CORONAVIRUS/ “È una mega-influenza aggravata da un’altissima percezione del rischio”

- int. Elena Pariani

Elena Pariani è referente di uno dei tre dipartimenti della Regione Lombardia per la sorveglianza del coronavirus

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(LaPresse)

“Manca nella gente la percezione di rischio dell’influenza, una malattia che esiste ed esisterà da sempre, tanto da provocare ogni anno in Italia migliaia di morti. Purtroppo chi potrebbe vaccinarsi non lo fa. Le persone non hanno la percezione del rischio. In questo momento invece la percezione del rischio è altissima e se esistesse un vaccino per il coronavirus andrebbe esaurito in tutta Italia in due ore”. Ci dice così in questa intervista la professoressa Elena Pariani, referente di uno dei tre dipartimenti della Regione Lombardia per la sorveglianza dell’influenza: “Le misure che si stanno adottando in queste ore, chiusura degli stadi, delle università, delle scuole, sono misure prudenziali di fronte a un nemico di cui non si conosce la fisionomia. Certamente a rigor di logica andrebbe chiuso tutto, anche le metropolitane e i supermercati. Chi sta prendendo queste misure si assume una grande responsabilità”. La professoressa Pariani sta lavorando ininterrottamente da giorni sul coronavirus, ecco l’attività del suo laboratorio.

Professoressa, in Lombardia ci sono tre dipartimenti che si occupano di sorveglianza dei virus influenzali, giusto?

Esattamente, uno è all’ospedale San Martino di Pavia, uno all’ospedale Sacco e l’altro è il nostro, presso il Dipartimento di scienze biomediche dell’Università di Milano.

In questi giorni siete in un clima di emergenza estrema per il coronavirus: quale la vostra attività, precisamente?

Inizialmente era quella di fare indagini molecolari dai campioni prelevati da soggetti sospetti per rintracciare il genoma del virus. Ci occupavamo soltanto dei casi sospetti, persone che tornavano dalla Cina o avevano avuto contatti stretti con persone risultate positive. Adesso da quando c’è stata l’identificazione di casi autoctoni, cioè italiani, stiamo lavorando per tracciare tutti i contatti indipendentemente della presenza di sintomi.

Questo a quale lo scopo?

Ricostruire la catena di trasmissione, cercare di avere informazioni su come si è trasmesso il virus, quante persone ha raggiunto e ricostruire la catena di contagio.

A questo proposito manca ancora il cosiddetto paziente zero. Il direttore europeo dell’Oms ha detto che manca il collegamento con la Cina. È così?

Sì, esatto.

Come mai il caso italiano è così misterioso se non c’è il contatto con la Cina?

Su questo non posso darle risposte precise, anche noi leggiamo quello che legge lei sui giornali. Sappiamo che il primo caso aveva avuto un contatto con una persona tornata dalla Cina. Il problema è che sembra ci sia una quota rilevante di pazienti asintomatici, che trasmettono cioè l’infezione ma non hanno sintomatologia. Altra cosa non da meno nel caso del 38enne di Codogno è che la malattia si è manifestata più di 20 giorni dopo il contatto, questo significa che per tutto questo tempo in assenza di sintomatologia le persone stanno bene, circolano, hanno contatti.

Quindi il virus si diffonde ancor di più.

Sì, un periodo di incubazione così lungo mentre il soggetto trasmette l’infezione è un aspetto difficile da controllare.

Inizialmente però si diceva che l’incubazione era al massimo di 5-6 giorni, adesso è aumentata?

Siamo passati da 5 giorni a 12, poi adesso a 15. Quando si lavora con un virus completamente nuovo bisogna capire tutto in situazione di emergenza. Non è così banale fare diagnosi su qualcosa che non si conosce appieno, lavoriamo su qualcosa di completamente nuovo con le informazioni in continuo aggiornamento.

Sembra che in Cina i casi di infezione stiano diminuendo, cosa significa se confermato?

Probabilmente quello che cambia è il rapporto: il numeratore, i casi di deceduti, rispetto al denominatore, cioè tutti i casi con quella malattia. All’inizio il numeratore era ampio a causa delle persone che morivano; adesso, riuscendo a capire l’epidemeologia, cambia la visione. Quando si cerca una cosa la si trova.

La gran parte di chi muore di coronavirus, lo vediamo anche in Italia, sono persone anziane con problemi pregressi. Ogni anno nel mondo di influenza muoiono circa 500mila persone. Voi professionisti del settore, che idea avete di questo virus, siete ottimisti?

È vero, di influenza muoiono soprattutto persone già debilitate, i cosiddetti soggetti a rischio, anziani e bambini piccoli. Noi in Lombardia siamo centro di riferimento per l’influenza e la promozione della vaccinazione. Purtroppo le persone che potrebbero vaccinarsi ogni anno non lo fanno, è una questione di percezione del rischio. Se adesso ci fosse un vaccino per il coronavirus andrebbe esaurito in poche ore, perché la gente in questo momento ha una percezione del rischio molto alta e anche superiore a quella reale. L’influenza purtroppo è negletta, chi muore sono persone a rischio che fanno meno scalpore della morte di giovani.

Queste misure estreme che le autorità stanno prendendo voi medici le approvate?

Sono misure prudenziali. Non sapendo quanto è presente il virus sul territorio, l’unica modalità contro un nemico invisibile è agire in questo modo. È comunque difficile capire qual è la misura migliore.

Sì, ma uno pensa: se chiudono lo stadio allora va chiusa anche la metropolitana, no?

Certo, però bisognerebbe allora chiudere tutto. Il consiglio al momento è quello di evitare luoghi affollati. Ovvio che ci sono tanti elementi da considerare, bisognerebbe chiudere anche i supermercati e lasciare aperti solo gli ospedali. La situazione è complessa, chi la sta gestendo si sta prendendo responsabilità molto grandi.

(Paolo Vites)

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