CORONAVIRUS/ Luttwak: una crisi definitiva per la Cina “modello Xi”

- int. Edward Luttwak

Dopo il coronavirus nulla sarà più come prima: altri Stati, dopo gli Usa, porteranno fuori dalla Cina produzioni e tecnologie, dice lo scenarista americano

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Il presidente cinese Xi Jinping (LaPresse)

Cambio di passo per il mondo, “globalizzazione di ritorno” e messa in discussione della Cina come polo unico di produzione mondiale. Una svolta epocale per l’economia globale. Il politologo americano Edward Luttwak, raggiunto negli Usa, ha commentato per Ilsussidiario.net lo scenario geopolitico e geoeconomico asiatico segnato dal coronavirus, che vede la Cina al centro della crisi sanitaria mondiale più significativa del dopoguerra a livello d’impatto psicologico.

Professor Luttwak, l’impatto economico di questa crisi sarà pesante?

In questo caso parliamo d’impatto globale, che sarà in perdita dell’1% circa se i voli ed i trasporti in generale – questo il metro di giudizio più corretto – da e per la Cina verranno riattivati entro il 1° aprile 2020. In questo caso anche le Olimpiadi di Tokyo non saranno a rischio e assisteremo ad una quasi normale attività mondiale economica in ripresa. In caso contrario, rischieremmo uno slittamento o annullamento di eventi e scambi che andrebbero ad incidere ben oltre l’1%.

In questa crisi i rapporti tra Usa e Cina non sono sembrati migliorare…

In realtà i rapporti tra Usa e Cina non dipendono da singoli eventi ma dal cambiamento di mentalità nei confronti di Pechino da parte di tutta la società americana. Un aspetto spesso ignorato in Europa. Non parliamo dei soli Repubblicani, ma anche dei Democratici, delle corporations, perfino delle università. La politica di Xi Jinping in Usa non piace a nessuno.

Quindi la posizione Usa peggiora?

In realtà segue la storia. Gli Usa s’avvicinarono sempre più alla creatura di Mao perché quel regime faceva di tutto per normalizzarsi, aprirsi. Con Xi Jinping siamo tornati indietro, è un regime molto autoritario, esporta economia aggressiva e chiusa, come in Africa, dove i cinesi sono numerosissimi con imprese in tutti i settori. La Cina propaganda e finanzia regimi come quello venezuelano, non vuole concorrenza. Vuole sistemi chiusi da inondare con prodotti suoi.

Cosa non va dell’approccio cinese?

Non va la chiusura. Non va l’imposizione di tecnologia per sottrarre risorse ed invenzioni. Non va lo spy-mode tecnologico cinese e soprattutto non va più alla società americana la coesistenza con un sistema concorrenziale oltre le regole, che ha monopolizzato la produzione mondiale.

Investire in Cina però conviene…

Forse è il caso d’usare il passato. Oggi si è alzato anche il costo del lavoro, il tutto in un regime sempre più chiuso e rigido.

Le Big Corp americane, come Apple, chiuderanno in Cina?

Come detto, era già in corso un mutamento della mentalità americana, ma con questa crisi verrà velocizzato un processo già avviato. In questo momento negli ambienti Usa il business in Cina non piace. La tecnologia spaziale investe in Usa. Non possiamo avere un solo produttore mondiale, ci vuole diversificazione.

Parliamo del Coronavirus. Possiamo fidarci delle informazioni che arrivano da Pechino?

A mio avviso sono veritiere le informazioni veicolate da Xinhua (Nuova Cina) ed altamente credibili.

Quindi l’operato di Pechino è sufficiente?

L’errore è stato commesso all’inizio, con la sottovalutazione del problema. Il 3% di mortalità per un virus influenzale preoccupa, ma l’errore del secolo è stato commesso a Wuhan.

Ci spieghi.

I cinesi non sono giapponesi. Appena il governo di Wuhan ha sancito la chiusura e la quarantena, circa mezzo milione di persone è fuggita in tutta la Cina. Un guaio. Vedremo gli effetti.

L’ Italia ha stoppato i voli per e da la Cina. Ha fatto bene?

Il governo italiano è stato responsabile. Una scelta saggia e coraggiosa, a posteriori, visto che Pechino minimizzava la crisi in quei giorni. L’ Italia ha agito bene, il virus va contenuto con quarantena e blocco dei collegamenti come negli Usa.

Ma dopo la crisi la Cina tornerà ai livelli di prima?

Nulla sarà più come prima. La Cina non tornerà ad essere l’unico produttore, anche perché i costi sono aumentati. Inoltre nazioni come gli Usa, ma anche Giappone o Sud Corea, andranno a velocizzare il processo (che era già iniziato) che porterà fuori dalla Cina produzioni e tecnologie. Ci saranno altre vie d’espansione e molto tornerà ad essere prodotto in casa; vedremo una globalizzazione di ritorno, ampiamente prevista, con un cambio di modello che potrà avere impatti positivi sui mercati interni, perché ci sarà una rimodulazione del mercato del lavoro mondiale e si punterà su quello interno. Questo discorso non piace solo a Trump, ma anche ai Democratici ed a molte nazioni occidentali.

(Marco Pugliese)

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