CORONAVIRUS USA/ Cosa ce ne facciamo del nostro potere se siamo così fragili?

- Riro Maniscalco

Mercoledì 11 marzo i cittadini Usa hanno scoperto il coronavirus. Prima sembrava lontano. Ma da oggi la vita non sarà più come prima. Dove è finita la potenza americana?

conferenza stampa donald trump coronavirus usa
Il presidente americano Donald Trump (LaPresse)

NEW YORK – Mercoledì 11 marzo 2020, il giorno in cui il coronavirus è diventato una realtà per milioni di americani. Magari uno spettro ancora vagamente percepibile invece che una presenza visibile, ma il virus ha bussato alle porte di tutte le case, entrandoci repentinamente attraverso le parole nervose e incerte del Presidente, l’annuncio della malattia di Tom Hanks e della moglie, la sospensione del campionato professionistico di basket. Adesso sappiamo che anche il virus nella sua materialità biologica può entrare nella nostra vita. Non distingue tra buoni e cattivi, tra americani e resto del mondo e neanche tra Democratici e Repubblicani.

Siamo solo all’inizio. Purtroppo siamo solo all’inizio, non solo del contagio, ma anche di tutto quello che umanamente si potrebbe fare o si sarebbe potuto già fare per contenere questo flagello. Avremmo dovuto svegliarci prima, avremmo dovuto guardare e imparare – in fretta – da quello che l’Europa sta passando.

Adesso invece ci troviamo a vivere un angoscioso reality show dopo aver osservato come in un film la stessa storia svolgersi in Europa. Non credo occorra essere esperti per capire che nessun paese al mondo poteva essere pronto a fronteggiare un’emergenza sanitaria di queste proporzioni, ma ignorare la gravità della minaccia quando si manifesta è un peccato mortale. Forse che un oceano a destra e uno a sinistra sarebbero bastati a proteggere la nostra salute?

L’altra sera gli americani si aspettavano quello che gli americani sempre si aspettano dal loro Presidente: leadership. Che ci si trovi d’accordo o meno, in momenti di difficoltà è il Presidente a raccogliere il popolo, ad indicare la via e tracciare il sentiero. Da Kennedy con Cuba a Bush dopo l’11 settembre è sempre stato così. Ma l’altra sera con la sua misera uscita televisiva Trump ha solo comunicato un grave senso di incertezza e generato smarrimento. Lo ha fatto in quei dieci minuti tentando di rimangiarsi tutte le sciocchezze che è andato dicendo dalla comparsa del virus “straniero” (così lo ha chiamato, tanto per far capire che le colpe sono altrui) di Wuhan, liquidando l’Europa come una terra di incapaci, bruciando ponti ed ignorando le sofferenze altrui e lo ha fatto anche – lui sempre così spavaldo e supponente – con un respiro affannoso e uno sguardo spento. Senza tuttavia mai rinunciare a glorificare l’America.

Ma cosa ce ne facciamo della crescita economica più spettacolare del mondo, del tasso di occupazione più alto del mondo, della ricerca medico-scientifica più evoluta del mondo se ci scopriamo fragili, egoisti, indifesi e indifendibili come tutto il resto del mondo?

Fino a mercoledì 11 marzo sembrava una partita politica come tante, da giocarsi a livello di schieramenti e presuntuose opinioni: per i sostenitori di Trump il virus non era altro che uno spaventapasseri agitato dall’opposizione per mettere in difficoltà l’Amministrazione; per i Democratici l’unica concreta arma per portare un serio attacco allo strapotere del Presidente.

Ma oggi, al di là delle nebulose proposte di tagli fiscali e di mutui agevolati alle piccole attività che stanno schiattando a causa del contagio, al di là del blocco dei voli con tutta Europa (ma non con la Gran Bretagna – perché?), al di là delle pesanti critiche mosse da Biden (che sarà bene si riguardi, vista l’età avanzata), resta la realtà fatta di numeri. Numeri visibili come quelli della disintegrazione del risparmio americano che di giorno in giorno va polverizzandosi a Wall Street, e molto più tragicamente numeri invisibili come quelli dei contagiati. Invisibili perché nessuno sa e pochi vengono testati, mentre ogni Stato cerca le proprie soluzioni, ipotizza le proprie azioni di arginamento con il Governo federale che latita.

E chi sarà ancora qui quando, per grazia di Dio, questa prova sarà passata, si ritroverà a parlare come i nostri vecchi parlavano dei tempi della guerra. Non circondati dalle macerie degli edifici, ma dalle macerie di uno stile di vita che non potrà più essere lo stesso, perché fino all’altro ieri, 11 marzo, chi non voleva sentir parlare del coronavirus poteva farlo. Oggi, no, in qualunque Stato della nostra America uno viva.

God Bless America!



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