da un’elevata volatilità e, di conseguenza, esposte a significativi rischi di vendite improvvise; esse vengono per lo più utilizzate con finalità speculative”. 

Dunque: no ai “bitcoins” assortiti. Sì invece a un “euro digitale” già in cantiere: con tutt’e due gli occhi dei banchieri centrali puntati sull’economia reale: “Una valuta digitale della banca centrale rappresenterebbe un’ancora per la fiducia del pubblico nella moneta; fungerebbe da complemento al contante e ai mezzi di pagamento elettronici esistenti, nonché allo sviluppo privato di strumenti digitali affidabili. Affinché ciò sia possibile l’euro digitale dovrà soddisfare le aspettative degli utenti garantendo protezione dei dati personali, sicurezza e facilità di utilizzo, favorendo l’innovazione e accompagnando la trasformazione digitale dell’economia”.

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