COVID & SANITÀ/ Tra Stato e Regioni, i punti deboli che l’Italia deve correggere

- Gianfranco Fabi

L’anno scorso sono emersi i punti deboli del sistema sanitario italiano. Il Governo è chiamato a porvi rimedio mentre affronta l’emergenza Covid

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Prelievo di tamponi a Milano (LaPresse)

La pandemia è stata e continua a essere un’emergenza globale. Ma con risposte, effetti e mortalità diverse nei vari Paesi con punte di eccezionali gravità in Brasile, negli Stati Uniti e purtroppo anche in Italia. Fin dai primi giorni alla fine di febbraio dell’anno scorso l’impatto con il virus ha messo a nudo problemi, inadeguatezza e limiti di una gestione sanitaria che è stata fortemente condizionata dalle inefficienze politiche e amministrative mentre ha dato il massimo per la dedizione e la competenza del personale medico e infermieristico.

Le cronache quotidiane con numeri, tendenze e percentuali hanno messo in risalto la gravità dei problemi, ma hanno spesso impedito di avere una visione complessiva, una visione capace di mettere a fuoco nel loro complesso i problemi sul tappeto. E le voci dissonanti degli esperti hanno spesso creato più sconcerto che volontà di capire, uno sconcerto determinato anche da una politica incapace di mettere in atto interventi tempestivi e, proprio per questo, efficaci.

Un’analisi completa, con puntuali approfondimenti su quanto è avvenuto in un anno di pandemia la possiamo trovare nel libro che Vincenzo Atella, docente di economia a Tor Vergata e adjunct associate del Center for Health Policy di Stanford, ha curato insieme agli esperti Joanna Kopinska, Andrea Piano Mortari, (“L’emergenza Covid e il nuovo mondo che verrà”, Ed. Egea, pagg. 490, € 60). Un libro altrettanto voluminoso e analiticamente approfondito, quando di carattere squisitamente divulgativo pur nella complessità degli avvenimenti e senza nascondere come vi siano ancora molti punti da approfondire sia sotto gli aspetti epidemiologici, sia sulle politiche economiche e sociali.

Alcuni elementi spiccano tuttavia con chiarezza, soprattutto nell’analisi del caso italiano. Se è vero, per esempio, che la seconda ondata ha trovato quasi tutti i Paesi impreparati nell’errata convinzione che il virus avesse esaurito la sua forza, è altrettanto vero che l’Italia non ha saputo fare autocritica dopo la prima fase e ha ripetuto gli errori e le contraddizioni che hanno contrassegnato i drammatici mesi della primavera 2020. In particolare, durante l’estate non si è intervenuti per adeguare i reparti di terapia intensiva (“arrivati al collasso molto prima che negli altri Paesi”), non si è perfezionata l’organizzazione ospedaliera (“molti contagi sono avvenuti all’interno degli ospedali”), non si è risolto il problema, soprattutto in Lombardia, del mancato collegamento tra ospedale e territorio. Sul fondo vi è il federalismo confuso che pone la sanità tra le materie a legislazione concorrente, moltiplicando non solo i contenziosi, ma anche gli scaricabarile tra lo Stato e le Regioni.

In Lombardia non sono mancati i problemi anche perché si è assistito a una moltiplicazione degli incarichi e a uno sfarinamento delle competenze: l’Unità di crisi regionale è arrivata a comprendere 154 persone contro una media di 10 membri nelle altre Regioni. Ma se nelle Regioni si sono accumulati problemi una pur parziale scusa può venire da fatto che la gestione della sanità a livello nazionale è stata ancora di più inefficace e deludente.

Nella sua prima conferenza stampa, dopo un mese dal suo insediamento, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha esplicitamente ammesso: dopo un anno di pandemia non abbiamo nessun piano per la sanità e anche se prendessimo i soldi europei non sapremmo come spenderli. Un’affermazione che non è stata altro che un esplicito atto di accusa contro chi ha gestito la salute pubblica negli ultimi mesi.

Perché nell’ultimo anno si è fatto poco o nulla per adeguare il sistema sanitario? Eppure i problemi erano ben noti. Si può ricordare un fatto. Era il 29 giugno del 2020, festa di San Pietro e Paolo. Il Corriere della Sera pubblicava in prima pagina una lettera del segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti. Erano i giorni in cui lentamente si usciva dal periodo più duro di lockdown, in cui l’epidemia sembrava domata anche se c’era la convinzione che il servizio sanitario era stato sollecitato oltre ogni limite e che quindi sarebbe stato necessario uno sforzo decisivo per essere pronti ad affrontare una temuta seconda ondata. Di queste preoccupazioni Zingaretti si era fatto interprete con un programma in dieci punti indicando una serie di precisi interventi e di coraggiose riforme che avrebbero dovuto essere finanziate con i fondi europei del Mes.

A nove mesi di distanza i problemi delineati sono ancora tutti aperti. Il Pd, forza di governo, non è riuscito a ottenere nulla di quanto in maniera estremamente chiara ed esplicita aveva proposto. Dimostrando un ruolo del tutto subalterno rispetto ai 5Stelle e al loro irresponsabile rifiuto dei fondi europei.

Con le Regioni che, come ha dimostrato l’avvio della campagna vaccinale, hanno continuato ad andare in ordine sparso (“e questo non va bene” ha detto esplicitamente Draghi) e con l’esercito che fortunatamente ha preso in mano la strategia delle vaccinazioni di massa affiancando l’opera di Ospedali e Unità sanitarie.

Conoscere i problemi è già un piccolo passo per arrivare a una soluzione. E allora, tornando al libro, si possono citare i capitoli dedicati a delineare un futuro possibile con una notizia cattiva e una buona. Quella cattiva è che il virus non scomparirà perché non è possibile vaccinare in tempi brevissimi otto miliardi di persone, ma comunque, ed è questa la buona notizia, le vaccinazioni lo potranno rendere meno pericoloso, ma tale comunque da richiedere ancora misure di contenimento come l’uso delle mascherine e il distanziamento interpersonale.

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