COSA CAMBIA CON FIGLIUOLO?/ Piano vaccini, fattore tempo, deleghe: ecco che può fare

- int. Paolo Quercia

Quella del gen. Figliuolo è una lotta contro il tempo. Sarebbe opportuno dargli la possibilità di coordinarsi con Mise, Difesa e Confindustria

Obbligo vaccini per sanitari
Immagine di repertorio (LaPresse)

Non è ancora possibile dire con esattezza quale sarà il mandato del gen. Francesco Paolo Figliuolo, nuovo commissario all’emergenza Covid, finché non sarà pubblico il decreto di nomina. Il suo incarico è tuttavia un segnale di discontinuità, dice al Sussidiario Paolo Quercia, docente di Studi strategici nell’Università di Perugia.

“Come commissario” spiega Quercia “avrà poteri speciali anche in campo civile, mantenendo però il filo diretto con lo stato maggiore dell’Esercito, che gli garantirà supporto dove vi fossero lacune e inefficienze”. Soprattutto davanti agli inconvenienti della “doppia regionalizzazione”, quella della sanità e quella dei poteri regionali nell’affronto delle emergenze. Ma potrebbe anche avere poteri in ambito industriale. Se così fosse, si aprirebbero prospettive molto promettenti, che andrebbero assolutamente percorse. “Il fattore tempo, però, resta il più importante”.

Che cosa significa servirsi del responsabile logistico dell’Esercito come commissario all’emergenza Covid?

Certamente è un segnale di discontinuità. Le Forze armate sono sempre state presenti nell’emergenza Covid, ma ora con la nomina del gen. Figliuolo a commissario straordinario, assumono un duplice ruolo chiave nella fase più delicata di quella che è la più grave crisi dell’Italia repubblicana.

Vediamo di caratterizzare questo ruolo, se possibile.

Con un militare come commissario non vi sarà quella pericolosa e latente concorrenza tra la macchina civile e quella militare nella gestione dell’emergenza. È vero che l’intervento nelle calamità pubbliche rientra nella quarta missione che la Costituzione affida loro dopo la difesa dello Stato, la sicurezza internazionale e la salvaguardia della libertà delle istituzioni. Ma qui la partita è veramente grande per i risvolti economici e sociali, ben oltre quelli dell’emergenza. E questo vuol dire anche che l’Esercito e le Forze armate si stanno assumendo una grossa responsabilità, lì dove la politica ha fallito.

La precedente gestione Conte-Arcuri quale fattore chiave aveva sottovalutato?

Probabilmente il fattore tempo. Sono arrivati male alla fase più critica di tutta la pandemia, quella dell’avvio della vaccinazione. Paesi che non hanno fatto i nostri sacrifici sociali ed economici hanno puntato tutto sulla velocità di acquisizione di vaccini e di loro distribuzione.

E noi?

Noi che siamo stati colpiti per primi dalla pandemia abbiamo un ritardo inspiegabile nella vaccinazione, quando dovevamo essere i primi in occidente ad uscire dalla pandemia. C’è una cosa che non capisco.

Quale?

Perché noi che siamo stati l’occhio del ciclone della pandemia non abbiamo sviluppato e prodotto in tempi utili un nostro vaccino? Il commissario uscente aveva tutti i poteri, poteva riconvertire l’industria italiana a questo scopo. Nulla mi toglie dalla testa che Russia e Cuba abbiano sviluppato i loro vaccini anche grazie al personale medico che hanno inviato in Italia nella fase acuta del virus. Perché noi ci stiamo muovendo solo ora, quando ormai è tardi?

Adesso la struttura regionalizzata della Protezione civile dovrà lavorare in tandem con quella militare a guida Figliuolo. Come occorre procedere e quali sono gli errori da evitare?

Il gen. Figliuolo è un militare che come commissario avrà poteri speciali anche in campo civile, mantenendo però il filo diretto con lo stato maggiore dell’Esercito, che gli potrà garantire supporto dove vi fossero lacune e inefficienze. Non è poco. Questo faciliterà il coordinamento, già previsto dalla legge ma sempre farraginoso, anche perché le regioni hanno molto potere nelle emergenze, che normalmente sono su base regionale. Anche la regionalizzazione della sanità non aiuta. Queste doppia regionalizzazione, sanità ed emergenze, nel caso di una pandemia diventa una vulnerabilità. Però il coordinamento necessario non è solo tra Protezione civile e funzione di concorso nelle pubbliche calamità della Difesa.

Cioè?

Dipenderà molto da quale sarà il mandato specifico del nuovo commissario. Spero che non sia troppo riduttivo, ossia solo nella somministrazione dei vaccini, aspetto cruciale ma di breve termine.

Che cosa auspica?

Se dovesse riecheggiare gli ampi poteri in ambito industriale che aveva Arcuri, io non perderei l’occasione per utilizzare le capacità organizzative, di programmazione per obiettivi strategici e di procurement della Difesa per aprire subito un tavolo di confronto con il ministero dello Sviluppo economico, Confindustria e il settore farmaceutico per lanciare in maniera ampia la produzione di vaccini nazionali. La sfida con il Covid durerà anni e dobbiamo assolutamente sviluppare una capacità nazionale.     

Per quali ragioni si è accantonato il modello di collaborazione Esercito-Protezione civile?

Un po’ temo per motivi ideologici, vecchi retaggi di antimilitarismo. Un po’ per sottovalutazione dell’emergenza. Un po’ perché nell’emergenza in molti hanno trovato un accomodamento dei propri interessi. Eppure si è persa un’occasione, perché i militari sono abituati a dare risposte rapide con linee di comando certe, senza dover mettere troppi attori attorno a tanti tavoli creando quelle classiche catene di scaricabarile che in Italia sono frutto di sprechi, ritardi e inefficienze.   

Cosa offre la struttura militare che quella civile non ha?

L’esperienza storica della guerra. Che ti porta ad operare, anche in pace, con meccanismi decisionali adatti ai processi di emergenza. In guerra il fattore tempo è tutto. E poi c’è la cultura della visione e della pianificazione strategica, come mettere assieme risorse scarse per raggiungere obiettivi vitali in situazioni pericolose. Sono qualità che esistono anche nel mondo civile e persino in quello privato. Ma con limiti e vincoli maggiori che le indeboliscono.

Quali sono le incognite maggiori o i nodi da sciogliere?

Un problema di scarsità di vaccini esiste. Ma anche questo è il risultato di una cattiva programmazione e di una cattiva negoziazione con il mondo del privato. Poi veniamo anche a scoprire che più bassa è la capacità vaccinale, meno dosi ricevi. Comunque ora il problema, di nuovo, è il fattore tempo.

E le varianti.

Infatti bisogna riuscire a vaccinare la popolazione prima che il virus muti completamente. E sappiamo che più circola, più muta. Quindi, come in tutta le strategie, il fattore tempo è una delle risorse più importanti se non la più importante.

Come commenta l’incarico a Figliuolo dopo quello a Gabrielli?

Due situazioni diverse che non so se vadano accomunate. Per la prima era l’ultima carta rimasta da giocare. La seconda è stata una scelta. Mi ha stupito un poco il fatto che Draghi non avesse una persona di sua fiducia, vicina ma esterna al mondo della sicurezza e dell’intelligence, da nominare come autorità delegata. Questo conferma la peculiarità di questo presidente del Consiglio, che in qualche modo è lontano dal sistema di potere italiano. Il che può rivelarsi un fattore di stabilità.

È positivo che vi sia un’autorità delegata ai Servizi?

Assolutamente sì. Seguire i mondi paralleli dei Servizi, i servizi segreti interni e l’intelligence esterna, è un attività a tempo pieno che non può essere improvvisata né trattata sbrigativamente in mezzo a migliaia di altre faccende politiche. 

(Federico Ferraù)

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