CRISI ARGENTINA/ Scampato il default c’è un altro guaio in arrivo

- int. Agustin Etchebarne

L’Argentina ha da poco raggiunto un accordo coi creditori per evitare il default, ma all’orizzonte non si vede nulla di buono

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Manifestazione a Buenos Aires (LaPresse)

Dopo l’entusiasmo creato in Argentina a seguito del raggiungimento dell’accordo con le due principali agenzie detentrici del debito con il Fondo monetario internazionale, resta da vedere in primo luogo quanti creditori aderiranno all’offerta e anche quale potrà essere il futuro del Paese dopo aver evitato, almeno per ora, la catastrofe del default. A ogni modo si sa già chi è stato il regista di questa miracolosa manovra, visto anche l’aggettivo che ho usato… sì proprio lui, papa Francesco. Che fin dagli inizi della questione ha “costretto” il Fmi a partecipare a un convegno in Vaticano, in cui guarda caso erano presenti i vertici del Governo argentino a cominciare dal Presidente. Ma successivamente continuando a pressare Kristalina Georgieva, la bulgara Direttrice del Fmi. Abbiamo cercato di fare il punto della situazione con Agustin Etchebarne, uno degli economisti più importanti del Paese (Direttore della Fondazione Libertà e Progresso).

Cosa pensa dell’accordo raggiunto?

In un confronto con il debito precedente, nel quale il kirchnerismo ha impiegato anni per formulare un’offerta e successivamente producendone una con uno sconto molto più grande di quello pattuito ora, non vi è dubbio che l’accordo, che in pratica ha evitato il default, sia positivo. Però un’analisi approfondita fa emergere che, confrontando gli interessi che sono stati generati da accordi del Fmi con Paesi vicini all’Argentina, corrispondenti al 3%, e ricordando che generalmente (a causa dei vari default) per noi si triplicano, nella pratica questi ultimi si mangiano lo sconto ottenuto. Pur con tutto questo, lo ripeto, si tratta di un accordo ragionevole ed equilibrato: resta però da vedere la fase successiva, e cioè la trattativa con il Fmi che inizierà ora. Perché per l’Argentina si arriverà all'”Extended fund facility”, che implica iniziare i pagamenti pur con lo “sconto” promesso e quindi in pratica i capitali che ancora si devono ricevere serviranno per pagare il debito con il Fondo stesso. Resta da vedere se il Fondo accetterà questa clausola, visto che l’Argentina non dispone di capitali propri. Credo lo farà, anche perché un rifiuto significherebbe cadere in default, cosa che il Fmi deve evitare.

Anche senza la crisi del Covid-19 l’Argentina sarebbe al tracollo.

Il grosso problema, che va più in là dell’estensione temporale dei pagamenti, è che l’Argentina non ha un’economia in grado di produrre e sostenere questi processi, fatto che ciclicamente genera i default e le inflazioni ripetute che affrontiamo. La pandemia ha significato un costo assimilabile a 10 punti di Pil e questo sta generando un forte aumento dell’offerta monetaria che, una volta terminata questa quarantena eterna con la conseguente riattivazione dell’economia, porterà una ripresa non paragonabile a quella del 2017-18, bensì a quella che definisco una ripresa a W, con alti e bassi che si succedono a breve scadenza. E coloro che durante la quarantena hanno accumulato pesos (gli altri sono falliti), una volta tornati alla normalità li cambieranno immediatamente in dollari generando in pratica un’accelerazione inflazionaria che attendiamo tra l’ultimo trimestre e il primo del prossimo anno. E lì le ipotesi sono due.

Quali?

O questa offerta genererà un ulteriore debito però della Banca Centrale o altrimenti provocherà una svalutazione enorme che si tradurrà in un generale aumento dei prezzi. I costi dell’Argentina continuano, come sempre, a essere molto alti rispetto alle entrate: nonostante ben 108 tasse differenti non si riesce ad arrivare a intravedere i giganteschi livelli della spesa pubblica con circa 22 milioni di persone (sui 43 di abitanti) che vengono mantenuti dallo Stato, tra i quali oltre ai pensionati e agli impiegati della Pubblica amministrazione ci sono i 7-8 milioni di argentini che vivono di sussidi.

Lei parla di una ripresa a W, ma dopo la lunghissima e dura quarantena che poi non è servita a nulla a livello sanitario, ma molto sul fronte di un’economia che era già disastrata, come può un Paese la cui industria principale è la zecca che stampa banconote a tutta velocità vedere un futuro degno di questo nome?

Sono d’accordo: e difatti attualmente le risorse dello Stato sono impiegate per pagare i sussidi che in pieno lockdown aiutano sia le imprese che i lavoratori, ma una volta che si ritornerà a una “normalità” si dovrà continuare a sovvenzionare non solo quelli che già prima lo erano, ma anche coloro che il lavoro lo perderanno a causa della chiusura di tante imprese. Bisogna pure calcolare che l’inevitabile processo di inflazione spiegato porterà alle proteste dei lavoratori che vorranno recuperare il valore perduto dei loro salari nei vari settori dell’economia. Se calcoliamo anche le elezioni per le Camere ci troviamo di fronte a una situazione molto complicata.

Lei cosa prevede?

Io credo che alla fine il peronismo cadrà, come pure i vari Governatori delle Province argentine, anche perché la povertà arriverà a superare il 54% e quella dei giovani arriverà al 64%, livelli chiaramente catastrofici. A ciò bisogna aggiungere l’aumento della criminalità che già ora sta raggiungendo livelli mai registrati. C’è anche da dire che questa catastrofe sarà anche un’opportunità per raggiungere un cambiamento profondo, anche perché il 48% dell’elettorato che ha eletto Alberto Fernandez con una Cristina Kirchner politicamente travestita da passiva crollerà senza dubbio.

(Arturo Illia)

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