CORONAVIRUS E PIL/ Banche e Stato, la “formula Draghi” per tenere vive le imprese

- int. Vittorio Coda

Tutelare le imprese e i posti di lavoro è possibile tramite il ruolo delle banche, con la garanzia dello Stato, come ha suggerito Draghi

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Mario Draghi, ex presidente della Bce (LaPresse)

I dati che arrivano dall’economia continuano a essere poco incoraggianti. Secondo il Centro studi di Confindustria, infatti, a marzo la produzione industriale è scesa del 16,6%, con un calo nel primo trimestre del 2020 del 5,4%, “e le prospettive sono in forte peggioramento”. Vittorio Coda, Professore emerito nell’Università Bocconi, dove ha insegnato Strategia e Politica Aziendale, ha ben presente la gravità della situazione e invita a seguire l’indicazione che Mario Draghi ha fornito nel suo articolo sul Financial Times, nel quale ha scritto che “la priorità non è solo fornire un reddito di base a tutti coloro che hanno perso il lavoro, ma innanzitutto tutelare i lavoratori dalla perdita del lavoro”.

Perché è così importante questo passaggio?

Draghi ha ben chiara la distinzione tra due problemi. Il primo è tutelare chi resta senza lavoro e senza reddito. Il secondo è proteggere le persone che ancora hanno un lavoro dalla perdita dello stesso. Dunque bisogna non solo prevedere misure per chi resta senza occupazione o attività, come già si sta facendo, ma anche evitare che aumenti il loro numero, proteggendo l’assetto produttivo. Occorre quindi sostenere quelle imprese che a seguito dell’emergenza hanno visto crollare a picco il loro fatturato.

Come andrebbe realizzato questo sostegno?

Draghi è stato molto esplicito. Ha scritto infatti che “le banche devono prestare rapidamente a costo zero alle aziende favorevoli a salvaguardare i posti di lavoro. E poiché in questo modo esse si trasformano in vettori degli interventi pubblici, il capitale necessario per portare a termine il loro compito sarà fornito dal Governo, sottoforma di garanzie di Stato su prestiti e scoperti aggiuntivi”. Bisogna fornire liquidità a queste imprese perché siano in grado di coprire i loro costi di struttura, esclusi ovviamente gli ammortamenti, al netto di quella parte di costi del personale che viene coperta dal ricorso alla cassa integrazione. In Germania l’hanno capito subito, prima ancora dell’articolo di Draghi: il primo provvedimento è stato infatti sulle garanzie per i prestiti alle banche tramite la KfW. L’Italia ha fatto bene a mettere subito sul piatto 25 miliardi con il decreto cura Italia, ma oltre a questo servono garanzie per le banche nell’ordine delle centinaia, non delle decine, di miliardi.

Andrebbe secondo lei fatto un intervento diversificato a seconda di settori, visto che alcuni potranno ripartire subito, mentre altri, come il turismo, impiegheranno più tempo?

Il pregio della proposta di Draghi è la sua semplicità, perché la sua applicazione è demandata ai rapporti tra imprese e banche. Ci penseranno quindi quest’ultime, che sanno quali sono le aziende che sono state messe in ginocchio da questa crisi e quali stanno continuando a funzionare o possono ripartire in più breve tempo, a fornire il sostegno necessario. Ci sono stati dei provvedimenti che vanno nella direzione di alleviare i problemi di cassa delle aziende, anche con la sospensione di tasse e contributi per alcune di esse e l’ampliamento della cassa integrazione. Ma le imprese che hanno visto crollare a picco il loro fatturato e sono ferme hanno bisogno di qualcosa di più: un’iniezione di liquidità. Con la proposta di Draghi si può fare tramite le banche che hanno una presenza capillare sul territorio, conoscono le imprese e la loro situazione.

Nel frattempo le imprese che possono dovrebbero poter riaprire…

È chiaro che ci vuole una certa elasticità se si vuole che la macchina produttiva possa funzionare anche nel momento del lockdown. Pensiamo alle imprese di imballaggi per gli alimenti o a quelle che assicurano la manutenzione dei macchinari o dei mezzi di trasporto che devono continuare a operare. Io credo che tutte le imprese che possono garantire le idonee condizioni di sicurezza dei loro lavoratori, nel caso anche con dei controlli, se i sindacati li richiedono, debbano poter riaprire. Anche quelle chimiche, meccaniche, siderurgiche, non quindi rientranti in quelle attività essenziali individuate dal Governo.

Tutto questo in attesa di un vero e proprio ritorno graduale alla “normalità” di cui si sta cominciando a parlare.

Tutto questo dipende evidentemente dalla velocità con cui si riuscirà a mettere sotto controllo il covid-19. Bisogna evitare che si possano formare nuovi focolai, con una presenza diffusa sul territorio del sistema sanitario per effettuare tamponi e controlli, evitando il contagio di ritorno. Occorre in buona sostanza fare quello che non è stato fatto nelle scorse settimane.

Il decreto cura Italia ha attirato diverse critiche per la scarsità di sostegni a partite Iva e lavoratori autonomi e per la soglia di fatturato oltre la quale le imprese non godono della sospensione di tasse e contributi. Cosa ne pensa?

Mi sembra evidente che bisogna sostenere tutte le strutture produttive, anche quelle che vengono realizzate tramite i lavoratori autonomi. Anche loro vanno protetti. Quanto ai meccanismi di sospensione di tasse e contributi, se risultano insufficienti ad alleviare i problemi di liquidità di certe imprese, allora occorre l’intervento delle banche, come proposto da Draghi.

(Lorenzo Torrisi)



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