CORONAVIRUS/ “In Cina è fuori controllo, ma Xi si rafforza: l’incognita è il dopo”

- int. Francesco Sisci

Il coronavirus destabilizzerà la Cina? “Sta finendo l’ambiguità del socialismo di mercato che ha retto la Cina negli ultimi 40 anni”

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Test sulla temperatura corporea in Cina (LaPresse)

1.527 vittime provocate dal coronavirus, 67.097 contagi, 8.571 ricoveri. è la situazione aggiornata della diffusione del virus Covid–19 secondo la Johns Hopkins University, che monitora in tempo reale l’evolversi della situazione. “Il tasso di mortalità del coronavirus è del 2,29% in Cina e dello 0,55% fuori. Questo dimostra che la malattia è curabile” ha detto ieri a Monaco il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, le cui dichiarazioni politico–patriottiche (“le accuse alla Cina sono bugie”, “Negli Usa non si accetta il successo di un paese socialista”) non hanno sorpreso nessuno, dopo le epurazioni politiche scattate in Cina per volontà del presidente Xi Jinping. Tre giorni fa sono saltati i vertici del partito della provincia dell’Hubei e della città di Wuhan, focolaio del coronavirus.

La priorità di Pechino è certamente quella di arginare gli effetti politici del fenomeno, che dal punto di vista sanitario appare fuori controllo. Ne approfitta l’America per mettere in difficoltà l’unico “impero” che sta rivaleggiando con la potenza statunitense. “Noi non vogliamo conflitti con la Cina. Vorremmo collaborare, ma la Cina deve essere più trasparente”, “deve rispettare le regole come gli altri” ha detto il ministro della Difesa americano Mark Esper a Monaco, davanti al ministro cinese Wang Yi.

“Il problema della Cina è camminare sul sottile filo di lana della lotta al contagio del virus e quello di evitare il crollo della produzione industriale lo sviluppo economico. C’è una evidente contraddizione tra i due elementi” spiega al Sussidiario Francesco Sisci, giornalista e sinologo, a lungo corrispondente dalla Cina ed editorialista di Asia Times.

Com’è attualmente la situazione?

In effetti, per ammissione delle autorità cinesi, il virus è fuori controllo. Quando il governo ammette che 5 milioni di persone hanno lasciato Wuhan nel pieno della crescita del numero dei contagiati, quando si rivede il numero dei contagiati perché il contagio non si manifesta immediatamente, quando infine si trovano persone infette in tutte le province del paese, si ammette che la diffusione del virus non è chiara. Quindi, giustamente, il governo sta cercando di mettere in quarantena grandi numeri di persone e sconsiglia di uscire. Ma questo, se eseguito alla lettera, comporta un crollo economico.

C’è modo di attutirne gli effetti?

Solo in parte, compensando con il lavoro a distanza, quello degli uffici o delle scuole. Ma nelle fabbriche qualcuno deve andare a produrre. Qualcuno deve seminare e raccogliere nei campi. Qui bastano le mascherine come misure di prevenzione? Non è chiaro, perché tante cose non sono chiare di questa malattia.

Qual è la risposta di Pechino?

Al di là dei numeri ufficiali, è chiaro che Pechino sta agendo con grande decisione, mettendo praticamente un miliardo di persone in stato di allerta. la gente segue e ha fiducia. Non ci sono proteste, negozi assaltati. In questo il governo dimostra di essere capace di prendere in mano la situazione e ha sostegno popolare. Ma ci saranno i conti economici, e i conti da fare sulle pecche produttive e politiche che hanno portato a questa condizione.

E sotto il profilo politico? Forse è questo il fronte più preoccupante. Si sa che il Partito ha sostituito i vertici locali a Wuhan e nell’Hubei.

La catena di comando a Wuhan ha ignorato più o meno scientemente il pericolo per alcune settimane o forse anche per un mese. Pechino ha punito i responsabili, ma è chiaro che c’è un problema di struttura politica che non funziona, non di responsabilità individuale.

Qual è il problema in termini di politiche e strutture economiche?

O lo Stato riprende tutta la terra, e si torna alla pianificazione sovietica, oppure deve davvero liberalizzare, ma questo vuol dire che si cambia il sistema politico. In ogni caso sta finendo l’ambiguità di “socialismo di mercato” che ha retto la Cina negli ultimi 40 anni.

Verrà il momento di tirare le somme.

Sull’economia i conti da pagare saranno enormi, ma ancora non sappiamo quanto grandi perché non si sa quando la malattia comincerà a declinare. Pechino ha comunque un fondo gigantesco per sostenere il mercato e finora sta funzionando, anche con l’aiuto americano, poiché Trump non vuole una crisi economica che gli rovini le chance di rielezione.

Il presidente Xi non appare indebolito?

In realtà il governo di Xi potrebbe uscire da questa crisi anche più forte. Ha vinto il virus e tenuto il paese insieme. Il problema è il dopo.

Sta dicendo che il governo centrale si rafforza, ma la Cina potrebbe risultare complessivamente più debole?

I problemi strutturali economici e politici saranno affrontati? Come si farà a convincere i mercati mondiali che non succederà più e che quindi Pechino è un partner affidabile? O Pechino cambia decisamente registro, o questa crisi del virus potrebbe essere l’inizio di qualcosa di ancora più grave. Del resto una peste diede inizio al Rinascimento, ma un’altra peste fermò per secoli il potere dell’impero bizantino e aprì le porte al rivoluzionario islam.

(Marco Tedesco)

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