CORSA AL COLLE/ Tre insidie internazionali per Draghi, la sinistra “tifa” Mattarella

- int. Antonio Pilati

In un contesto mondiale fluido e frastagliato Afghanistan, G-20 ed elezioni in Germania impatteranno sulla corsa al Colle, che entrerà nel vivo solo a fine anno

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Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il presidente del Consiglio Mario Draghi (LaPresse)

Caos Afghanistan, turbolenze sull’amministrazione Biden per la pasticciata fuga da Kabul, elezioni politiche in Germania: tre tessere di un mosaico internazionale molto frastagliato che potrebbero avere riflessi, al momento ancora difficili da decifrare, anche sulla partita, solo apparentemente tutta italiana, per l’elezione del Presidente della Repubblica. Il percorso potrebbe diventare scivoloso soprattutto per Mario Draghi, alle prese con un delicatissimo, sul piano diplomatico, lavoro di preparazione del prossimo G20 di metà settembre, incentrato proprio sulla vicenda Afghanistan.

“In questa situazione internazionale così frantumata – osserva Antonio Pilati, saggista, ex componente dell’Agcom e dell’Antitrust – siamo alle prese con condizioni difficili, che non dipendono solo dall’abilità diplomatica dell’Italia o dalla buona volontà del presidente di turno del G20. I passaggi di collaborazione richiedono iniziative importanti che spettano alle decisioni di Usa, Russia e Cina, le potenze che decideranno questa partita decisiva, ma molto aggrovigliata e tesa”. E proprio sui risultati – o meno – del G20 il nostro presidente del Consiglio si gioca un rafforzamento – o meno – della sua immagine e del suo prestigio “con conseguenze – versante Colle – significative”. Secondo Pilati, però, nonostante una debolezza anche interna, Draghi può ancora contare su “un forte appoggio internazionale. Non è certamente solo”.

La piega che gli eventi internazionali hanno assunto, a partire dalla grave crisi dell’Afghanistan, come potrebbe incidere sulla partita del Colle? Avvantaggiano più una riconferma di Mattarella o una eventuale salita al Quirinale di Draghi?

La situazione internazionale è oggi molto fluida e frastagliata e non sappiamo ancora come evolverà, quindi è difficile prevederne gli eventuali riflessi sulla scelta del Presidente della Repubblica.

Nel frattempo Draghi è impegnato nell’organizzazione di un G20 molto delicato. L’appuntamento di metà settembre è una patata bollente che rischia di bruciarlo o un’opportunità che potrebbe aumentarne il prestigio?

I rapporti internazionali oggi sono in via di ridefinizione. L’Italia ha preso un’iniziativa importante, immaginando di convocare il G20, e la mossa in sé è buona. Il problema è che, in questa situazione internazionale così frantumata, siamo alle prese con condizioni difficili, che non dipendono solo dall’abilità diplomatica dell’Italia o dalla buona volontà del presidente di turno del G20. I passaggi di collaborazione richiedono iniziative importanti che spettano alle decisioni delle singole potenze in campo. Al momento non sappiamo ancora se avrà successo.

Quali sono gli ostacoli maggiori?

La partita decisiva la giocano Usa, Russia e Cina ed è molto aggrovigliata e tesa. C’è una certa diffidenza e contrarietà degli Stati Uniti, che forse a un palcoscenico mondiale preferiscono trattative bilaterali. Russia e Cina sono contrastate e pesantemente sanzionate dai paesi occidentali: usano quindi grande cautela, per usare un eufemismo, e chiedono contropartite adeguate. Se Draghi riuscirà a convocare il G20 e a ottenere dei risultati la sua immagine uscirà molto rafforzata, con conseguenze – versante Colle – significative.

In caso contrario?

Se dovessero prevalere gli ostacoli, la spinta verrà meno. La vicenda afghana ha rimesso in discussione degli equilibri già precari in campo internazionale e in questo momento mi sembra che la tendenza prevalente sia una sorta di “liberi tutti”. Se gli americani giocano per sé e non avvisano su passaggi importanti gli alleati è anche facile che molti si sentano autorizzati a una politica più autonoma, indipendente.

Ci sono influenze transatlantiche che hanno maggiore presa sull’Italia, però gli Stati Uniti sono in evidente difficoltà per la gestione del caso Afghanistan, mentre la Germania è alle prese con un complesso passaggio elettorale dopo la fine dell’era Merkel. Washington e Berlino sono comunque ancora in grado di “condizionare” la partita del Quirinale?

A mio avviso, la partita per il Quirinale, che non è soltanto italiana, si giocherà a partire dalle ultime settimane dell’anno, quando sarà probabilmente definito il nuovo governo tedesco e l’amministrazione Biden avrà assorbito, in qualche modo, i contraccolpi degli eventi afghani e avrà tracciato con maggiore chiarezza la sua prossima linea di comportamento. I giochi veri per il Colle sono ancora tutti da iniziare.

Sono già in corso, però, alcuni importanti posizionamenti interni

Vero, ma il fattore estero, in un paese con un debito così elevato come l’Italia, resta cruciale, ma – ripeto – si chiarirà solo verso la fine dell’anno.

Oltre alle difficoltà sul versante G-20, Draghi è debole anche sul fronte interno?

Le tensioni a livello mondiale non aiutano Draghi, che proprio nel contesto internazionale trova una sponda importante. C’è quindi un elemento esterno che si indebolisce. Dall’altro lato, la politica interna, ora come ieri, è molto fragile. I partiti fanno fatica a elaborare strategie e visioni a lungo termine, che invece sarebbero essenziali in un momento così delicato e questo lascia un ampio margine di iniziativa al presidente del Consiglio. Dipende dalla sua creatività e dalla sua capacità politica inventare delle soluzioni che in questo momento i partiti non sono in grado di elaborare.

Salvini ha dichiarato che “Pd e M5s tirano per la giacca a Draghi”, mentre il Fatto Quotidiano ha attaccato Draghi accusandolo di cercarsi i voti per il Colle. C’è chi vuole sgonfiare le gomme al premier? E perché?

Io vedo una strategia, forte soprattutto a sinistra, per la riconferma di Mattarella. Riconferma, tra l’altro, di cui non si capisce se a termine, il che sarebbe irriguardoso, o a settennato pieno.

Fosse il primo caso?

Avrebbe una conseguenza involontaria ma significativa che ricade sulle prossime elezioni politiche del 2022 o 2023.

Quale conseguenza?

Con un Draghi in panchina sarebbe difficile immaginare un altro presidente del Consiglio e questo di fatto toglierebbe peso alle elezioni. Se ci fosse un presidente del Consiglio quasi definito, indipendentemente dal voto, le elezioni sarebbero essenzialmente solo un misuratore di pesi fra i partiti più che un prodromo di decisioni politiche. E questo sarebbe un esito più gradito per chi si sente debole di fronte al corpo elettorale, temendo di finire all’opposizione.

L’agenda autunnale del governo è molto complessa: il piano di riforme chiesto dalla Ue, a causa della maggioranza molto variegata, procede più lentamente del dovuto. Draghi corre qualche rischio d’inciampo?

Le riforme sono ben delineate e non credo sia possibile bloccarle. Ci potranno essere tensioni lungo il percorso, questo sì, ma alla fine quelle riforme bisogna attuarle e Draghi è perfettamente in grado di condurle in porto.

Secondo lei, Draghi oggi è più solo di quel che possiamo immaginare?

Penso che Draghi abbia comunque un forte appoggio internazionale. Non è certamente solo.

(Marco Biscella) 

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