CORONAVIRUS FASE 2/ “Se siamo in guerra, perché non adottare una strategia militare?”

- int. Luigi Pastorelli

La Fase 2 non può essere una mera continuazione della Fase 1. Ma i nostri decisori non hanno una strategia. Il rischio? Diventare preda di altri Paesi

Conte al Comitato Operativo
Coronavirus, Governo Conte al Comitato operativo della Protezione Civile (LaPresse)
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L’avvio della fase 2 per un ritorno alla normalità? Servono piccoli passi, massima prudenza e ancora tanta pazienza. Sono le tre “raccomandazioni” del Comitato tecnico scientifico in vista del 13 aprile, quando scadrà il lockdown decretato dall’ultimo Dpcm del premier Giuseppe Conte. Dagli scienziati arrivano i consigli, ma la decisione sarà politica. Una direzione, però, sembra già chiara. In caso di allentamento delle misure (ma non è detto che ciò avvenga, perché nel fine settimana è atteso un nuovo Dpcm di proroga del blocco), la fase 2 prima interesserà via via le imprese e le attività produttive, poi toccherà ai cittadini. Sempre con gradualità e prudenza. Ma quali sono i presupposti? Da dove iniziare? A chi tocca scegliere? Quali rischi vanno evitati? Ne abbiamo parlato con il professor Luigi Pastorelli, valutatore del rischio, direttore tecnico del Gruppo Schult’z e docente incaricato di Teoria del rischio presso diverse università.

Si parla di possibile Fase 2. Quali condizioni servono?

A mio avviso, non si comprende che siamo già all’interno della cosiddetta Fase 2. Come valutatore del rischio, ho applicato a questa crisi un teorema, definito teorema di Porter, che indica chiaramente come la configurazione della crisi legata al Covid-19 si trovi in quella che ho chiamato la “Configurazione B” del mio modello.

Che cosa rileva questa configurazione?

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Che il nostro sistema si sta avvicinando a uno specifico punto di biforcazione: da una parte, potrebbe aiutarci a uscire dalla cosiddetta Fase 1, quella maggiormente critica, ma dall’altra potrebbe anche, in base a determinate condizioni, non permetterci questa uscita. Volendo semplificare, per cogliere questa opportunità occorre partire da una considerazione basilare: non si deve pensare che la gestione della Fase 2 sia una mera e inevitabile conseguenza temporale e materiale della precedente Fase 1.

Scienziati e virologi parlano di una ripresa graduale, scaglionata e flessibile; secondo loro si può fare solo in condizioni di rischio accettabile. Che cosa significa in concreto?

Il concetto di accettabilità deve essere inevitabilmente riferito e valutato in relazione all’obiettivo che il decisore del nostro Paese si deve porre. Quello che non mi convince nell’atteggiamento del nostro attuale decisore è di non palesare con chiarezza la propria strategia, dando invece l’impressione di essere sempre sotto pressione dei vari e diversi soggetti che si alternano.

A chi si riferisce?

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Mi riferisco ai sindacati, che pongono il problema della salute dei dipendenti; alle aziende e ai professionisti, che pongono il problema della crisi economica conseguente al fermo delle loro attività; agli esperti, che pongono il problema della curva dei contagi; agli incapienti, che non hanno reddito. La prima condizione per il decisore sarebbe quella di avere, e soprattutto comunicare, una propria e reale strategia nei confronti della crisi. Non mi pare, però, che stia avvenendo.

A dettare la ripresa devono essere più le curve epidemiologiche o le ragioni dell’economia?

A mio avviso, in questo stadio della crisi derivante dalla pandemia la scelta e i relativi tempi devono essere presi in relazione all’individuazione del punto di equilibrio tra la salvaguardia della salute dei nostri concittadini e del personale sanitario e la necessità di evitare il collasso del nostro sistema economico e relazionale. Tale analisi deve essere condotta solo ed esclusivamente in termini di costi e benefici. So bene che il decisore del nostro Paese non è abituato a utilizzare questo parametro a supporto della propria decisione, e di fatto questa incapacità, o meglio non scelta, è all’origine di gran parte dei nostri problemi strutturali. Problemi che ritengo destinati ad aggravarsi con l’attuale crisi.

Quali problemi?

Penso al divario non solo economico, ma sociale, esistente tra il Nord e il Sud; penso al risultato ormai raggiunto di crisi del nostro sistema educativo. Tutto questo, probabilmente, è anche la ragione che spiega la presa di posizione rigida di alcuni Paesi del Nord Europa: invece di lagnarci, piagnucolando, della loro indifferenza nei confronti della nostra attuale situazione sanitaria ed economica, dovremmo chiederci cosa ha determinato questo atteggiamento. Sarebbe l’unico modo per andare finalmente con dignità nelle sedi europee a chiedere correttamente l’adozione di misure economiche necessarie e inevitabili, non solo per noi, ma per l’intera Europa.

Si dice che il 15 aprile qualcosa aprirà. Secondo lei, da dove si può iniziare?

Personalmente eviterei di parlare di una data, dire il 15 o il 25 aprile è la stessa cosa. È un errore impostare il problema in questi termini.

Perché?

Lo è in quanto il teorema di Galbraith, che ho applicato alla crisi derivante dal coronavirus, dimostra chiaramente che la scelta, quindi la data in questione, deve essere pensata e applicata distinguendo i vari ambiti territoriali e segmentando i vari profili di morbilità, in relazione all’età, all’essere o meno un soggetto immunodepresso o un soggetto in condizioni di fragilità psicologica. Oltretutto alleggerire la pressione su alcune aree territoriali consentirebbe di massimizzare quelle risorse umane ed economiche per potenziare l’intervento nelle aree più a rischio. Dicono tutti, erroneamente, che siamo in guerra, ma al tempo stesso non applicano alcun principio della strategia militare.

Quando scatterà la Fase 2 quali rischi dovremo evitare? Dobbiamo aspettarci piccoli o grandi focolai?

Non ci saranno rischi propri e specifici della cosiddetta Fase 2 se il decisore avrà l’accortezza di pianificare la riapertura territoriale e delle attività.

A decidere la riapertura deve essere il governo con un cronoprogramma o la decisione va demandata ai singoli governatori?

L’elevata conflittualità tra i governatori di alcune Regioni e l’autorità centrale è oggi uno dei problemi principali. La frettolosa riforma del Titolo V della nostra Costituzione ha di fatto generato questa contraddizione, che a mio avviso, nell’attuale sistema di ripartizione istituzionale, non troverà alcuna soluzione. Siamo inevitabilmente destinati a tornare a quella che era l’Italia nel 1600, quando, dopo i fasti del Rinascimento, il Paese era piombato in una situazione miserevole. Saremo preda, dal punto di vista economico, di Paesi meglio strutturati e organizzati di noi, con una composizione sociale che sta ormai assumendo la configurazione di una società caratterizzata da grandi ricchezze concentrate in poche mani e da una massa di consumatori in situazioni sociali e culturali miserevoli. L’inadeguatezza e la disattenzione del nostro decisore verso la ricerca e la competenza sono sotto gli occhi di tutti.

Il commissario all’emergenza, Arcuri, ha dichiarato: “Attenti a illusioni ottiche, pericolosi miraggi, non siamo a pochi passi dall’uscita dell’emergenza”. Quali sono queste illusioni e questi miraggi?

Ho ascoltato con attenzione e rispetto le considerazioni del commissario Arcuri. Mi ha dato l’impressione che non abbia gli strumenti per affrontare nella sostanza il ruolo e la funzione che dovrebbe avere un commissario straordinario: affrontare la fase di emergenza sanitaria, a partire dal reperimento dei Dpi, dei presidi medici, degli aspetti logistici. Non è assolutamente un giudizio di valore: a prescindere dalle buone intenzioni dell’incaricato e alle indubbie difficoltà del momento, molto probabilmente la scelta di un commissario, chiunque sia, risponde sempre alla logica emergenziale che caratterizza l’approccio italiano alle crisi. La storia della Repubblica offre innumerevoli esempi di commissari nelle varie emergenze, forse è il momento di iniziare a cambiare approccio metodologico.

Secondo lei, torneremo alle abitudini di prima? Cosa cambierà davvero?

Il problema non è tanto quello di vagheggiare un ritorno ipso facto simile alla fase antecedente alla pandemia. Se una lezione si può trarre è che le crisi cambiano profondamente i sistemi che ne vengono investiti. Si pensi agli effetti determinati dalla Peste nera del Trecento in Europa o dalle grandi epidemie del Seicento. Mi riferisco all’impatto sulla demografia, allo stravolgimento del tessuto socio-economico, al proliferare di pregiudizi e intolleranze, alla nascita di movimenti e fondamentalismi religiosi. Qualora si comprendesse tutto questo, potremmo cercare di trasformare questa grave crisi in un fattore di successo. Per esempio, cogliendo le opportunità offerte dalla White economy.

C’è un aspetto di questa crisi da coronavirus che vorrebbe fosse evidenziato e sottolineato?

Mi riferisco al silenzio inspiegabile, talora assordante, nei confronti della prassi, che considero disumana, di vietare ai familiari di poter piangere e vegliare i propri morti. Una pratica, ovviamente, da farsi con le necessarie e dovute precauzioni e con alcune limitazioni sulle presenze numeriche. Questo silenzio, assieme alle immagini dei trasporti notturni con mezzi militari dei feretri, peserà sulla nostra coscienza di cristiani.

(Marco Biscella)

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