CONSUMI/ La crisi dei distributori automatici, tra lockdown, plastic e sugar tax

- Manuela Falchero

Le chiusure di scuole e uffici dovute al Covid mettono in ginocchio un settore già alle prese con penalizzazioni normative. Il grido di allarme di Confida

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Foto di Crystal Chen da Pixabay

Da un lato ci sono smart working, didattica digitale, ordinanze locali e chiusure generalizzate. Tutte misure dovute al Covid-19 che hanno svuotato strade, uffici e scuole, mettendo in ginocchio i consumi. Dall’altro lato, ci sono i riflessi attesi dall’introduzione – pure rinviata dalla Legge di bilancio 2021, a luglio 2021 e gennaio 2022 – di due norme controverse: la sugar tax, che mette nel mirino le bevande edulcorate, e la plastic tax, che istituisce un prelievo da 0,45 euro destinato a gravare su ciascun chilogrammo di materia plastica contenuta nei manufatti con singolo impiego immessi in consumo. 

Stretto nel mezzo c’è il settore della distribuzione automatica che paga un prezzo altissimo alla crisi. Nei primi sei mesi dell’anno, secondo quanto rilevato da Confida (Associazione Italiana Distribuzione Automatica) sulla base di dati elaborati da Ipsos, tutte le principali categorie di consumazione del vending hanno subìto un forte calo: rispetto allo stesso periodo del 2019 il caffè ha lasciato sul terreno il 27,51% delle vendite, le bottigliette d’acqua il 42,98%. E ancora, gli snack salati hanno ceduto il 46,52%, quelli dolci come biscotti, brioches e merendine il 38,61%. Complessivamente, tra gennaio e giugno i consumi sono crollati del 33,79%, con stime ancora più gravi per il periodo della prima ondata di Covid-19. 

Il comparto ha così perso fatturato, con picchi che ad aprile hanno toccato il -70%. Un colpo durissimo per un settore che in Italia si compone di 3.000 aziende e che dà lavoro a circa 30.000 persone, a cui se ne aggiungono altre 12.000 impegnate nell’indotto. E che nel 2019 ha erogato oltre 6 miliardi di consumazioni, di cui quasi 5 miliardi nel solo mercato automatico. 

A pesare su questi risultati – osserva Confida – è il forte calo delle consumazioni nei luoghi dove il vending è più forte e la mancanza di aiuti dallo Stato che non ha incluso il settore nel cosiddetto DL Ristori Bis.

Prospettive incerte

Ma il peggio potrebbe ancora venire. Dopo una breve ripresa estiva, dall’autunno i numeri sono tornati pesantemente negativi. “I Dpcm emanati da ottobre in poi – commenta Massimo Trapletti, presidente di Confida – non vietano l’operatività delle vending machine. Tuttavia, introducono lo smart working per la Pubblica amministrazione e gli uffici privati, la didattica a distanza per scuole e università, vietano le visite dei parenti negli ospedali e nelle strutture sanitarie. E così facendo, i distributori automatici – anche se accesi – non vengono utilizzati perché manca il passaggio dei consumatori. Il risultato sono perdite ingenti per i gestori del servizio”.

A questa situazione – avverte ancora l’Associazione – si aggiungono poi i canoni concessori e demaniali che le imprese devono pagare per installare i distributori automatici nel settore pubblico (anche se le macchine sono ferme) e alcune iniziative ministeriali che rischiano di deprimere ancor più i consumi. Il Ministero dell’Ambiente ha, per esempio, redatto una prima versione di CAM (Criteri Ambientali Minimi), linee guida che condizioneranno gli acquisti del servizio di somministrazione di alimenti e bevande tramite distributori automatici. E i criteri indicati nella prima bozza ministeriale – fa notare Confida – rischiano di rendere impossibile il servizio del vending in tutta la Pubblica Amministrazione.

L’appello al Governo

“Confida – dichiara Trapletti – a nome delle aziende del settore della distribuzione automatica chiede quindi che il Governo si impegni a prendere misure a favore del comparto come la cassa integrazione Covid-19 in deroga giornaliera, l’inserimento del settore tra quelli sostenuti dai DL Ristori, il credito d’imposta al 70% dell’importo dei canoni concessori per l’anno 2020-2021, la messa in campo di contributi a fondo perduto per investimenti in innovazione, digitale e sostenibilità, e infine la riduzione dell’aliquota IVA del vending dal 10% al 4% per il 2021”.

Senza queste misure, sostiene l’Associazione, si aggraverebbe la già critica situazione di un settore in cui l’Italia è leader a livello internazionale. Il nostro Paese, infatti, è primo in Europa per numero di vending machine installate (oltre 820 mila), seguito da Francia (590 mila), Germania (545 mila) e Inghilterra (421 mila). 

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