CORONAVIRUS/ Com’è ingenuo pensare che l’epidemia ci renda più buoni…

- Emilia Guarnieri

Il coronavirus non ci ha resi tutti più buoni. I gesti d’amore che vediamo nascono da una lotta: tra l’amore senza misura e l’affermazione della propria misura

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Coronavirus a Milano (Lapresse)
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“Anche questa sera preghiamo per i malati di Covid-19, per i medici, gli infermieri, gli addetti alle pulizie, i farmacisti, tutti quelli che sono coinvolti, coloro che hanno perso parenti e amici, tutti quelli che sono morti”.  Dal 14 marzo con queste parole ogni sera un giovane studente di Forlì introduce il Rosario cui sono collegati più di 150 amici.

L’altra sera, anch’io appiccicata allo schermo, mentre con la corona in mano rispondevo alle preghiere, in compagnia di ragazzi che per la maggior parte mi sono sconosciuti, mi è balenata un’intuizione: “Ecco, questi ragazzi, e io con loro, stiamo vivendo attraverso questo gesto il rapporto con il mondo, con la totalità!”. E mi sono tornate alla mente le parole con le quali don Giussani, introducendo un testo caro a tanti, L’annuncio a Maria di Paul Claudel, definisce l’amore: “l’amore è essere per il disegno totale, essere in funzione del disegno totale. L’amore è generatore dell’umano, generatore della storia della persona in quanto generazione di popolo”.

Il piccolo gesto di amore di quei ragazzi, l’impeto di condivisione, il desiderio di essere insieme a chi sta spendendo la propria vita e a chi l’ha perduta, sta contribuendo alla generazione del popolo.

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Nel Medioevo di cui racconta Claudel le cattedrali erano il simbolo dell’unità del popolo, il punto positivo e di speranza che tutto il popolo, donando del proprio, contribuiva a costruire, cui tutti in mezzo alle guerre, alle pestilenze, alla lebbra che divorava i corpi, potevano guardare. “Tanti pinnacoli sublimi! Tanti campanili che segnano via via l’ora sulla città con la loro mobile ombra”, così scandisce Pietro di Craon, il protagonista, il costruttore di cattedrali, il genio, che dà forma al dono generoso di oro e di danaro che ognuno fa perché la cattedrale possa venir su. La cattedrale, ciò che è un bene per tutti, vien su da quei tanti piccoli gesti di amore, di sacrificio, di offerta.

Offrire sé, tempo, conoscenze, danaro, competenza, perché un bene per tutti possa venir su. Perché senza lo spazio di questa offerta amorosa non c’è costruzione.

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Oggi ci si interroga molto su come dovrà essere il “dopo”, sia dal punto di vista sanitario che da quello della ricostruzione. Ricette e progetti ci bombardano da ogni parte. Chi ha responsabilità dovrà confrontarsi, scegliere, rischiare e decidere. E tutti sappiamo quanto interessi più o meno nobili contino in queste scelte. Tutti vediamo la tentazione di potere che talora anche in questi giorni anima le polemiche politiche. Sarebbe ingenuo pensare o pretendere che il coronavirus ci avesse resi improvvisamente tutti buoni.

Ma una cosa possiamo realisticamente desiderare. Noi, quelli dei piccoli gesti di amore, quelli del Rosario, del pacco consegnato al bisognoso, dello smartphone portato al letto del malato, dell’ennesima ora di lavoro fatta perché l’urgenza chiamava, sappiamo che anche questi gesti non sono istintivi, casuali, sappiamo che questi gesti di amore sono nati dalla libertà, che, poco o tanto, abbiamo dovuto vincere la paura, la pigrizia, l’indifferenza. È stata una lotta. Quella lotta che don Giussani, sempre a proposito dei personaggi dell’Annuncio a Maria, definisce “la lotta fra l’amore che fa percepire la propria esistenza in funzione di qualcosa di senza misura e un ideale di vita che, invece, coincide con la propria misura, con la propria giustizia”. Quello che possiamo desiderare è accorgerci che siamo chiamati a questa lotta e che questa lotta esige di essere attrezzati.

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